giovedì, 3 Dicembre, 2020

Morti sul lavoro. Controlli rari e frammentati

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Le cronache quotidiane raccontano, troppo spesso, d’incidenti mortali sui luoghi di  lavoro.

Le cosiddette morti bianche sono in continuo aumento nel nostro paese.

I numeri relativi ai decessi e agli infortuni sul lavoro ci danno il quadro di un’effettiva emergenza nazionale.

Nel 2017 sono circa 1300 i lavoratori che hanno perso la vita mentre svolgevano le proprie mansioni: sono morti sul luogo di lavoro 634 lavoratori cui vanno aggiunti i morti sulle strade e con i mezzi di trasporto.

Nel 2018 la situazione non è per niente migliorata.

Secondo i dati forniti dall’Inail (Istituto Nazionale  per l’Assicurazione contro gli infortuni sul lavoro): “le denunce d’infortunio sul lavoro con esito mortale presentate all’Istituto nei primi nove mesi di quest’anno sono state 834, 65 in più rispetto alle 769 denunciate nell’analogo periodo del 2017 (+8,5%). L’aumento è dovuto soprattutto all’elevato numero di decessi avvenuti lo scorso mese di agosto rispetto all’agosto 2017 (109 contro 65), alcuni dei quali causati da incidenti plurimi, ovvero quelli che causano contemporaneamente la morte di due o più lavoratori.

Tra gli eventi più tragici del 2018 si ricordano, in particolare, il crollo del ponte Morandi a Genova e gli incidenti stradali avvenuti a Lesina e a Foggia, in cui hanno perso la vita numerosi braccianti”.

Dall’analisi per classi di eta’ emerge come quasi una morte su due abbia coinvolto lavoratori di eta’ compresa tra i 50 e i 64 anni (da 289 nel 2017 a 334 nell’anno in corso). In aumento anche le denunce che hanno riguardato gli under 34 (da 113 a 132) e gli over 65 (da 49 a 52), così come aumentano le denunce dei lavoratori italiani e stranieri.

A livello di analisi territoriale, il fenomeno delle morti bianche è diffuso in maniera abbastanza uniforme su tutta la penisola; si registra un incremento, rilevato nel confronto tra i primi otto mesi del 2017 e del 2018, legato alla componente maschile, i cui casi mortali denunciati sono stati 28 in piu’ (da 615 a 643), mentre quella femminile ha registrato tre decessi in piu’ (da 67 a 70).

Diversi esperti ritengono che il conteggio finale delle vittime nel 2018, considerando anche l’alto numero d’infortuni non mortali, possa essere superiore a quelli degli anni passati.

Va aggiunto che le stime si riferiscono, ovviamente, ai casi d’infortuni gravi e mortali denunciati e quindi conosciuti.

Tuttavia, non è difficile immaginare che esista una quota significativa di lavoratori in nero: una realtà sommersa in cui né i sindacati né le istituzioni preposte riescono a far luce.

Considerando questi numeri, si ha l’idea di un mondo del lavoro più simile a un fronte di guerra che a un ambiente sicuro e adeguato agli standard di sicurezza previsti per legge.

A questo proposito, si sconta l’assenza di un numero sufficiente d’ispettori del lavoro che dovrebbero controllare in maniera efficace i cantieri e i diversi luoghi di lavoro a rischio.

Invece, il numero degli ispettori è inferiore alle necessità e i controlli sono sporadici e non adeguati ad arginare una piaga sociale di queste proporzioni.

Negli ultimi dieci anni gli ispettori delle ASL sono passati da un organico di 5000 unità a poco meno dei 2000 attuali. Su di essi spetta il compito (impossibile) di controllare più di tre milioni d’imprese.

Il sistema di prevenzione e di verifica è così frammentato da rendere difficile qualsiasi forma di valutazione: troppe strutture sono competenti su diversi settori produttivi: ispettori del lavoro, vigili del fuoco, Ispels, Asl, Ministero dello Sviluppo economico, le Regioni.

Questo complesso e farraginoso meccanismo genera confusione, scarsa efficacia accompagnata ad una continua riduzione degli investimenti pubblici.

Si aggiunge, inoltre, un problema di natura culturale che porta alcuni imprenditori più cinici e voraci a licenziare quei lavoratori che rendono evidente la mancanza di adeguate misure di sicurezza in ambienti lavorativi ad alto rischio.

È urgente, dunque, uno slancio: la politica, i mezzi d’informazione e le istituzioni  hanno l’obbligo di lanciare una battaglia contro un’emergenza di queste proporzioni.

Potrebbe rappresentare un primo passo, in questa direzione, l’istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta per conoscere il numero effettivo di morti per infortuni sul lavoro in Italia, che troppo spesso sono sottostimati dalle statistiche ufficiali.

A questo va aggiunta una mobilitazione delle coscienze di tutti i cittadini che coinvolga anche le organizzazioni sindacali e il mondo dell’impresa, perché non è possibile che in Italia si continui a morire di lavoro.

 

Paolo D’Aleo

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