martedì, 25 Giugno, 2019

Mussolini il “capitalista”

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Dalla Grande Guerra alla guerra civile. Parte 22

Abbiamo già visto nella puntata scorsa che il Parlamento votò i pieni poteri a Mussolini con larghissima maggioranza, compiendo così un vero e proprio suicidio, ben peggiore di quello che si avrà definitivamente con la secessione aventiniana. Grazie a questa vera e propria “resa senza condizioni” di fronte a soli 45 parlamentari fascisti ed al loro Duce, inizia la fase più lunga della storia del fascismo e cioè il “mussolinismo” e si conclude la prima fase della guerra civile, sebbene un ultimo tentativo di resistenza verrà fatto dall’eroico Giacomo Matteotti.Qui in effetti già inizia un’altra storia anche del fascismo. Se dobbiamo infatti considerare il fascismo come una sorta di fenomeno monolitico, con una sua identità ideologica, culturale e politica, focalizzandolo nei fatti, con la lente di ingrandimento della storia, ci accorgiamo che il fascismo non è mai esistito. Sono però esistiti indiscutibilmente i fascisti, ognuno dei quali ha avuto, nel corso della storia, una sua visione molto particolare e soggettiva del fascismo. Bene dunque si adatta a ciascuno di essi la definizione di “fascista”, perché in una miriade di individualismi spesso in lotta tra di loro per emergere e conquistare rilevanza e potere, oltre che privilegi, nonostante gli slogan e la retorica tesi ad erigere una facciata di compatto idealismo, senso unitario dello Stato e patriottismo, l’unico vero legame tra tutti questi individualismi, la loro “fascia” connettiva, è stato sempre ed inequivocabilmente Mussolini, il Duce del fascismo.
In tal modo, nel variegato panorama diacronico della storia del fascismo, dalla sua nascita alla morte di Benito Mussolini, esso ha potuto assumere caratteristiche e fisionomie diverse, a seconda delle contingenze, ma avere al contempo una guida ed una struttura unitaria, rappresentata dal suo Duce. Si ebbe così il sansepolcrismo, prima fase rivoluzionaria, anche se piuttosto aleatoria e demagogica, lo squadrismo, seconda fase militare di sfondamento delle istituzioni e soprattutto delle strutture territoriali, amministrative e politiche degli avversari sindacalisti e socialisti, fino al loro annientamento, la terza fase più lunga e significativa con il regime mussolinista, con l’affermazione ed il consolidamento del potere prima istituzionale e poi dittatoriale di Mussolini, ed infine la quarta fase tragica e grottesca della repubblica di Salò, in cui, quasi come nella chiusura di un cerchio, il fascismo cercò, fuori tempo massimo, di tornare alle sue origini, in una condizione di sostanziale annichilimento sotto il controllo nazista. La fine del fascismo, infatti, non si ebbe tanto con la morte fisica di Mussolini, ma piuttosto con la sua morte politica che rappresentò a tutti gli effetti il suicidio del fascismo: il 25 luglio del 1943.
Da allora finisce il regime mussolinista e si conclude anche la parabola del fascismo con la sparizione di quello che era da sempre stato il suo obiettivo fondamentale: identificazione dello Stato con il fascismo e di quest’ultimo con il suo Duce. Da quel periodo e negli anni della repubblica, il fascismo non è mai più esistito, sebbene abbiano continuato ad esistere dei fascisti, ognuno dei quali, però, ha messo in atto scelte e politiche che, se hanno rappresentato una certa continuità nei riferimenti simbolici, anche in un modo piuttosto autoreferenziale, disarticolato e millantatorio della politica, fino a mescolarsi nelle sue corruttele e clientele, in modo variegato ma sempre più netto, non hanno d’altra parte mai trovato un elemento unitario che le vincolasse ad un unicum sia di pensiero che di azione. E questo ha generato non poche contraddizioni e non poco “anarchismo strutturale”, talvolta così rovinoso, da degenerare anche in crimini efferati, per i quali tuttora non sono venute fuori né cause né mandanti certi, come per altro è avvenuto nelle convulsioni di un comunismo sempre più disarticolato dalla sua grande madre sovietica.
Non parliamo poi della galassia palesemente neofascista che si è avuta dal dopoguerra fino ad oggi, altalenante tra atlantismo e sovranismo attuale, e polverizzata in una miriade di sigle e movimenti spesso contraddittori e conflittuali tra loro. Tutto possiamo dire fuorché ciò rappresenti qualcosa di fascista, dato che, come abbiamo osservato, pur nelle sue fasi diacronicamente differenti e persino contraddittorie, il fascismo, sincronicamente, è stato sempre un fenomeno unitario, garantito e legato nella sua unicità al suo Duce. Ed è proprio per questo che continuiamo a scrivere Duce maiuscolo e fascismo minuscolo, non tanto per esaltarne il ruolo o l’importanza storica, ma perché la storia stessa, anche sine ira et studio, gli riconosce di avere incarnato una idea ed una concezione dello Stato e diremmo anche del mondo del tutto singolare. Tanto in negativo, quanto in positivo potremmo dire fece lo stesso con Garibaldi che pur Mussolini, per fini autocelebrativi ammirava, il cui nome però resta legato ai garibaldini e al garibaldinismo senza che altro simulacro retorico di movimento politico ne abbia appannato la memoria o tenda vanamente a rinverdirla nel presente, e nonostante le varie e vane strumentalizzazioni messe in atto nel passato più o meno recente.
Tornando però agli eventi storici in questione, dobbiamo considerare ciò che Mussolini, nato “socialista”, si apprestò a fare una volta divenuto “governista”, da perfetto “capitalista”. Mussolini innanzitutto chiese ed ottenne dal Parlamento poteri straordinari con la scusa che ciò si rendeva necessario per operare fondamentali risparmi nel bilancio di previsione annuale. Vox clamantis in deserto fu allora quella di Matteotti che si oppose, in qualità di relatore che aveva proprio il compito di affrontare questi specifici problemi. Egli affermò che il governo disponeva già di poteri sufficienti ad affrontare tali questioni, in base ad una legge dell’agosto dell’anno precedente e che pertanto non aveva bisogno di poteri straordinari, i quali avrebbero potuto essere soggetti ad arbitrio e danneggiare l’interesse stesso dei contribuenti.
Alla richiesta di fiducia, 306 parlamentari votarono per Mussolini, i socialisti si opposero questa volta senza astenersi, ma i comunisti e molti cattolici preferirono la strategia dello struzzo, nascondendo la testa nella sabbia con la loro astensione. Mussolini fu quindi in grado di emanare le sue “disposizioni” fino alla fine del 1923, con la sola clausola che avrebbe dovuto fornire nel marzo del 1924, “un resoconto al Parlamento sull’uso dei poteri conferiti ai sensi della presente legge”. Fu anche in vista di ciò che poi Matteotti scrisse il suo libro: “Un anno di dominazione fascista”, proprio per screditare, nella prima parte della sua opera, l’operato economico e sociale di Mussolini nel suo primo anno di governo, con dei fatti molto precisi e circostanziati. Mussolini, come sempre accade quando un movimento antipartitico va al potere, cominciò a epurare la burocrazia dello Stato e chiunque fosse anche solo sospettato di antifascismo; persino il Consiglio superiore della magistratura venne sciolto, mettendolo alle strette dipendenze del suo Ministro di Grazia e Giustizia.
Praticando in pieno lo spoils system, dopo avere espulso gli antifascisti, egli inserì i suoi fedelissimi in posti nevralgici per la gestione dello Stato e lasciandone solo alcuni vacanti con la scusa di voler risparmiare sulla spesa. Al contempo, mise al riparo da ogni eventuale indagine tutti coloro che avevano speculato e avrebbero ancora potuto speculare sulle spese di guerra, fu infatti sciolta per iniziativa del suo governo la commissione parlamentare di indagine sulle spese di guerra, la quale, lavorando alacremente, aveva già fatto recuperare alle casse dell’erario ben un miliardo di lire di profitti illeciti degli appaltatori e speculatori disonesti. Addirittura Mussolini arrivò a sequestrare tutti i dossier della commissione, punendo con un minimo di sei mesi di carcere e una pena pecuniaria di 5.000 lire tutti coloro che anche solo avessero tentato di protestare o di opporsi a tale provvedimento.
Ecco che così venivano ripagati abbondantemente tutti coloro che avevano finanziato il fascismo nascente e lo avevano aiutato ad affermarsi e ad arrivare al potere. Tra i vari che beneficiarono di tale provvedimento, ci fu la società Ansaldo che, in seguito alle indagini precedenti, aveva ridotto la sua capitalizzazione da 300 a 5 milioni di lire, mentre la banca che la finanziava era persino fallita con l’accusa di corruzione. Ebbene, la società Ansaldo fu premiata da Mussolini per “sforzi patriottici”, riabilitando i suoi funzionari, mentre quelli della banca in questione vennero messi a capo di una nuova banca ovviamente con un nuovo nome ma sempre con le stesse funzioni. Ciò fu giustificato dalla necessità di una adeguata “preparazione militare” e fu risanata a spese dei contribuenti (tanto perché si voleva moderare il bilancio dello Stato)
A denunciare tutto ciò, si levò ancora la voce ferma ed inflessibile di Matteotti che disse davanti a tutti che il novello Stato fascista stava compensando i suoi finanziatori industriali a spese del bilancio dello Stato, non solo con sovvenzioni segrete, ma anche con un credito pressoché illimitato da parte degli istituti di immissione. Matteotti lo disse senza peli sulla lingua: Mussolini si stava attribuendo la “licenza di rubare”. Tali provvedimenti del governo fascista mettevano infatti i grandi capitalisti in condizione di fare investimenti altamente rischiosi, se però le cose fossero andate male, lo Stato comunque li avrebbe salvati con le imposte dei cittadini. Matteotti infatti dimostrò che le sovvenzioni fornite dal Mussolini all’Ansaldo erano in gran parte finite nei profitti degli investitori privati.
Sappiamo bene che Mussolini ottenne l’appoggio del Vaticano, promettendo di salvare la sua principale banca di rifermento di allora: il Banco di Roma. Matteotti a quel punto denunciò anche questo, aggiungendo che la Banca d’Italia era ormai autorizzata ad accantonare ben due miliardi di lire di imposte da utilizzare per salvare gruppi privati da eventuali perdite, lo disse a chiare lettere: “In questo modo poche persone possono mettere a disposizione degli interessi di un gruppo privato miliardi di lire di denaro pubblico senza alcun controllo pubblico o parlamentare”. Come ricordiamo, da tempo era in ballo anche la questione della nominatività dei titoli azionari che aveva trovato il favore dello stesso Giolitti e che alla fine era stata approvata. Ebbene, con uno dei suoi classici colpi di spugna, Mussolini la abrogò. In tal modo i proprietari cattolici di titoli poterono tornare ad evadere l’imposta sul reddito, con una perdita per lo Stato di ben quaranta miliardi di lire l’anno. Al contempo, i decreti legge non erano più discussi in Parlamento, così gli investitori adeguatamente informati per via riservata sulle iniziative del governo, potevano tranquillamente speculare e realizzare profitti tanto rapidi quanto sicuri.
E allora, tanto per favorire una sorta di giustizia sociale alla rovescia, gli amministratori e i direttori di società commerciali videro ridotta la loro tassazione, così come fu eliminata quella sui redditi superiori alle 10.000 lire annue. In compenso si aumentarono le imposte sui consumi che evidentemente colpivano i ceti meno abbienti. Quando Mussolini abolì anche le tasse di successione, Matteotti ancora una volta si levò in piedi a denunciare che si colpivano i poveri per premiare i ricchi e che lo Stato in questo modo si apprestava a perdere dai 200 ai 400 milioni l’anno. Sarà bene ricordare tutte queste denunce del coraggioso parlamentare socialista quando si vorrà capire quali furono le cause concrete e chi furono i veri mandanti del suo omicidio, anziché soffermarsi sempre a considerare il suo discorso sui brogli elettorali. Quello fu solo la goccia che fece traboccare il vaso.
La politica degli appalti poi, poté procedere tranquillamente senza alcun controllo ed in maniera perfettamente clientelare, ben 900 chilometri di ferrovia vennero appaltati in Sicilia ad una società che non esisteva ancora, solo in base alla fiducia verso due “imprenditori” noti come Nicoli & Romano, ai quali, senza alcuna forma di garanzia, vennero versati ben 500 milioni di lire. Il sistema telefonico venne privatizzato e decentrato con concessioni a proprietari di società locali che divennero così ricchissimi, anche grazie a Costanzo Ciano, uno dei fedelissimi di Mussolini (al cui figlio venne poi data in sposa sua figlia Edda) che ebbe l’incarico di assegnare il mandato a queste varie società. Lo Stato che aveva fino ad allora il monopolio delle polizze di assicurazioni a vita, fin dal 1912, grazie a Giolitti, dovette cederlo ai privati, mentre il disegno di legge che prevedeva una assicurazione obbligatoria contro la disoccupazione venne abbandonato insieme ad ogni proposta di riforma agraria che giungeva soprattutto dal Partito Popolare.
Il famoso e tanto propagandato drenaggio delle paludi pontine fu solo in apparenza una opera di pubblica utilità, in realtà essa si rivelò una sorta di compensazione verso i finanziatori agrari, perché la manodopera venne in gran parte trasferita da regioni povere e contadine del Nord verso il Sud mentre la realizzazione delle opere, sovvenzionata con denaro pubblico, portò enormi benefici a latifondisti come il principe Gelasio Caetani, il quale, essendo stato ambasciatore a Washington, poi sarà uno dei mediatori tra i faccendieri legati al fascismo, al re e alla famiglia Mussolini, e la compagnia Sinclair Oil, di cui parleremo quando ci occuperemo del delitto Matteotti. Anche la politica protezionistica adottata da Mussolini verso i prodotti cerealicoli importati, tornò a tutto vantaggio dei proprietari agrari, ma fece salire il prezzo di quei beni, spinse i latifondisti a sfruttare anche terreni di bassa qualità e scaricò il costo finale dei prodotti, come il pane, sulle spalle dei consumatori.
Molti proprietari, inoltre, contando sul loro monopolio, proprio per tenere alti i prezzi, non sfruttarono nemmeno tutte le loro terre, lasciandone varie incolte o a maggese e sfruttando sempre di più la loro manodopera con salari da fame. Anche questa volta la voce di Matteotti si levò per denunciare la ruberia in corso, egli dichiarò infatti: “Se pensate che i cittadini acquistano ogni anno nei negozi almeno trenta milioni di quintali di pane, ne ricaverete che essi pagano ogni anno e senza accorgersene una tassa di quasi un miliardo di lire ad un gruppo ristrettissimo di speculatori” L’aumento del costo del pane trascinò in alto anche il prezzo di altri generi di largo consumo, come quello dello zucchero che raddoppiò, quello del caffè che subì un aumento di più del doppio, e addirittura quello del sale che aumentò del 300%, tutto ciò mentre la tassa sui generi di lusso, come profumi e gioielli, ebbe una notevole riduzione.
Anche le tariffe ferroviarie della prima classe restarono invariate, mentre quelle della terza subirono un aumento del 15%. Infine gli affitti bloccati dall’inizio della guerra furono liberalizzati, concedendo ai proprietari di case la possibilità di fare il prezzo che volevano e di sfrattare a loro discrezione gli inquilini che non volevano o non potevano pagare. Questo in un contesto in cui diventare proprietari di casa, soprattutto in una grande città, era quasi impossibile dato che si doveva pagare in contanti, essendo i mutui agevolati o a lungo termine inesistenti. Si poteva di conseguenza avere un unico proprietario come a Roma per 3000 appartamenti. Tale provvedimento fece salire il costo della vita di almeno il 50%. Ma a Mussolini interessava mettere le spalle al coperto e garantirsi l’appoggio anche propagandistico di una folla che, in un mondo allora costituito da una percentuale molto alta di cattolici praticanti, frequentava spesso la Chiesa ed ascoltava assiduamente le sue omelie. Solo pochi giorni dopo la marcia su Roma, lo stesso Papa Pio XI le cui simpatie per il fascismo erano alquanto note, fece capire a Mussolini che la Chiesa volentieri avrebbe voluto ricucire definitivamente la ferita inferta con la breccia di Porta Pia nel 1870.
Mussolini non se lo fece dire due volte e come segnale forte e chiaro lanciato al Vaticano fece subito imporre il crocefisso in tutte le scuole del regno. Sarà bene ricordare questo a chi lo ritiene tuttora un segno identitario di una civiltà nel contesto di una società laica, democratica e repubblicana. Solo tre mesi dopo l’assunzione della sua carica, Mussolini ebbe un incontro segreto con le autorità vaticane alle quali vennero offerte, in cambio di un appoggio al regime nascente, serie garanzie per il risanamento del Banco di Roma, ovviamente a spese del contribuente italiano e per finanziare l’Istituto per le Opere di Religione, il famigerato IOR che sarà in seguito, negli anni della P2, epicentro di vari scandali ad opera del famigerato arcivescovo Marcinkus.
In quella circostanza il cardinale Gasparri fece presente a Mussolini che restituire il potere temporale al Papa, anche se su un piccolo territorio intorno alla cerchia delle mura leonine e ai palazzi del Vaticano, non sarebbe stato facile in un Parlamento in cui erano allora presenti molti massoni. Ma Mussolini dette serie assicurazioni sia sul fatto che il Parlamento sarebbe stato presto cambiato in base ad una nuova legge elettorale, sia su quello che la Massoneria, di lì a poco, non sarebbe stata più un problema. In entrambe i casi, come vedremo, fu di parola.
Mentre tutto questo avveniva e i comunisti si erano già distaccati dai socialisti per seguire pedissequamente la madrepatria sovietica e le sue indicazioni, mentre si caldeggiavano sbocchi rivoluzionari inesistenti e scioperi senza seguito, la loro sacra madrepatria cosa faceva? Ebbene, l’Unione Sovietica aveva avuto rapporti di proficuo scambio con Mussolini già subito dopo la marcia su Roma ed il rappresentante a Roma Vaclav Vorowskij aveva ricevuto dal governo italiano assicurazioni in merito al riconoscimento ufficiale dell’Unione Sovietica, fino ad allora non pervenuto da alcuna potenza europea. Egli stesso assicurò le autorità fasciste che nessuna propaganda ostile al governo di Mussolini sarebbe giunta dalla Russia, nessun ostacolo ci sarebbe stato al permanere di buone relazioni commerciali. Di lì a poco, nel febbraio del 1924, arrivò con il governo di Mussolini anche il riconoscimento ufficiale da parte dell’Italia dell’Unione Sovietica, con buona pace dei comunisti italiani e del loro antifascismo.
Carlo Felici
© 22 continua

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