mercoledì, 17 Luglio, 2019

Necessità di una comprensione più responsabile del problema della “Grande Migrazione”

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Da anni il problema dei flussi crescenti di migranti dai Paesi poveri verso quelli ricchi ha assunto una dimensione globale; esso, però, presenta particolari difficoltà per i Paesi europei, soprattutto per quelli dell’area comunitaria, non solo per la mancanza di un’univoca politica dell’Unione Europea nei confronti di chi fugge, per motivi economici e di sicurezza, dai Paesi dell’Africa e dell’Asia, ma anche, in generale, per la mancata disponibilità di un appropriato inquadramento del problema in una prospettiva più ampia, idonea a consentire di valutare nel breve e nel medio-lungo periodo la soluzione; una soluzione sinora risultata difficile da individuare ed anche solo da ipotizzare, a causa delle molte “associazioni deleterie” evocate dal problema, con conseguenze emotive sul piano politico, che in molti casi hanno dato origine alla formazione di movimenti sociali il cui scopo finale è motivo di preoccupazione.
Lo studioso che meglio ha formulato il problema posto dalla “Grande Migrazione”, quale quella che ha investito in questi ultimi anni i Paesi europei, è Paul Collier, autorevole studioso delle economie africane e docente di Economia e politiche pubbliche alla Blavatnik School of Government dell’Università di Oxford; in “Exodus. I tabù dell’immigrazione”, nel quale (forse grazie alla sua sensibilità per tutti gli aspetti posti dai flussi migratori, derivatagli dal fatto d’essere un discendente di precedenti generazioni che avevano vissuto il dramma della costrizione ad abbandonare per motivi economici il luogo natio) egli cerca di inquadrare il problema dei migranti in termini di una sua più generale formulazione, tale da permettere di individuare “scelte più adeguate” che ne consentano la soluzione.
Collier giustifica inadeguato il modo in cui è stato sinora affrontato il problema dei migranti, in considerazione del fatto che, “sebbene questo argomento sia regolarmente in cima alle preoccupazioni degli elettori, la letteratura specializzata, fatte salve alcune eccezioni, è per lo più limitata e molto tecnica, oppure fortemente strumentalizzata”; motivo, questo, che induce Collier a sperare che il suo libro spinga gli esperti a valutare se l’approccio da lui proposto sia appropriato, augurandosi che le sue argomentazioni portino il dibattito sulle politiche migratorie “a superare le posizioni ostentatamente polarizzate ed esasperate di oggi”.
Ma qual è, si chiede Collier, la ragione che sta alla base del fenomeno migratorio? Essa, pur essendo ricca di aspetti diversi, nell’immediato è di natura prevalentemente economica, essendo riconducibile alla differenza delle condizioni esistenziali che “spingono” le persone dei Paesi poveri a migrare verso quelli ricchi. Da questo punto di vista, secondo Collier, il gesto individuale di ogni migrante “è un trionfo dell’intelligenza, del coraggio e dell’impegno umano a superare le barriere burocratiche imposte dai ricchi impauriti”. Secondo quest’ottica emotiva, qualsiasi politica migratoria adottata dai Paesi ricchi che non sia “quella delle porte aperte appare spregevole”, anche se questo tipo di politica manca di valutare le conseguenze negative della decisione di coloro che abbandonano il loro Paese natio, destinate a pesare su chi resta, costretto a vivere una condizione esistenziale più negativa di quella di chi decide di migrare. Ciò significa, sostiene Collier, che le politiche migratorie dei Paesi ricchi, verso i quali si indirizzano i flussi migratori, dovrebbero promuovere, non solo il radicarsi nell’opinione pubblica del convincimento della necessità di regolare rigidamente l’apertura verso i ‘diversi’, ma anche l’apertura alla comprensione degli effetti subiti da chi resta, che i migranti stessi nel decidere di abbandonare il loro Paese trascurano.
L’ipotesi dell’approccio al problema attuale della migrazione proposto da Collier assume che, per una sua razionale (e comprensiva) soluzione, siano considerati contemporaneamente gli interessi di tutti i “gruppi di persone” coinvolte: i migranti, gli abitanti del Paese d’origine che decidono di “restare a casa” e gli abitanti autoctoni dei Paesi ospitanti. Considerato che le decisioni più importanti (in quanto destinate a “pesare maggiormente sul verificarsi dei flussi migratori) sono quelle dei Paesi ricchi destinatari dei flussi di migranti, esse dovrebbero essere responsabilmente formulate tenendo conto di tutti gli interessi coinvolti.
Innanzitutto, esse dovrebbero tener conto che le persone del primo gruppo (i migranti) affrontano “costi economici e non” tendenzialmente elevati, conseguendo però “benefici” presumibilmente maggiori; molte ricerche empiriche, però, tendono a dimostrare che i migranti subiscono una serie di effetti psicologici negativi molto estesi. Complessivamente, tuttavia, le ricerche sin qui condotte non consentono di valutare con precisione la portata degli effetti sia positivi che negativi; ragione, questa, che dovrebbe giustificare ulteriori sforzi per pervenire a risultati meno incerti e più univoci.
In secondo luogo, le politiche migratorie non dovrebbero escludere dalla loro formulazione la considerazione degli interessi del secondo gruppo di persone (costituito da coloro che decidono di rimanere nei Paesi d’origine dei migranti); a tal fine, a parere di Collier, il parametro da adottare dovrebbe essere la “rapidità” con cui si manifesta la “fuga” dei migranti dai loro luoghi natii. Ciò significa che i Paesi ospitanti, quando nel tentativo di regolare gli accessi al loro territorio dovessero stabilire “quote di accoglienza”, dovrebbero necessariamente chiedersi se la quota stabilita sia quella ideale, o il “tasso d’accoglienza (rapporto tra il numero dei nuovi arrivati e la popolazione residente complessiva) più conveniente. In altri termini, i Paesi ricchi, nel formulare la loro politica per il governo dell’immigrazione, dovrebbero chiedersi se per i Paesi poveri sia più conveniente una “migrazione più accelerata o più rallentata”. A questo scopo, nella valutazione degli interessi coinvolti dai flussi migratori, a parere di Collier, si dovrebbe applicare la stessa logica che, a volte, viene applicata nella valutazione degli effetti complessivi dei movimenti di capitali tra Paesi diversi.
Infine, per il terzo gruppo di persone, quello costituito dalle popolazioni dei Paesi ospitanti, le politiche per il governo dell’immigrazione dovrebbero valutare l’impatto dei flussi migratori sulle interazioni sociali (e su come esse si trasformano), includenti, non solo quelle che avvengono all’interno delle comunità autoctone, ma anche quelle che si svolgono tra i membri di queste ultime e gli immigrati. Anche in questo caso, secondo Collier, occorrerebbe adottare, dal punto di vista degli interessi della popolazione autoctona, un parametro di riferimento, col quale stabilire se il tasso di immigrazione più conveniente debba essere maggiore o inferiore a quello che viene casualmente stabilito di tempo in tempo. L’impatto prevalente da valutare – afferma Collier – dovrebbe essere quello di natura sociale e non quello economico, in considerazione del fatto che quest’ultimo, per i Paesi ricchi è di solito trascurabile.
Per un’analisi congiunta degli interessi dei tre gruppi di persone considerati occorrerebbe, perciò, fare riferimento a un parametro generale comprensivo di tutti gli interessi coinvolti; se, come di solito accade in molte analisi, sono utilizzate variabili economiche (come, ad esempio, il reddito), le politiche migratorie dovrebbero tendere a massimizzare il reddito totale. Collier è però del parere che le aspirazioni dei migranti a migliorare le loro condizioni di vita, non “possano dissolversi” in funzione della massimizzazione del reddito totale, ma in funzione di una “tranquillità esistenziale” di tutti i gruppi di persone coinvolte, che non può essere espressa in termini esclusivamente economici.
A tal fine, Collier propone il ricorso ad alcuni elementi analitici che, se opportunamente considerati all’interno di un quadro unitario, potrebbero consentire una valutazione complessiva dell’impatto del fenomeno sugli interessi dei vari gruppi, affrancata dalle prevalenti analisi di politici, sociologi, demografi ed economisti, non sempre immuni da tabù ideologici. Collier avverte, però, che le politiche sull’emigrazione, essendo stabilite dai Paesi ricchi ospitanti, per lo più a regime democratico, inevitabilmente sono orientate alla difesa degli interessi della maggioranza dei cittadini di questi Stati; ma perché le politiche abbiano una qualche possibilità di successo e siano giustificabili da tutti i punti di vista, esse devono essere formulate anche in funzione degli interessi dei migranti, nonché degli interessi degli abitanti dei Paesi d’origine dei migranti stessi.
In questi ultimi anni, nonostante siano state adottate, da parte dei Paesi di destinazione dei flussi migratori, politiche intenzionalmente mirate, attraverso l’introduzione di varie forme di controllo, ad assicurare un governo condiviso del fenomeno migratorio, gli xenofobi e i razzisti non hanno mai smesso di denunciare i danni provocati alle popolazioni autoctone; Collier sostiene che, se le politiche sull’immigrazione non sono riuscite a porre un argine reale alla protesta xenofoba e razzista, ciò è accaduto, non perché siano mancati i controlli, ma solo perché essi (i controlli) sono risultati inadeguati. Tale inadeguatezza è dipesa dal fatto che i controlli introdotti non sono risultati conformi al parametro che Collier chiama “principio di accelerazione” dei movimenti migratori; a suo parere, infatti, è questo il motivo per cui questi ultimi sono divenuti spesso eccessivi a danno di tutti: non è la loro esistenza la causa della protesta da parte di chi invoca, senza se e senza ma, un’accoglienza umanitaria dei migranti, ma la loro inadeguatezza.
La mancanza di un parametro di riferimento nella formulazione delle varie forme di controllo introdotte è alla base del duro e costante confronto, nei Paesi di destinazione dei migranti, tra “reazionari” e “progressisti”; il confronto, trascurando la considerazione delle poche informazioni disponibili sugli effetti complessivi del fenomeno delle migrazioni, è di solito male impostato, perché avviene sulla base dell’assunto che gli immigrati siano un “male”, per i primi, e un “bene”, per i secondi, senza alcun riferimento a un qualche criterio obiettivo posto a fondamento del giudizio espresso sui migranti.
La ragione del contendere, secondo Collier, dovrebbe invece riguardare la valutazione degli “effetti marginali” del fenomeno migratorio; ovvero, gli effetti incrementali (positivi o negativi) che una variazione del tasso di immigrazione verso i Paesi di destinazione determina sulle condizioni esistenziali, sia dei migranti, che delle persone che decidono di non abbandonare i Paesi poveri che alimentano l’emigrazione. Questa valutazione può essere effettuata sulla base del “principio di accelerazione”, riconducibile a due caratteristiche intrinseche del fenomeno migratorio: in primo luogo, dato un determinato divario di reddito tra i Paesi poveri e i Paesi ricchi, maggiore è il divario, maggiore è la dimensione del flusso migratorio; in secondo luogo, finché il flusso migratorio non raggiunge livelli di massa, le ricadute sul divario di reddito esistente tra le due classi di Paesi non provoca in ciascuna di esse alcuna variazione rilevante delle condizioni esistenziali delle popolazioni.
In assenza di controllo degli accessi ai Paesi di destinazione, la crescita del divario di reddito origina una continua accelerazione del flusso migratorio, per cui se questo non viene bilanciato dal “periodico inasprimento” di un conveniente sistema di criteri di ammissibilità, il tasso di emigrazione, in linea di principio, continuerà sino al totale spopolamento dei Paesi d’origine. Dal punto di vista degli interessi dei Paesi poveri, per evitare questa possibile conseguenza, il tasso di immigrazione fissato dai Paesi ricchi dovrebbe essere stabilito in corrispondenza di un tasso migratorio dai Paesi poveri che risulti essere il più conveniente, nel senso che la condizione per essi migliore non è l’esodo permanente, ma una limitata e possibilmente temporanea migrazione (motivata, per esempio, da ragioni di studio, perché i migranti, ritornando in patria, possano contribuire a migliorare la condizioni esistenziali del loro Paese).
Infine, dal punto di vista dei Paesi ricchi, gli effetti dell’immigrazione, sono in parte di natura economica e in parte di natura sociale; considerato che, in caso di accelerazione contenuta del movimento migratorio, gli effetti economici non sono rilevanti, quelli sociali risultano “più corrosivi” per le condizioni esistenziali delle popolazioni autoctone dei Paesi ospitanti. Per individuare il punto di equilibrio rispetto agli effetti sociali, occorre avere giuste informazioni sui “costi” e sui “benefici” connessi alla “diversità sociale” originata dai migranti. Poiché allo stato attuale non si dispone di informazioni sufficienti per stimare gli effetti riconducibili ai possibili livelli di “diversità sociale”, è inevitabile che, all’interno dei Paesi ospitanti, il dibattito sul tasso di immigrazione più conveniente da adottare porti, come afferma Collier, la “carenza dei dati a scontrarsi con la forza delle passioni”.
In conclusione, tenuto conto del quadro complessivo delle argomentazioni sopra riportate, non si può che essere d’accordo con Collier nel ricondurre la responsabilità di un appropriato governo del fenomeno migratorio in capo ai Paesi ricchi, verso in quali si dirigono i migranti, in considerazione del fatto che la fissazione del livello del tasso migratorio più conveniente per tutti gli interessi coinvolti dipende dalle decisioni assunte da tali Paesi; decisioni che, se prese in assenza di ogni controllo, sarebbero negative per tutti. Ciò significa che i Paesi ospitanti, per evitare lo scontro inconcludente sul problema dei migranti, dovrebbero decidersi ad adottare misure sempre più informate alla conoscenza degli “effetti marginali” prodotti da ogni variazione del tasso di immigrazione; ciò, al fine di poter stabilire, di tempo in tempo, le “quote d’ingresso” più convenienti, tali da consentire l’integrazione delle diaspore in assenza della conflittualità sociale sinora prevalsa e compatibilmente con la salvaguardia degli interessi dei Paesi d’origine dei migranti.
Si deve però osservare che le riflessioni di Collier sul modo più corretto in cui dovrebbe essere realizzato il governo delle migrazioni non può essere lasciato all’iniziativa dei singoli Paesi verso i quali sono orientati ad indirizzarsi i flussi migratori. La politica più efficace, soprattutto se si considera il fenomeno delle migrazioni dal punto di vista della cura degli interessi dei Paesi membri dell’Unione Europea, dovrebbe essere unitaria, non solo per ragioni strettamente economiche e sociali, ma anche e soprattutto per ragioni politiche; ciò in considerazione del fatto che la regolamentazione dell’immigrazione lasciata alle decisioni dei singoli Paesi europei è stata “egemonizzata” da forze xenofobe e razziste, che stanno rendendo oltremodo difficile la soluzione dei problemi più immediati posti dal crescente flusso di migranti. Inoltre, l’azione unitaria dovrebbe essere volta a rendere più equa la distribuzione a livello mondiale degli esiti della globalizzazione, al fine di contenere i divari di reddito tra Paesi ricchi e Paesi poveri, in quanto “motore” dei flussi migratori.
Quest’ultima considerazione è tanto più rilevante, se si pensa che le migrazioni internazionali di massa costituiscono una reazione alle disuguaglianze mondiali; la globalizzazione, se resa più equa nella distribuzione delle opportunità che da essa possono originare, favorendo l’estensione degli esiti della “grande convergenza” dei Paesi arretrati verso le posizioni dei Paesi ricchi, rende possibile la previsione che, nel lungo periodo, i flussi migratori siano destinati naturalmente ad estinguersi. Anche riguardo a questo aspetto, però, gli establishment dei Paesi membri dell’Unione, “accecati” dagli egoismi nazionali, non sembrano propensi ad agire nel modo più conveniente dal punto di vista dei loro stessi interessi.
È, questo, un aspetto che dovrebbe entrare a fare parte dell’agenda di politica internazionale di ogni Paese realmente interessato, non solo a fare fronte nell’immediato (mediante controlli–tampone) al problema dei migranti, ma anche a risolvere tale problema in modo duraturo nel medio-lungo periodo, attraverso un impegno volto a rendere il processo di globalizzazione delle economie nazionali più equo sul piano distributivo dei vantaggi da esso attesi da parte di tutti i Paesi del mondo.

Gianfranco Sabattini

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