giovedì, 9 Luglio, 2020

Mussolini esita mentre i dirigenti socialisti disprezzano l’impresa

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Fiume la rivoluzione ardita e tradita. Parte 4

La prima fase della Rivoluzione Fiumana, come abbiamo già visto, fallì prima ancora di attuarsi per mancanza di tempestività e per fortissime pressioni di ambienti massonici, soprattutto quelli legati alla monarchia.
Ma anche altri tradirono l’intento rivoluzionario, primo tra tutti, Mussolini che non credette mai alla rivoluzione di Fiume sia perché realisticamente considerava che l’ostilità dell’ambiente militare non avrebbe reso possibile estenderla al resto d’Italia sia perché egli mai accettò di non essere protagonista assoluto di ogni eventuale azione rivoluzionaria.
Così quando, subito dopo l’impresa, d’Annunzio gli scrisse chiedendogli cosa stava facendo, egli, in modo anche “poco ortodosso”, pubblicò la lettera ma, con un abile fotomontaggio poi smascherato dagli storici, la fece emendare dalle espressioni più “forti e colorite”. La presentiamo integralmente con le parti emendate da Mussolini evidenziate in neretto.
uscì sulle colonne del Popolo d’Italia il 20 settembre.
Mio caro Mussolini,

mi stupisco di voi e del popolo italiano
Io ho rischiato tutto, ho fatto tutto, ho avuto tutto. Sono padrone di Fiume, del territorio, d’una parte della linea d’armistizio, delle navi; e dei soldati che non vogliono obbedire se non a me. Non c’è nulla da fare contro di me. Nessuno può togliermi di qui. Ho Fiume; tengo Fiume finché vivo, inoppugnabilmente
E voi tremate di paura! Vi lasciate mettere sul collo il piede porcino del più abietto truffatore che abbia mai illustrato la storia del canagliume universale. Qualunque altro paese – anche la Lapponia – avrebbe rovesciato quell’uomo, quegli uomini. E voi state lì a cianciare, mentre noi lottiamo d’attimo in attimo, con un’energia che fa di quest’impresa la più bella dopo la dipartita dei Mille. Dove sono i combattenti, gli arditi, i futuristi?
Io ho tutti soldati qui, tutti soldati in uniforme, di tutte le armi. E’ un’impresa di regolari. E non ci aiutate nemmeno con sottoscrizioni e collette. Dobbiamo fare tutto da noi, con la nostra povertà. Svegliatevi! E vergognatevi anche!
Se almeno mezza Italia somigliasse ai Fiumani, avremmo dominio del mondo. Ma Fiume non è se non una cima solitaria dell’eroismo, dove sarà dolce morire ricevendo un ultimo sorso della sua acqua.

Non c’è proprio nulla da sperare? E le vostre promesse? Bucate almeno la pancia che vi opprime, e sgonfiatela. Altrimenti verrò io quando avrò consolidato il mio potere. Ma non vi guarderò in faccia.
Su! Scotetevi, pigri dell’eterna siesta. Io non dormo da sei notti; e la febbre mi divora.
Ma sto in piedi. E domandate come, a chi m’ha visto. Alalà!
Gabriele D’Annunzio.

Mussolini, con il suo giornale promosse anche una sottoscrizione per Fiume che nel marzo del 1920 raggiunse la ragguardevole somma di tre milioni di lire di allora, somma che si avvicina a più di dieci milioni di euro attuali, ma proprio due suoi ex redattori: Arturo Rossato e Giovanni Capodivacca lanciarono sul Duce accuse infamanti di essersi appropriato, per fini suoi e del suo movimento dei fasci, di una parte cospicua dei fondi destinati a Fiume, con i quali aveva poi finanziato le sue squadre di azione necessarie a presidiare il suo giornale il Popolo d’Italia. Nella sua linea difensiva abbiamo il documento che conferma il fatto che tra i vari che cercarono di dissuadere d’Annunzio a marciare su Roma, ci fu lo stesso Mussolini, il quale affermò in quella circostanza quanto segue: “Il Rossato sa che ora tra quelli che hanno sconsigliato la marcia all’interno a d’Annunzio ci sono io. Tanto è vero che a Fiume vi è una specie di club di repubblicani pregiudiziaioli, guidato dal Briganti, che per poco non mi accusano perché sanno che io anche prima del 16 novembre ho sconsigliato, le lettere le ha d’Annunzio, qualsiasi marcia all’interno sostenendo questo criterio: che mentre stava per pronunziarsi la volontà popolare, l’interrompere questo corso con un gesto di violenza avrebbe fatto più male che bene. Questo lo dissi a d’Annunzio nel colloquio che io ebbi con lui a Fiume, mi pare verso il 9 o 10 ottobre. Dopo il 16 novembre (data delle elezioni politiche) la proposta di una marcia verso l’interno fu di nuovo sconsigliata da me con una lettera..”
Fu in ogni caso lo stesso d’Annunzio, a cui l’appoggio di Mussolini serviva molto per mantenere i contatti in Italia, con alcune sue lettere, a scagionarlo, o meglio a giustificarlo per l’accusa di avere dirottato i fondi per Fiume verso le incombenze preelettorali dei Fasci di Combattimento, anche se essi servirono a ben poco, dato il fiasco che subì in quella occasione la lista fascista.
Gli eventi successivi videro Badoglio essere investito della responsabilità di disinnescare definitivamente il meccanismo rivoluzionario fiumano, quale fosse il suo intendimento in quei mesi della fine del 1919 ce lo racconta lui stesso nel suo libro “Rivelazioni su Fiume”
Egli voleva evitare che si spargesse sangue fraterno, cercò per questo di perfezionare il blocco di terra, rafforzando quello navale, lanciò un bando per intimare agli ufficiali e soldati di rientrare nei rispettivi reparti di provenienza, fece in modo di affrettare l’imbarco delle truppe alleate affinché lasciassero rapidamente Fiume, si adoperò per ispezionare le truppe regie regolari che costituivano la linea di blocco della città, esortandole a reagire ad ogni tentativo di diserzione a vantaggio delle milizie fiumane, e infine fece sorvegliare la “linea di armistizio” affinché fosse scongiurata ogni eventuale infiltrazione di forze jugoslave per respingere ogni eventuale tentativo di aggressione.
Badoglio ebbe rapporti cortesi con d’Annunzio e comunque si adoperò sin dall’inizio per dissuadere il Vate da ogni azione violenta da intraprendere nel territorio italiano, facendogli intendere che avrebbe avuto l’opinione pubblica contro e che lui avrebbe senz’altro reagito con molta fermezza, usando tutte le armi contro ogni tentativo di superare la linea di blocco.

La strategia adottata da Badoglio era dunque di fatto alquanto “morbida” e cercava di aggirare l’ostacolo per arrivare infine ad un accordo, che vedremo sarà denominato “modus vivendi”, che avesse da una parte l’assenso della popolazione e del Consiglio Nazionale, e dall’altra contribuisse ad isolare d’Annunzio e gli elementi più rivoluzionari che ruotavano intorno a lui, dall’ Italia e dalla popolazione fiumana.
Badoglio ebbe quindi come intento 1) quello di mostrare al Consiglio Nazionale e alla cittadinanza gli eventuali vantaggi che avrebbe presentato il progetto di uno stato autonomo per Fiume, 2) quello di continuare a dialogare con d’Annunzio con molta pazienza, evitando contrasti definitivi ed irrimediabili 3) quello di rassicurare ufficiali e soldati che avevano defezionato a Fiume che il governo non avrebbe preso provvedimenti rigorosi a loro carico e infine 4) quello più importante che, pur non essendo annessa all’Italia, Fiume avrebbe mantenuto una continuità territoriale con la madrepatria.
Nel frattempo il blocco, in ogni caso, continuava a creare non pochi problemi di approvvigionamento alla città e d’Annunzio insieme ai suoi collaboratori, in particolare Keller e Mario Magri, decise di organizzare una sorta di “Ufficio Colpi di Mano”, destinato ad azioni di pirateria soprattutto verso convogli navali e ferroviari che sarebbero stati possibili soprattutto grazie alla collaborazione di Giulietti che era a capo del potente sindacato dei marittimi, e con i ferrovieri in larghissima parte favorevoli alla causa rivoluzionaria fiumana. Questo ci fa ben pensare che se l’azione fosse stata decisa sin dall’inizio, grazie all’appoggio di convogli ferroviari e di navi, raggiungere in breve tempo Roma e senza nemmeno dover combattere molto, sarebbe stato possibile.

Molti sanno che d’Annunzio “battezzò” questi suoi Arditi dediti alla pirateria, “Uscocchi”, ma pochi ricordano che il primo nome che egli dette loro fu quello di “Arditi Garibaldini”, quasi a sottolineare la continuità storica e diremmo anche “morale” dell’arditismo rispetto al garibaldinismo. A testimoniare la continuità tra impresa fiumana e spedizioni garibaldine vi è proprio la presenza a Fiume, tra i legionari di d’Annunzio, di alcuni veterani garibaldini con tanto di camicia rossa. Ce lo ricorda il figlio di uno di loro nel libro che scrisse in onore del padre.
“Taluni – come i garibaldini – rinnovarono a Fiume una tradizione che si riteneva superata. Ve n’erano in particolare due – già vecchi – che avevano indossata la camicia rossa della loro giovinezza per riviverla in un ambiente di animoso fervore che ricordava loro i primi moti del Risorgimento. i due veterani rappresentanti della continuità della tradizione dei volontari che combattevano ovunque per una giusta causa ebbero dai legionari la più affettuosa e deferente accoglienza. Si chiamavano Salvatore Gramignani e Giuseppe Ricietti, ed avevano entrambi superato i 70 anni. Il primo era sottotenente, l’altro era stato nominato Aiutante di battaglia, ed aggregati entrambi ai bersaglieri di Fiume…Un illustre vecchio che si fece legionario fin dai primi mesi dell’impresa fu il Sen. Pullé, che aveva combattuto con Garibaldi nel 1866 e l’anno dopo a Mentana…”
L’azione più eclatante degli “Arditi Garibaldini” o “Uscocchi”, svoltasi nei primi giorni di ottobre del 1919, fu il sequestro della nave Persia, che alcuni storici si ostinano a credere fosse diretta in Cina, come effettivamente il governo di allora voleva far intendere.
Pare invece assodato da una precisa testimonianza che la nave, in realtà, fosse diretta proprio a Vladivostok, passando per il canale di Suez. A ricordarlo infatti è lo stesso Giulietti, responsabile della marina fiumana, il quale si prese tutte le responsabilità del dirottamento: “In mare è avvenuto quel che doveva avvenire. I nostri compagni presero la direzione della nave e invece di far rotta per il Canale di Suez, andarono a Fiume. Perciò il Persia non è stato catturato. Il Persia, carico di armi, munizioni e viveri contro il proletariato russo, è stato condotto volontariamente a Fiume dai nostri rappresentanti” Questa notizia, per altro, fu confermata in un suo discorso alla Camera del 12 dicembre 1919 in cui lo stesso Giulietti argomenta con molta precisione perché il Persia non poteva andare in Cina: “Come è mai possibile che con questi chiari di luna la Cina acquisti per 20 milioni di lire in oro di materiale bellico in Italia? Non era verosimile, tanto più che l’ultimo porto’ che il Persia avrebbe dovuto toccare non era cinese, ma russo e precisamente Vladivostok.”

Abbiamo poi anche altri riscontri a demolire la cosiddetta “destinazione cinese”
Ecco un documento straordinario, che risale al 1919, quando Serrati, a capo del PSI, predicava a parole la “solidarietà proletaria” e l’esempio rivoluzionario sovietico, non solo senza fare nulla di concreto per estendere quella rivoluzione in Italia, ma anche ostacolando chi quella solidarietà la praticava concretamente da Fiume, essendo ostile a coloro che portavano aiuti alle armate bianche controrivoluzionarie e riconoscendo ufficialmente l’esistenza della nazione sovietica mentre altri la combattevano. Stesso dicasi per la Confederazione Generale del Lavoro, che fu la massima responsabile della fine delle occupazioni delle fabbriche e che impedì, in accordo con Giolitti, che quella fase si trasformasse in una rivoluzione vera e propria, magari saldandosi con quella fiumana
Questo documento che qui oggi pubblichiamo integralmente, è dell’ottobre 1919 e proviene dal libro tuttora insuperabile di Ferdinando Gerra sull’impresa di Fiume che rimanda ad un altro libro di Tom Antongini su “Gli allegri filibustieri di d’Annunzio”.
In parte è stato già menzionato in varie opere, ma, nella sua integrità, chiarisce senza ombra di dubbio la dinamica dell’evento, fugando, tra l’altro, ogni ipotesi che la nave Persia fosse diretta in Cina, perché ciò faceva parte solo di una abile strategia di depistaggio. La comunicazione è a firma del capitano Giulietti, responsabile della marina fiumana e personaggio di spicco della Federazione dei Lavoratori del Mare.
“Il Giornale d’Italia del 10 corrente, pubblica in prima pagina, quarta edizione, la seguente notizia ricevuta da Fiume: – Stamane dall’alto dei Lussini, venne catturato il piroscafo lloydiano Persia, carico d’armi e munizioni. Dopo che avrà scaricato il detto materiale da guerra, il piroscafo sarà restituito al governo.- La notizia non è esatta. Ma poiché i giornali l’hanno data, siamo costretti, per rettificarla, di rompere il silenzio che ci eravamo imposto. La verità è questa.
Il piroscafo Persia è quel tale che a La Spezia ha caricato munizioni e viveri da trasportarsi in Russia. In difesa del proletariato russo abbiamo fatto del nostro meglio per impedire tale trasporto. Nel compiere questo nostro dovere abbiamo incontrato, per ragioni ancora non chiare, l’ostilità dei dirigenti de l’Avanti!; la Confederazione Generale del Lavoro, invitata da noi ad intervenire presso il governo per farci ottenere la libertà di andare a bordo del Persia non si è fatta viva. Il governo, però, in seguito al nostro comunicato del 24 settembre del 1919, invitante la Confederazione Generale del Lavoro a ricorrere magari allo sciopero generale per eliminare l’inibizione governativa che ci impediva di mantenere il contatto con l’equipaggio del Persia, ha tolto tale inibizione appena il piroscafo dall’arsenale di La Spezia passò in rada.
Al momento della partenza riuscimmo a completare l’equipaggio con un nostro segretario e a stabilire per ogni buon fine, nel contratto di arruolamento, che il carico sarebbe sbarcato in porti cinesi e non russi.
La nave da Spezia andò a Messina ove imbarcò commestibili. A Messina mediante il segretario imbarcato a La Spezia, imbarcarono tre nostri fiduciari fra i quali un altro segretario federale. In mare è avvenuto quello che doveva avvenire. I nostri compagni presero la direzione della nave e invece di far rotta per il canale di Suez andarono a Fiume. Perciò non è vero che il Persia sia stato catturato. Il Persia, carico di armi, munizioni e viveri contro il proletariato russo, è stato invece condotto volontariamente a Fume dai nostri rappresentanti. I mezzi che dovevano servire a combattere la libertà del popolo russo serviranno per la libertà e per la redenzione del popolo fiumano. La nostra azione è in perfetta concordanza e continuazione coll’azione che abbiamo svolto dall’inizio del conflitto europeo per la libertà e per la difesa di tutti i popoli contro ogni sorta di nazionalismo, capitalismo e militarismo. Manovriamo all’infuori di ogni partito e di ogni setta. D’Annunzio e Nitti sono per noi due uomini come gli altri, inquantocché tutti gli uomini sono uguali di fronte all’alterna vicenda del dolore e del piacere che regola la vita. Lavoriamo non per questo o per quell’uomo di governo, ma per un’idea di giustizia umana che ci fa amare il nostro prossimo come noi stessi, senza distinzione di nazione e di classe. Ai rivoluzionari a parole, ai settari di ogni parte, ai tristi che in questi giorni sui giornali di diverso colore attaccano stupidamente la nostra opera, mostriamo il piroscafo Persia là nel porto di Fiume colla bandiera federale marinara a bordo. A suo tempo, quando non vi sarà censura, daremo ampio resoconto dell’avvenimento, additando all’ammirazione del proletariato i nomi dei valorosi compagni che a bordo del Persia hanno scritto una trionfale pagina della storia marinara”
Genova 10 ottobre 1919

La risposta che d’Annunzio dette a Giulietti è inequivocabile:
“La bandiera dei Lavoratori del Mare issata all’albero di maestra quando la nave Persia stava per entrare nel porto di Fiume col suo carico sospetto, confermò non soltanto la santità ma l’universalità della nostra causa.
La Federazione, dopo averci arditamente mostrato il suo consenso e dato il suo aiuto, ci fornisce armi per la giustizia, armi per la libertà, togliendole a reazioni oscure contro un altro popolo, non confessate
Teniamo le armi e teniamo la nave…”
D’Annunzio conclude chiamando i protagonisti dell’impresa “Arditi Garibaldini”, e ringraziandoli come tali alla fine della lettera.

Le settimane che passavano però non erano certamente a favore di d’Annunzio, dato che, nel frattempo, Badoglio si rivelò abile giocatore di scacchi nel preparare bene le sue mosse, contando in particolare su alcuni fatti che, con il prosieguo degli eventi, giocarono a suo favore. Il primo era la stessa necessità di d’Annunzio di arrivare ad una soluzione, il secondo la situazione della disoccupazione e della crisi economica che investiva la classe operaia, i cantieri della città e le fabbriche, il terzo era che molti ufficiali si presentavano con il passare del tempo sempre più incerti e scettici nel merito delle prospettive di resistenza e di cambiamento rivoluzionario, anche solo confinato a Fiume, e infine il fatto che il dialogo con d’Annunzio restava comunque aperto e poteva essere in qualche modo indirizzato verso una soluzione di compromesso.

Ogni soluzione concordata però sembrò dover naufragare di fronte alla necessità che il governo Nitti manifestò in continuazione che d’Annunzio con il suoi legionari dovessero lasciare Fiume. Il progetto Tittoni, che prevedeva appunto lo status di città autonoma per Fiume, era inoltre subordinato alla sua accettazione da parte del presidente americano Wilson e questo per il Vate e per i suoi legionari era un altro elemento che lo rendeva alquanto odioso.

A precisare lo scopo e gli intenti dei movimenti del Vate verso la Dalmazia, i quali facevano parte di un piano di liberazione dall’imperialismo della Lega delle Nazioni e non erano affatto rivolti ad espanderne uno italiano, abbiamo un volantino molto importante soprattutto per fugare le perduranti accuse e di nazionalismo espansivo che ancora vengono rivolte a d’Annunzio da certi storici, il quale è tuttora conservato in una mostra al Vittoriale, esso reca il titolo: «Pucanstvu Hrvatske i reckog zaledja!» [Popolo Croato e gente dell’entroterra!] fu pubblicato anonimo il 6 ottobre 1919, parzialmente e in traduzione italiana, l’8 ottobre su IL GIORNALE D’ITALIA, a firma del Comando di Fiume. E’ un testo decisivo in cui è rivendicata l’idea di Fiume come città multietnica contro le mire e gli interessi del capitalismo mondiale, rappresentati da una Lega delle Nazioni del tutto fallimentare che non farà altro che preparare il terreno per un’altra più rovinosa guerra mondiale. In esso il richiamo al concetto latino di civitas, a matrice romana ma a vocazione universalistica, è particolarmente evidente e si palesa la sua appartenenza più ad una dimensione culturale inclusiva del diritto delle genti che a quella del ferreo dominio del capitalismo imperialista. Tra le righe si capisce bene che l’autore è il Vate nel suo stile inconfondibile anche se “croatizzato”: ecco il testo, forse mai pubblicato integralmente prima in italiano, che ci è stato tradotto gentilmente da Ilaria Rocchi a cui va il nostro ringraziamento, e che abbiamo solo leggermente “rifinito” per non far torto allo stile dannunziano:

POPOLO CROATO E DELL’ENTROTERRA FIUMANO!
È giunto il momento di dir la verità, la quale trascende i governi che la tengono nascosta ai cittadini per paura o interesse.
I popoli italiano e croato sono vittime di un infernale intrigo finanziario che mira a mantenerli nemici, seminando fra di loro malintesi e menzogne, allo scopo di sfruttarli entrambi.
L’Adriatico è un mare latino sul quale gli Slavi hanno pieno diritto di libero sbocco economico per i loro commerci, e l’Italia è lieta non solo di concedere, ma di assicurare e proteggere, con la sua potenza militare e civile, la libertà di tale afflusso da tutte le stirpi dell’entroterra. Perciò Italiani e Slavi hanno l’urgente interesse comune d’impedire che altre nazioni non adriatiche si insedino in un mare ad esse estraneo, turbandone la prosperità e l’armonia.
Ecco, oggi questo pericolo è più prossimo, è più vicino sotto l’egida dell’artificiosa “Lega delle Nazioni”, che pretenderebbe imporre il suo dominio sul porto fiumano. Una Lega dalla quale i popoli sono esclusi, che non ha mai saputo difendere le minoranze, perché è stata fondata dai circoli internazionali dei banchieri sionisti, per mascherare le loro mire speculative rivolte contro tutti i popoli del mondo.
Sono quegli affaristi senza scrupoli che hanno avvelenato i rapporti tra Italiani e Slavi, che hanno presentato l’Italia come un Paese assetato delle vostre terre e ricchezze, un’Italia che vorrebbe Fiume solamente per annientare i vostri commerci marittimi chiudendo il porto, che finora ha servito voi e i vostri popoli che si trovano nell’entroterra.

L’Italia, forte della sua vittoria e generosa con tutti, non cerca altro che il trionfo del diritto geografico e linguistico, per unire i suoi fratelli irredenti di Fiume e dell’Adriatico all’interno dei suoi confini naturali, escludendo qualsiasi volontà di offesa degli Slavi verso l’Italia e dell’Italia verso gli Slavi.
L’Italia, e per lei il Comandante Gabriele d’Annunzio e il Consiglio Nazionale a Fiume, ha deciso di difendere contro tutto e contro tutti l’annessione alla Madre Patria di questa città tra le più italiane, proclamata lo scorso anno con un plebiscito ma, al contempo, è pronta ad assicurare le più sincere e le più estese garanzie di libertà di circolazione e sviluppo dei commerci per le vostre merci.

L’Italia vuole così, e nell’interesse della stessa Fiume, consolidare la pace con tutti i popoli danubiani, inclusi i Croati, inoltre l’Italia guarderà con favore alla costruzione di nuovi porti slavi nel Quarnaro a sud di Fiume.
Le garanzie che vi offre e vi darà l’Italia, saranno sempre più liberali e più durevoli – perché difese da un grande popolo – rispetto a quelle promesse dall’effimera Lega dei banchieri cosmopoliti. Loro sono riusciti, in accordo con il vostro governo, a intrappolare la vostra indipendenza economica e allo stesso tempo a sottrarvi anche quella politica, per cui sono già padroni delle vostre industrie, banche, ferrovie, così come delle vostre terre. Si sono accaparrati tutto ciò che è vostro, anzi controllano anche i giornali, l’opinione pubblica, il governo e il futuro.

Oggi quei banchieri, inviperiti perché l’Italia di d’Annunzio rifiuta di vendersi anch’essa, vi spingono a violare i nostri diritti per meglio calpestare anche i vostri, minacciando lo scoppio di un’altra guerra che possa immiserirvi dentro il loro mercimonio, vorrebbero con il vostro aiuto sottrarre Fiume all’Italia, però non per assegnarla a voi, bensì per imporle il loro monopolio.
Ribellatevi dunque, o popoli della Croazia, contro l’intrigo che vi sfrutta! Pretendete dal vostro governo di non essere un’ arma nelle mani degli stranieri.

Riconoscete i diritti dell’Italia, affinché l’Italia riconosca i vostri e per sradicare ogni incomprensione tra noi.
Viva Fiume italiana! Viva l’Adriatico autenticamente libero! Viva la pace Italo-Slava foriera di una comune prosperità!”

Nonostante ciò, la situazione ristagnava alquanto, d’Annunzio con i suoi legionari decisero così di alzare il tiro, dirigendosi a Zara, soprattutto per cercare altri alleati alla causa fiumana e per estenderla almeno nella Dalmazia.

A Zara dal settembre del 1919 era stato mobilitato per presidiare la città, anch’essa allora a maggioranza italiana, il battaglione di volontari “Francesco Rismondo” riconoscibile come “fiamme azzurre”, inquadrato in quattro compagnie, intitolate rispettivamente a Oberdan, Sauro, Battisti, e Filzi, assieme al Nucleo Mitraglieri denominato Pier Fortunato Calvi.

Lo scopo del blitz di d’Annunzio, che vi giunse via mare, era quello di fare di Zara il centro nevralgico della resistenza dalmata, sebbene la città fosse assediata dai serbi. Essa era sotto il comando dell’ammiraglio Millo, il quale aveva il controllo di buona parte della marina italiana dislocata in Dalmazia e, da quando si era insediato nella città dalmata, non aveva fatto altro che accogliere in essa una fila crescente di profughi italiani che vi erano giunti da tutta la Dalmazia e che erano stati respinti dai serbi.
D’Annunzio aveva due scopi: il primo era quello di assicurarsi che Millo fosse fedele alla causa fiumana, per poter contare anche sul suo appoggio navale, il secondo era quello di poter utilizzare in prospettiva Zara come base di lancio per una avanzata verso tutto il resto della Dalmazia settentrionale, per altro promessa all’Italia dal Patto di Londra.

Tale intento, almeno allora, sembrò raggiunto piuttosto agevolmente, sia perché la popolazione cittadina accolse il Vate con un tripudio di bandiere e di grida di entusiasmo, sia perché lo stesso ammiraglio Millo giurò fedeltà a d’Annunzio e telegrafò persino a Roma con il seguente comunicato: “Ho dato la mia parola di soldato che la Dalmazia del Patto di Londra non sarà abbandonata”. Purtroppo, come vedremo alla fine dell’epopea fiumana, questa parola sarà tragicamente infranta.
Due giorni dopo tale blitz, che avvenne il 14 novembre del 1919, ci furono in Italia le elezioni politiche che videro il trionfo del Partito Socialista e l’avanzata dei popolari.

Spesso, parlando dei periodi successivi ed inerenti all’avvento del fascismo, si mettono giustamente in risalto le intimidazioni e le violenze delle squadre fasciste verso i loro oppositori in campagna elettorale, ma ad inaugurare nel dopoguerra questa tristissima e becera pratica in periodo preelettorale pochi considerano che furono proprio i socialisti, e ne abbiamo tuttora le testimonianze tratte dai giornali dell’epoca.

Prendiamo ad esempio un articolo del 13 novembre del Corriere il quale riporta dei fatti avvenuti in Lomellina: “I socialisti già padroni del campo, intendono esercitare il loro dominio in modo assoluto e non permettono che i candidati degli altri partiti abbiano a esporre il loro programmi. Così nella maggior parte dei comuni lomellini non si poterono, se non dai socialisti ufficiali, tenere comizi pubblici, ora si tentano di impedire anche i comizi privati.

A Mede Lomellina i candidati del partito liberale-democratico: avv. Fontana, colonnello Castoldi e dott. Pezza avevano indetta una riunione per invito, nel teatro. I socialisti occuparono le adiacenze di questo per impedire il passaggio agli oratori e agli invitati e poiché i candidati riuscirono ad entrare nel locale, i socialisti ne forzarono le porte e fecero tale schiamazzo da impedire ogni discorso. Quando i candidati uscirono, furono accolti da fitta sassaiola e l’avv. Baini che li accompagnava venne percosso violentemente e buttato a terra. Fu raccolto svenuto e trasportato in albergo. Il candidato avv. Fontana fu colpito da un ciottolo ad una spalla….A Mortara si doveva tenere ieri sera un comizio, oratori l’avv. Predieri, candidato dai combattenti, e l’avv. Ernesto Re. Per un guasto dell’automobile essi non poterono giungere in tempo. La sala dell’adunanza era intanto stata invasa dai socialisti, che cominciarono a schiamazzare. Ad un certo punto tra i combattenti e socialisti si venne alle mani. Volarono pugni e bastonate. Molti furono i contusi. L’on. Cagnoni fu colpito da una bastonata alla testa e dovette farsi medicare dal dott. Fasano. Il rag. Roberto Picchioni, funzionario della sottoprefettura , fu pure colpito al capo da un bastone da un consigliere comunale socialista…”

Ad Imola le cose non andarono diversamente così come in altre parti del Paese, ecco un altro brano del Corriere di Imola riferito al 4 novembre “…un altro candidato, il conte Paolo Guicciardini, è stato circondato da un gruppo di socialisti e gettato al suolo da un colpo di bastone alla testa. Il marchese Incontri è stato condotto a Firenze sulla sua automobile. Quivi gli venne medicata la ferita, lunga parecchi centimetri. Il suo stato è abbastanza grave….ogni sopraffazione è lecita, ogni violazione di diritto viene esercitata da un manipolo di audaci impenitenti che in nome del socialismo tentano di imporsi a tutto e a tutti…”
Con le elezioni (e tali metodi) i socialisti raggiunsero la maggioranza relativa in un Parlamento in cui non furono però capaci di svolgere né abile opera riformista, divisi come furono in massimalisti e riformisti, subendo per questo successivamente varie scissioni e vanificando così anche il consenso ottenuto. Non ci fu però allora un Matteotti che denunciasse tali metodi intimidatori, ci fu solo il risentimento degli sconfitti che si apprestarono a mettere in atto una loro livorosa e violenta rivincita.

L’esito elettorale calò come un macigno sulla Rivoluzione Fiumana, perché i capi del Partito Socialista erano decisamente avversi a d’Annunzio, Serrati non aveva alcuna stima di lui essendo stato contrario all’intervento dell’Italia in guerra che aveva invece visto il Vate in prima fila nelle schiere dell’interventismo, Turati con la sua mentalità positivista ed ottocentesca non poteva comprendere le istanze libertarie e rivoluzionarie di Fiume e bollò l’impresa come una fanfaronata, Salvemini raffigurò d’Annunzio come una sorta di “signorotto medioevale”, egli sbeffeggiò coloro che accorsero a Fiume definendoli “una folla variopinta di avventurieri che all’umile ed onesto lavoro quotidiano preferivano la vita parassitaria del servizio militare, senza il rischio di una guerra vera; rivoluzionari pazzoidi, che pensavano che d’Annunzio fosse un Lenin occidentale; uomini d’affari dal passato torbido; cocainomani e prostitute” Questo la dice lunga su quanto fosse densa di pregiudizi e di rancorose contumelie l’intellighenzia socialista di allora, per altro del tutto incapace di realizzare un profondo cambiamento nell’assetto istituzionale del Paese pur avendo un consenso maggioritario. Ciò nonostante, nella base dei militanti socialisti, le simpatie per la Rivoluzione Fiumana non mancarono e non pochi furono i “compagni del Sol dell’Avvenire” che andarono a Fiume, infischiandosene dei loro capi bacchettoni ed inerti, tra i vari ne vogliamo ricordare uno in particolare, il tenente Giuseppe Pagano, ritratto in una foto dell’epoca assieme a d’Annunzio con il gagliardetto dell’alabarda di Trieste, il quale divenne poi uno dei principali organizzatori della resistenza socialista nell’Italia nord-orientale, fu alla fine purtroppo catturato e venne mandato a Mauthausen dove morì nel 1945.

Ma certa base socialista non fu sola:..anarchici, repubblicani che restarono fino alla fine nel Natale di sangue, Malatesta, Gramsci, Bombacci, non pochi furono i “rivoluzionari pazzoidi” che si inebriarono di quella fulgida stagione delle “stelle danzanti”, anche se la “controrivoluzione” si mise ben presto all’opera.

© Carlo Felici
4 continua

Parte prima
Parte seconda
Parte terza

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Riguardo l'Autore

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Docente abilitato in Lettere, Storia e Filosofia per la scuola secondaria. Redattore dell'Avanti! on line. Ricercatore di storie poco note e controcorrente.

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