lunedì, 19 Ottobre, 2020

Nagorno-Karabakh, alta tensione tra armeni e azeri

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Pericolosi venti di guerra tornano a soffiare sul Caucaso. Nella mattinata del 27 settembre, l’esercito dell’Azerbaigian ha attaccato, con le forze terrestri e aeree, diversi centri abitati della Repubblica dell’Artsakh, territorio azero, abitato in maggioranza da armeni, della regione del Nagorno-Karabakh. Autoproclamatasi indipendente nel 1992, l’Artsakh è da tempo oggetto di aspri scontri tra Yerevan e Baku.
Armeno dal 95 a.C. e cristiano dal I secolo, il Nagorno-Karabakh ha sempre subìto l’egemonia della potenza militare di turno, tuttavia sempre conservando la propria identità. Dopo la Rivoluzione d’ottobre la regione venne inglobata nella Federazione Transcaucasica, che ben presto si divise tra Armenia, Azerbaigian e Georgia. Il territorio del Nagorno-Karabakh venne immediatamente rivendicato sia dagli armeni che dagli azeri. A seguito della conquista bolscevica del 1920, la regione venne assegnata arbitrariamente, per volere di Stalin, all’Azerbaigian. Con l’inizio della crisi politica dell’Unione Sovietica, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, la questione del Nagorno-Karabakh è tornata prepotentemente a galla.
Le azioni militari delle ultime ore non sono da ricondurre alle solite schermaglie che caratterizzano il confine conteso, bensì ad una vera e propria operazione militare dell’Azerbaigian, che ha già causato diverse vittime, anche civili. Entrambi gli Stati si rimpallano a vicenda la responsabilità degli scontri, con l’Armenia che accusa gli azeri di aver iniziato il bombardamento senza nessun presagio e Baku che accusa Yerevan di aver alzato la tensione attaccando postazioni azere.
Secondo fonti militari, dopo l’inizio dell’attacco gli armeni avrebbero abbattuto almeno un elicottero nemico, senza tuttavia riuscire a catturare gli occupanti. L’esercito azero ha immediatamente rivendicato il successo della campagna, annunciando la presa di diversi villaggi separatisti e il bombardamento di obiettivi militari armeni. Il ministero della Difesa del Nagorno-Karabakh ha tuttavia riferito di aver riconquistato, nel corso della notte, diverse delle posizioni perse in precedenza sulla linea del fronte. A confermare la gravità della situazione arriva la proclamazione della legge marziale e la totale mobilitazione dei riservisti in entrambi i Paesi.
La prima reazione del ministero della Difesa di Yerevan è stata chiarissima: “La nostra risposta all’offensiva di Baku sarà proporzionata e intanto reclamiamo l’abbattimento di diversi velivoli nemici. In ogni caso, la leadership politico-militare dell’Azerbaigian si assume la piena responsabilità della situazione”. In un videomessaggio, dove non sono mancati pesanti attacchi rivolti al governo azero, il premier armeno Nikol Pashinyan ha chiesto ai connazionali di essere “pronti a difendere la sacra patria”. L’Armenia, cristiana dal IV secolo, ha ottenuto l’appoggio del Cremlino, che ha chiesto di “interrompere immediatamente il fuoco e iniziare trattative per stabilizzare la situazione”.
Nonostante Mosca abbia buoni rapporti anche con Baku, il principale alleato del presidente Ilham Aliyev è la Turchia: entrambe le nazioni condividono la fede musulmana, la lingua turca e l’ostilità nei confronti dell’Armenia. Ankara non ha perso tempo per accusare Yerevan di aver dato inizio agli scontri, dichiarandosi pronta a dare a Baku “pieno sostegno con tutti i mezzi” per “difendere l’integrità territoriale”. Non sono però affatto chiare le vere intenzioni di Recep Tayyip Erdogan, che rischierebbe moltissimo dal punto di vista geopolitico perdendo l’alleanza e l’amicizia di Vladimir Putin, “protettore” dell’Armenia. Vedremo come si evolverà la situazione, anche alla luce delle reazioni internazionali.

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