martedì, 25 Giugno, 2019

Muore l’ultimo testimone della Rivolta del Ghetto di Varsavia

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CRACOVIA – Cercarono in ogni modo, dentro al ghetto, di continuare il filo della vita di prima, fino ad organizzare la resistenza che diede vita, in una smisurata sproporzione di forze, alla prima rivolta armata contro i tedeschi sul suolo dell’Europa occupata dai nazisti.

Dal 19 aprile al 10 maggio 1943 tennero in scacco le soverchianti forze naziste che occupavano mezza Europa, con poche armi e molto coraggio. La rivolta iniziò quando fu loro chiaro che i treni che partivano dalla Umschlagplatz fossero diretti a Treblinka e che più di 300.000 loro compagni erano già volati in cielo in forma di cenere.

Lo ŻOB (Organizzazione ebraica per la lotta armata) era formato da un numero di circa 400 ragazzi e ragazze. I più giovani avevano tra i 14 ed i 15 anni ed erano accompagnanti da uno sparuto numero di vecchi – superavano questi di poco la trentina.

Alle sei del mattino di quel 19 aprile, nel periodo di Pesach, la Pasqua ebraica, una colonna di SS stava percorrendo via Nalewki, una delle arterie principali del ghetto, dirigendosi verso via Gęsia. In pochi secondi venne fatta bersaglio di colpi da arma da fuoco, granate e rudimentali molotov. I nazisti furono costretti ad indietreggiare e ad abbandonare l’area del ghetto. Alle 07.30 il comandante del presidio, il Brigadeführer Jürgen Stroop, venne informato che non solo i soldati nazisti non erano più presenti all’interno del ghetto ma che tra questi ci fossero anche delle vittime.

Preso il comando dell’operazione, supportato da più di 2000 soldati, Stropp cercò di entrare con la forza nel ghetto un’ora più tardi.

Fallito tuttavia il tentativo iniziò un’epica ed impari lotta che si protrasse per quasi un mese. La tattica degli insorti, una volta entrati in contatto con i soldati tedeschi, consisteva nel tenerli impegnati sparando dall’interno di una casa mentre una parte di essi, attraverso passaggi sotterranei, predisposti nel periodo precedente all’insurrezione, giungeva alle spalle del nemico prendendolo quindi tra due fuochi; i tedeschi tuttavia, dopo l’iniziale sorpresa, compresero tale tattica e Stroop diede ordine dapprima di fare uso di lanciafiamme e successivamente di inondare tutti i sotterranei.

La scarsità delle armi, il mancato aiuto dall’esterno, fecero si che, come una fiammella in mancanza di ossigeno, la resistenza perdesse ogni volta più forza. I nazisti presero a bruciare quindi in modo sistematico tutti gli edifici, ad inondare e chiudere i canali sotterranei rendendoli inutilizzabili, a snidare ad uno ad uno i covi dove i ribelli si nascondevano.

Il 16 maggio del 1943 Stroop annunciò che l’insurrezione era terminata, dichiarando che “il quartiere ebraico aveva cessato di esistere”. Come atto finale Himmler diede ordine di far saltare in aria la grande sinagoga di Varsavia, in via Tłomacki e costruita nel 1877.

Una settimana prima, l’8 maggio, uno dei capi della rivolta, Mordechai Anielewicz, quando comprese di essere irrimediabilmente accerchiato, si suicidò nel bunker di via MIła con gran parte del direttivo dello ZOB (Gruppo di lotta ebraico).

Pochi giorni fa, il 22 dicembre, a Gerusalemme, Simcha “Kazik” Rotem, l’ultimo sopravvissuto alla Rivolta del Ghetto di Varsavia del 1943, è morto all’età di 94 anni.

“La rivolta era fallita prima ancora che la iniziassimo. In fin dei conti si arrendevano ai nazisti gli eserciti di interi paesi d’Europa. Non credo che qualcuno di noi davvero credesse alla vittoria. Non era per questo che lottavamo. Eravamo coscienti di quanto ci attendeva. Non per nulla i nostri superiori non avevano preparato un piano di evacuazione. E avrebbero forse dovuto. Erano certi anche loro che ci attendesse la morte. Ma non è che, come si sostiene, lottassimo per una morte eroica – sono morti da eroi anche coloro che partirono da Umschlagplatz e morirono col gas, o di fame o per suicidio. Il nostro obbiettivo era di dimostrare che non volevamo farci portare alle camere a gas”.

Riuscì ad uscire dal ghetto la notte del 30 aprile ed a mettersi in contatto con Icchak Cukerman (Antek), uno dei capi dello ŻOB che sin dai primi giorni della rivolta si trovava nella zona ariana per cercare contatti con la resistenza polacca. “Non mi venne ordinato- ordini di questo genere non si danno. Grazie a mia madre – che era bionda – avevo un “buon aspetto”. Essendo cresciuto a Varsavia conoscevo molto la città e mi comportavo come un perfetto polacco”.

Grazie a conoscenti (si dice grazie a Witold Jòźwiak del partito comunista) riuscì ad entrare in contatto con i lavoratori delle fogne pubbliche i quali, ritenendolo un ordine della resistenza polacca, dovevano aiutarlo a rientrare nel ghetto.

Il suo obbiettivo era quello di portare fuori, attraverso i canali quante più persone. Solo qualche giorno prima Regina Lilit Fuden, di soli 21 anni, era riuscita a portare fuori più di 40 rivoltosi.

Dovevo avere davvero un forte spirito e una incredibile fortuna. Ma anche una certa visione della vita che quando si può aiutare qualcuno, lo si debba fare senza remore. Era da pazzi pensare di tornare in quell’inferno per chi da poco era riuscito miracolosamente ad uscirne. Queste pazzie si fanno quando si sa che non si possono lasciare indietro persone che si fidano di te, la cui vita dipende solo da te. E che se non avessi provato a salvarli non sarei stato un essere umano”.

Insieme a Rysiek Maselaman e guide polacche la cui fedeltà sembrava essere dubbia, scese quindi nei canali fognari sino alla via Zamenhofa. Qui, nella via dedicata ad uno dei varsaviani più famosi al mondo, inventore dell’Esperanto per favorire il dialogo come deterrente all’orrore, Kazik uscì da un tombino alla ricerca di qualche sopravvissuto dopo aver segnato con un gessetto la via di ritorno verso l’esterno. Ma nel bunker dove avrebbe dovuto cercare non c’era nessuno. I suoi compagni, per ordine di uno dei leader dello ŻOB Marek Edelman, si erano già a loro volta nascosti nei canali e vennero trovati solo alcune ore dopo.

Nei canali sotto la via di San Francesco si accumulano nell’arco di due giorni ogni volta di più prigionieri e lo spazio d’aria sotto il tombino è ogni volta più limitato. Nonostante l’ordine di rimanere insieme alcuni cercano ossigeno nei canali comunicanti, proprio mentre Kazik, uscito nel frattempo per organizzare la fuga nella zona ariana, tornava con un furgone.

Ci volle più di mezz’ora per far uscire tutte quelle persone sporche, sfinite e puzzolenti. Mancavano all’appello alcune persone ma Kazik decise che il furgone dovesse partire: “Mi sono recato ancora una volta verso il tombino, mi ricordo come fosse ieri. Guardavo in basso e chiedevo a gran voce se ci fosse ancora qualcuno. Nessuno rispose. Saltai sulla macchina ed ordinai di partire”.

Il camion pieno di ebrei sfilò per le vie di centrali di Varsavia in pieno giorno. Un vero e proprio miracolo agli occhi di Marek Edelmann, uno dei capi, che a distanza di anni, diventato chirurgo nella sua Łòdź, ricorderà quel giorno come uno dei più emozionanti della sua vita. Nonostante le difficoltà, e avendo lasciato indietro qualcuno, riuscirono a raggiungere i boschi di Łomianek.

Ho avuto la fortuna di conoscere entrambi i principali protagonisti di quelle vicende. Marek Edelmann in un incontro a Cracovia una decina di anni fa, poco prima che ci lasciasse nel 2009. Simcha “Kazik” Rotem a Gerusalemme, nel corso di un incontro pubblico.

Mi colpirono le sue parole: “Nessuno si colpevolizza per quello che accadde quel giorno tanto quanto il sottoscritto. Marek Edelmann era sdraiato nel furgone e non si intromise. Ed era la cosa migliore che potesse fare. Sapeva perfettamente che in quella circostanza ero la persona più adeguata a comprendere la situazione e a prendere decisioni. Nessuno mi può dire cosa sarebbe successo se avessimo atteso più a lungo davanti a quel tombino. Se chi mancava sarebbe arrivato… o se invece ci avrebbero scoperto i nazisti. Non lo so. So solo che tra chi non venne in superficie c’era anche Szlamek Szuster, il mio migliore amico…”

In un mondo che sta cambiando, che sta lentamente scivolando verso un crinale pericoloso, i testimoni di quel tempo se ne stando lentamente andando. Rimangono le loro storie, a modo loro eterne. E che vanno raccontate sperando che queste abbiano la forza di fermare il declino verso l’imbarbarimento che, ad oggi, sembra inarrestabile.

 

 

 

 

 

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