lunedì, 23 Novembre, 2020

Mussolini e Nenni, due destini incrociati

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Mussolini e Nenni, due uomini destinati a diventare due delle personalità più importanti della politica italiana dello scorso secolo. Il primo, dittatore del regime fascista, l’altro segretario del partito socialista, partito che nel 1946 risulterà essere il secondo più votato dagli Italiani. Questa è la storia di un rapporto amore-odio, la storia di due vite che si intrecceranno spesso, ma che il destino porrà infine su binari completamente opposti. Una storia insomma che assume a tratti, come ha affermato Paolo Mattera, le caratteristiche di una “tragedia Shakespeariana” piena di colpi di scena e di spunti di riflessione.

Entrambi provengono dalla Romagna, terra dalle forti passioni politiche, Mussolini nasce infatti a Predappio nel 1883, mentre Nenni a Faenza nel 1891. Tutti e due vivono i primi anni della loro vita in condizione di povertà ed entrambi sono chiusi in collegio da bambini e quindi sottoposti a una ferrea disciplina, cosa che infonderà in loro uno spirito ribelle e formerà irrimediabilmente i loro caratteri rivoluzionari. Pietro Nenni e Benito Mussolini si incontrano per la prima volta nel 1910, forse a Santa Sofia, ma quel che è certo è che sarà Forlì il luogo nel quale avranno modo di conoscersi bene, i due saranno addirittura vicini di casa. Questo è il modo in cui Nenni parlerà di Mussolini a Sergio Zavoli durante la trasmissione televisiva Rai Nascita di una dittatura: “Mussolini era un ribelle più che un rivoluzionario. Il suo egocentrismo lo portava a ricondurre a sé ogni azione e reazione, in bene o in male. Aveva una grande passione di comandare.” Nenni in quel momento è un membro del Pri, mentre Mussolini un membro del Psi, entrambi grandi “agitatori di folle”, come li ha definiti G. Tamburrano nella sua monografia Pietro Nenni.

 

Appartengono a due partiti, quello repubblicano e quello socialista, che si scontrano spesso in Romagna in quegli anni a causa di dissapori e rivalità, ma che alla fine nella sostanza hanno programmi politici con molti punti di contatto. Anche sul piano individuale i due giovani romagnoli hanno più cose che li uniscono di quelle che li dividono: entrambi rivoluzionari, antimonarchici e anticlericali. Furono così i punti in comune a prevalere sulle divergenze, tanto che nel 1911 Nenni e Mussolini unirono le forze per indire uno sciopero generale, che avrebbe visto i repubblicani e i socialisti manifestare insieme contro la guerra di Libia. Entrambi infuocarono le platee di Forlì gridando insieme “No alla guerra” e ammonendo che il conflitto non avrebbe portato altro che morte e miseria. La manifestazione durò dal 25 al 27 settembre e assunse subito un tono molto radicale. Furono insultati apertamente il governo Giolitti e la Monarchia. Addirittura si arrivò a sabotare anche le linee telegrafiche e ferroviarie per ostacolare in tutti i modi la partenza dei treni destinati a trasportare i soldati al fronte. Così dovette intervenire l’esercito che disperse i manifestanti e, siccome gli scontri proseguirono anche nei giorni a seguire, il prefetto di Forlì decise il 14 ottobre di arrestare i principali leader della protesta: Pietro Nenni, Benito Mussolini e Aurelio Lolli. Il mese successivo si concluse il processo che li condannò per attività sediziose a un anno di reclusione, pena che sarà poi commutata. Fu proprio in quell’occasione che, come ricorda R. De Felice (Mussolini il rivoluzionario), Mussolini pronuncerà davanti al tribunale la celebre frase: “Se mi assolverete mi farete piacere, ma se mi condannerete mi farete onore”. Ebbene “i giudici hanno preferito farci onore” commenterà ironicamente Nenni in Sei anni di guerra civile.

 

Furono così portati nel carcere di Forlì (in celle limitrofe) e poi anche in quello di S. Giovanni in Monte a Bologna dove i due condivisero la cella insieme. Fu quindi proprio in quell’occasione che Nenni e Mussolini divennero amici. Così Nenni commenta l’esperienza passata insieme in Sei anni di guerra civile: “Il carcere avvicina, fortifica l’amicizia. Mussolini ed io passavamo qualche ora del giorno nella stessa cella, giocando alle carte, leggendo e facendo progetti per l’avvenire. Il nostro autore preferito era Sorel. Questo scrittore, col suo disprezzo per i compromessi parlamentari e per il riformismo, ci ammaliava”. L’interesse comune per il sindacalismo rivoluzionario proposto da Sorel fu infatti un elemento di grande coesione fra i due, quasi imprescindibile. Dalla loro amicizia nacque di conseguenza anche l’amicizia tra le loro due mogli, Rachele e Carmen, che li venivano costantemente a trovare in carcere. Anche successivamente le due famiglie con le rispettive figlie si ritrovarono spesso, tanto che la prima figlia di Mussolini, Edda, si affezionò così tanto a Nenni da chiamarlo amorevolmente “zio Pietro”, come racconterà poi Carmen Nenni ad Arrigo Petacco (Storia bugiarda). Una volta usciti di galera, i due rivoluzionari furono acclamati come eroi dai loro compagni e divennero per la prima volta, grazie a quella tumultuosa manifestazione, due membri importanti su scala nazionale dei loro rispettivi partiti. Infatti così come Mussolini divenne “l’uomo nuovo” del Psi, come sottolinea R. De Felice (op.cit.), anche Nenni divenne ormai una figura indispensabile per il Pri.

Nel novembre del 1912 Mussolini fu nominato direttore dell’Avanti! e quindi si trasferì a Milano, mentre Nenni sempre nello stesso periodo divenne direttore del giornale
repubblicano La Voce trasferendosi a Jesi, ma questo non impedì affatto ai due di rivedersi.

 

Con lo scoppio della prima guerra mondiale partirono entrambi per il fronte, cosa che cambiò per sempre e in modo irreversibile sia l’uno che l’altro. Infatti Mussolini a causa delle sue nuove posizioni filo interventiste e favorevoli alla guerra, arrivò ad essere espulso dal partito socialista e da allora egli si avvicinò sempre di più agli ambienti nazionalisti e borghesi, rompendo progressivamente con i suoi ideali socialisti di gioventù. Dall’altra parte invece Nenni, inizialmente interventista, si dovette ricredere di fronte ai drammi umani della guerra. Nelle trincee inoltre maturò sempre di più in lui un progressivo avvicinamento verso gli ambienti socialisti. La svolta però avvenne solo quando, dopo la rottura con il Pri, nel 1921 aderì definitivamente al Psi. Al termine della guerra Mussolini decise di istituire i fasci di combattimento e di creare quindi una forza politica che conciliasse i suoi originari ideali socialisti con le nuove istanze guerrafondaie del nazionalismo. Ebbene tale esperimento fallì miseramente nelle elezioni del 1919, nelle quali il partito fascista fu duramente sconfitto e lo stesso Mussolini fu irriso dai suoi vecchi compagni di partito che lo ritenevano ormai politicamente un uomo morto; non compresero invece che quello sarebbe stato solo l’inizio. Infatti appena qualche mese dopo Mussolini effettuerà la svolta politica che lo condurrà ad allearsi con l’alta borghesia e i nazionalisti contro quelle masse proletarie scioperanti che tanto aveva difeso fino a non molto tempo prima, rigettando completamente i suoi valori socialisti. Nenni, seppur dopo una brevissima adesione ai neonati fasci di combattimento nel’19, ne uscì dopo qualche mese, comprendendone i risvolti violenti e antisocialisti. Fu in quel clima di crescente violenza da parte delle bande fasciste nel ‘20, ’21 e ’22 che in Nenni maturò un’avversione, almeno sul piano politico, nei confronti del suo ex-amico che non comprendeva più.

 

E’ veramente interessante notare come proprio negli anni in cui Mussolini rompeva con il Psi e con ogni ideale socialista, Nenni invece si avvicinava progressivamente a tale partito e al socialismo. E’ infatti nell’autunno del ’20 che ruppe ogni indugio e lasciò il Pri per entrare nel partito socialista qualche mese dopo. Così egli si trovò ben presto su posizioni diametralmente opposte a quelle di Mussolini. Quanto più infatti le violenze delle squadre fasciste venivano perpetrate, tanto più il suo attivismo politico antifascista e antiborghese crebbe.
Nel gennaio del 1922 avvenne il loro ultimo incontro faccia a faccia in occasione della conferenza internazionale tra i rappresentanti delle potenze vincitrici della prima guerra mondiale a Cannes in Francia, Nenni come corrispondente dell’Avanti! e Mussolini come corrispondente per il suo giornale Il Popolo d’Italia. Al termine della conferenza i due si incontrarono sul lungomare di Cannes al tramonto e trascorsero tutta la notte a parlare animatamente. Così Nenni ci descrive quell’incontro in Sei anni di guerra civile: “I due nottambuli parlavano del loro paese. Il destino li metteva per l’ultima volta l’uno davanti all’altro su di un piede di eguaglianza. Una vecchia amicizia, un’origine comune, molte battaglie combattute insieme; tale era il passato che li univa.

 

I loro ideali, le loro passioni, i loro sentimenti attuali, li opponevano violentemente”. Come ci racconta Nenni più avanti, tutti e due parlarono animatamente e davanti alle implicite richieste di Mussolini di non ostacolarlo ma semmai di unirsi a lui, Nenni andò dritto per la sua strada e gli rinfacciò tutte le sue contraddizioni politiche. Un incontro quello che entrambi capirono sarebbe stato definitivo. Compreso che non vi era più dialogo, i due si separarono: “L’uomo che se ne va (spalle larghe e volto volitivo) è Benito Mussolini, che sarà otto mesi più tardi il dittatore onnipotente dell’Italia, più in dipendenza degli errori dei suoi avversari, che per i suoi meriti” (op. cit.). Infatti nell’ottobre del 1922, in seguito alla Marcia su Roma, Mussolini diverrà presidente del consiglio e da lì inizierà inarrestabile il processo di scardinamento delle istituzioni democratiche al fine di instaurare un regime autocratico. Nel corso di quegli anni le violenze da parte delle squadre fasciste si intensificarono sempre di più, tanto che nel 1926 anche Nenni, oramai esponente di punta del Psi, venne minacciato e la sua casa messa sottosopra. A quel punto l’unica scelta possibile fu l’esilio. Così in quello stesso anno Nenni espatriò clandestinamente in Francia a Parigi. In quegli anni di esilio non si fermò mai, ma contribuì come prima e più di prima alla lotta antifascista, scrivendo articoli infuocati e pieni di ardore nei quali attaccava violentemente il regime fascista.
Egli divenne sempre più influente nel partito socialista, ormai riorganizza tosi all’estero, tanto che nel ’33 fu eletto segretario.

 

Allo scoppio della seconda guerra mondiale e dopo l’invasione della Francia da parte della Germania di Hitler nel 1940, Nenni fu costretto a fuggire insieme alla sua famiglia a sud verso i Pirenei nella Francia di Vichy, per sfuggire alle grinfie naziste. Lui e la sua famiglia riuscirono a farla franca a lungo, finché però nel giugno del ’42 la Gestapo non arrestò sua figlia Vittoria, in quanto figlia e moglie di pericolosi sovversivi. Vittoria, come vedremo poi in seguito, sarà portata in Germania e da lì ad Auschwitz. L’otto febbraio del 1943 invece sarà la volta di Nenni, il quale mentre stava rientrando a casa, venne ammanettato dalla Gestapo che lo portò prima a Vichy e poi nel carcere di Parigi. Gli viene comunicato sin dal principio però che egli è stato arrestato su ordine di Mussolini per essere consegnato a lui. Nenni in quei giorni difficili non capiva bene ciò che stava accadendo e che il suo ex- amico lo stava salvando da morte certa. Così Nenni, portato a Compiègne nel centro di smistamento dei deportati verso la Germania, fu subito preso da parte, gli fu detto che si trattava di un errore e non fu fatto salire sui treni, ma fu riportato indietro. Due mesi dopo fu condotto in Italia e infine confinato a Ponza per volere del Duce. Nel dopoguerra emergerà un inequivocabile documento della polizia fascista, nel quale si dice che Nenni è arrivato al Brennero e che viene disposto per lui l’ordine di mandarlo al carcere. Ma ciò che nel documento è importante è il timbro che porta in calce questa frase: “Presi gli ordini dal Duce” (ACS, DGPS, Pol. Pol. Fascicoli Personali, Serie B, fasc.9). Chiarissimo. Mussolini si fece consegnare Nenni dalla Gestapo per portarlo al sicuro in Italia, scavalcando le autorità tedesche e, allo stesso tempo, relegandolo direttamente al confino senza consultare nessuno, scavalcò anche il Tribunale Speciale.

 

Questa versione, come ricorda G. Tamburrano in Pietro Nenni, fu avvalorata in seguito anche dalla testimonianza di Rachele Guidi, moglie del Duce. Pure Carlo Silvestri, giornalista che ebbe modo di intrattenere colloqui confidenziali con Mussolini, dichiarò a D. Susmel nel ’47 che fu il Duce ad intervenire presso Hitler per sottrarre Nenni da morte certa. Nenni intuì che, se era riuscito a scamparla, dietro c’era lo zampino di Mussolini, ma in quel momento i suoi pensieri erano altrove: alla figlia Vittoria. Nenni nei suoi diari scrisse che spesso in quei giorni difficili aveva pensato di telegrafare a Mussolini, chiedendogli di intervenire per salvare anche la figlia di cui lui non aveva più notizie, ma poi desistette, poiché gli parve “un atto di viltà” e perché lui, coerentemente con se stesso, non volle mai piegarsi a chiedere aiuto a un nemico. Questa scelta dettata dall’orgoglio costituirà un grande rimorso per Nenni negli anni a venire. Infatti, quando nel maggio del ’45 apprenderà della terribile morte di Vittoria nei lager, egli entrerà in quello che poi avrebbe definito “l’incubo della mia vita”, ripetendo tra sé e sé nei diari “Se avessi telegrafato a Mussolini, sono sicuro che l’avrei salvata” (FPN, Archivio Nenni, Serie Carteggi 1945-1979, b. 45). La morte di Vittoria, sottolinea Antonio Tedesco, fu “una tragedia umana che segnerà indelebilmente la vita del leader socialista” (Vivà. La figlia di Pietro Nenni dalla Resistenza ad Auschwitz).

Ma torniamo a noi. E’ il 28 luglio 1943 e Nenni è confinato a Ponza da quasi due mesi. Sembra non si muova niente e che le ore passino senza che accada qualcosa di significativo. La storia sta però preparando per i due amici-nemici un ennesimo scherzo del destino. Il 25 luglio è appena caduto il regime fascista e Mussolini viene arrestato dal Re e da Badoglio che decidono di portarlo tre giorni dopo in un luogo sicuro e nascosto: Ponza. Il destino aveva deciso ancora una volta di far intrecciare le loro vite compiendo quella che Nenni in un’intervista Rai a Enzo Biagi (III B facciamo l’appello) definirà una sorta di “nemesi della storia”. Nenni intravide l’incrociatore che stava portando il Duce sull’isola di Ponza e di lì a poco vide anche Mussolini in persona, provato e visibilmente agitato. Un incontro quello “avvenuto con il binocolo” in quanto erano impossibilitati a vedersi faccia a faccia poiché tutti e due detenuti. Chi sa se entrambi in quei giorni non abbiano pensato, anche solo per un istante, di chiudere gli occhi e immaginarsi di tornare a quel 1911, quando giovanissimi avevano condiviso la cella insieme, e sognare solo per un attimo di buttare alle spalle tutto quel che era accaduto in quegli ultimi anni e tutto ciò che li aveva divisi profondamente.
Non lo sapremo mai. Quello che sappiamo è solo che il cinque agosto Nenni viene rilasciato dalle autorità, in quanto il regime è crollato, e lascia Ponza. Mussolini invece rimane ancora qualche giorno là prima di essere trasferito sul Gran Sasso dove verrà successivamente liberato dai Tedeschi. Furono quelli dal ’43 al ’45 anni veramente difficili per l’Italia: gli anni dell’occupazione nazista e della resistenza partigiana. Anni di “guerra patriottica, guerra civile e guerra di classe”, come ha affermato Claudio Pavone (Una guerra civile). I due amici-nemici si ritrovarono di nuovo come prima su posizioni diametralmente opposte. Da una parte Mussolini fondò la Repubblica Sociale Italiana alleata dei nazisti, dall’altra Nenni collaborò attivamente con la resistenza. Tutto si concluse con la sconfitta dell’esercito nazi-fascista e la morte di Mussolini avvenuta il 28 aprile 1945. Nenni verrà a conoscenza della morte del suo ex-amico di gioventù in quello stesso giorno a Roma nella redazione dell’Avanti!. Sandro Pertini, che in quel momento era con lui, raccontò successivamente al giornalista Arrigo Petacco (op. cit.) che “Nenni aveva gli occhi rossi, era molto commosso, ma volle ugualmente dettare il titolo (sulla prima pagina dell’Avanti!): Giustizia è fatta”. Nonostante sul piano politico la morte di Mussolini e la caduta del regime rappresentassero per lui una vittoria, sul piano umano invece quel lutto rimaneva un dispiacere. Tanto che pure Mino Caudana negli anni a seguire parlerà di un Nenni turbato, che quel giorno, avendo saputo della morte di Mussolini e degli avvenimenti di Piazzale Loreto, esclamerà in dialetto romagnolo una sola parola: “Puvret!”, poveretto. Episodio questo che è ben ricordato in Fiori per io di Gianna Preda.

 

Possiamo ben immaginare quanto sia stato difficile per entrambi quel rapporto che non si può definire né di amicizia, né di odio. Penso che alla fine il modo migliore per sintetizzare il loro rapporto sia attraverso la formula di A. Mazzuca e L. Foglietta che li definisce “politicamente nemici ma umanamente amici”. Oriana Fallaci in Intervista con la storia confermerà il fatto che Nenni in privato soleva parlare del suo amico-nemico con una certa “tenerezza”, cosa che gli conferiva un tratto di grande umanità. Chi sa quanto sia costato a entrambi, davanti all’opinione pubblica, doversi comportare come avversari, quando in fondo rimanevano ancora i segni di un passato che li univa. Nenni non chiese mai aiuto a Mussolini nel momento del bisogno e l’unica volta in cui quest’ultimo lo aiutò salvandogli la vita fu solo per iniziativa sua personale. Favore che in qualche modo Nenni restituì a Mussolini, aiutando sua figlia Edda nel dopoguerra e garantendole anche, che avrebbe fatto il possibile affinché la salma del padre fosse portata a Predappio nella tomba di famiglia. Sergio Zavoli testimoniò l’incontro tra Edda Mussolini e Pietro Nenni, avvenuto nella casa di quest’ultimo alla fine del ’47 in Il ragazzo che io fui. Zavoli si era recato per un’intervista nella nuova casa di Nenni in piazza Adriana a Roma e proprio lì poté scorgere nella penombra una donna che riuscì a riconoscere: la figlia di Mussolini. Egli fu colpito dal fatto che nonostante tutto Nenni non si curò di quel che l’opinione pubblica avrebbe potuto borbottare, ma accolse e aiutò senza farsi problemi quella povera donna senza più un marito, un padre e scansata da tutti per ovvi motivi politici. In quegli anni del dopoguerra Nenni, dopo un lungo e difficile periodo di militanza, è oramai il leader del partito socialista (PSIUP), che proprio nel ’46 sarà il secondo più votato dagli Italiani. Egli contribuì in modo significativo alla politica italiana del dopo guerra e specialmente alla vittoria di quello che era stato il suo sogno di gioventù: la Repubblica.

A conclusione posso dire quindi che Nenni è ad oggi un esempio perfetto che la Storia ci offre, dandoci come modello un uomo che nonostante ogni avversità è rimasto fedele ai suoi ideali fino in fondo, senza mai scendere a compromessi o chiedere aiuto al suo vecchio amico-nemico Benito Mussolini, ma rimanendo saldo nei suoi valori. E alla fine è questo che conta nella vita: combattere per i propri ideali fino in fondo con spirito ottimista. Con lo spirito ottimista di chi sa che alla fine dei conti prima o poi la Storia premierà gli uomini integerrimi e saldi nei propri principi e lascerà da parte tutti gli altri, tramutando i vinti di oggi in vincitori di domani.

 

Francesco Marcelli

(Instoria)

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