mercoledì, 30 Settembre, 2020

Nel labirinto libanese tra intrighi e conflitti settari

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Come si sa, una radice dei mali attuali è il famoso accordo Sykes-Picot con il quale gli inglesi e i francesi si divisero le aree di influenza dopo la liquidazione dell’impero ottomano, creando Stati e confini artificiosi. Libano e Siria andarono alla Francia e non per caso il presidente Macron è piombato a Beirut per esprimere la sua solidarietà a un paese bilingue che parla ancora, oltre l’arabo, non l’inglese ma il francese. Si tratta di una solidarietà diffusa e non retorica, perché i libanesi sono nel cuore di chiunque li abbia conosciuti. Ma anche perché Beirut è uscita dall’abisso della guerra civile, durata dal 1975 al 1990 (oltre che dai conflitti con Israele) e ci può precipitare nuovamente. Ci può precipitare per le molte polveriere politiche, sociali e culturali presenti nel paese, come quella di nitrato nel porto.L’elenco è impressionante, probabilmente unico al mondo.
La regione è avvelenata dallo scontro di potere tra Arabia Saudita, Iran, Occidente e Israele. E le diverse fazioni politiche del Libano sono strettamente alleate all’una o all’altra di queste potenze (oltre che finanziate). Tutte le fazioni sono armate, in particolare quella degli sciti fondamentalisti di Hezbollah, che addirittura combatte nella confinante Siria a fianco del presidente Assad, mentre le altre sostengono i suoi nemici. Gli equilibri politici sono stati codificati a tavolino, sulla base del presupposto che un terzo circa della popolazione sia cristiano maronita, un terzo musulmano sunnita e un terzo musulmano scita. Per questo, il presidente della Repubblica deve essere cristiano, il capo del governo sunnita e il presidente del Parlamento scita. Ma ciò e ormai anacronistico, perché per motivi demografici i cristiani sono sempre meno, gli sciti sempre di più e sempre più poveri. I dimostranti gridano e vogliono il cambiamento. Hanno ragione. Ma le caratteristiche spesso uniche del Libano rendono l’impresa disperata. La prospettiva di un nuovo “failed State”, come la Libia, lo Yemen o la Somalia, è a un passo. Proviamo a fotografare il mix contraddittorio che potrebbe prepararlo.

– Cultura e cosmopolitismo. A cominciare dalla classe dirigente politica (di tutte le fazioni) i libanesi hanno un livello altissimo. Sono famosi come banchieri, top managers e commercianti di successo dovunque e soprattutto in Medio Oriente. I loro ristoranti sono tra i più sofisticati nelle metropoli di tutti i continenti. Qualcuno li chiama gli “ebrei del mondo arabo” (come d’altronde i palestinesi). Il presidente argentino Menem era un libanese musulmano rapidamente diventato cristiano quando si è accorto che il capo dello Stato deve esserlo per dettato costituzionale. Le più grandi banche del mondo si sono spostate da Beirut a Dubai o in Bahrein solo dopo la guerra civile e la conseguente instabilità. Il leader politico druso Walid Jumblatt era di casa a Roma dove stava la sua amica Carmen Leera (ex moglie di Moravia). Si racconta che le ragazze bene (cristiane ma anche musulmane) provenienti dal famoso e esclusivo collegio di suore francesi sposino da generazioni-guarda caso-i miliardari di mezzo mondo.
– Modernità e ricchezza, fondamentalismo e povertà. Nelle boutique del centro storico e sulle spiagge di Beirut sembra di essere nel cuore di Parigi o sulla Costa Azzurra. Hanno comprato casa o vengono lì in albergo gli arabi ricchi, per divertirsi e bere. Beirut è una capitale della chirurgia estetica (famosa per il lifting e anche per la ricostruzione della verginità). Ma nei quartieri poveri le donne sono velate come in Arabia Saudita. E sempre più si rafforza il fondamentalismo islamico. Già questa è una bomba sociale. Si aggiungono mezzo milione di palestinesi senza diritti politici (la metà ancora nei miserabili campi profughi) e quasi due milioni di rifugiati siriani. Il tutto-non dimentichiamolo-in un paese di 6 milioni di abitanti.
– Clan, corruzione e gerontocrazia. In Libano si vota liberamente, si negozia e si fa politica. Anche troppo. Ma non siamo in una democrazia scandinava: hanno un peso decisivo le “famiglie”, i soldi e il loro uso a fini di potere. Spesso con storie di tragicità shakespeariana. Ho un ricordo terribile del funerale per il giovane leader cristiano Pierre Gemayel junior. Soprattutto della dignità impietrita di suo padre, l’ex presidente della Repubblica Amin. Pierre junior era l’erede del clan.Anche suo zio era stato presidente della Repubblica: assassinato esattamente come (due anni prima) la figlia di 18 mesi, vittima di un attentato cui lui era sfuggito miracolosamente.L’auto di Pierre fu affiancata da un motociclista che lo liquidò con una raffica di mitraglietta. Il capo del governo sino all’anno scorso, il sunnita Saad Hariri, è il figlio di Rafik Hariri, eliminato nel 2005 con una carica esplosiva che ha fatto a pezzi la sua auto blindata e altre 21 persone. Rafik era uno dei più grandi costruttori del Medio Oriente e infatti arricchì rifacendo il centro di Beirut distrutto dalla guerra civile. Appariva filo saudita al punto che si favoleggiava di un suo legame di sangue con la famiglia reale. Walid Jumblatt, prima ricordato, è il capo dei drusi, radicati da secoli nelle montagne del Shuf, vicino a Beirut. Sulla cima, ha trasformato il castello di famiglia in un hotel a cinque stelle. Suo papà Kamal Jumblatt (un idealista e un socialista) fu assassinato (come il nonno). Certamente dai siriani.
L’attuale presidente della Repubblica, il cristiano Michel Aoun, è un capo militare e politico dal 1984. Per 15 anni in esilio perché accusato a suo tempo di tutto. Il presidente del Parlamento, lo scita Nahib Berri, è in carica dal 1990. È un gran signore, anche se il suo Partito Amal (“speranza”) è nato per dare -appunto- speranza ai diseredati. Parlicchia italiano (i maligni dicono perché la moglie è di casa nei negozi di via Condotti). Ma è alleato dell’Iran e dei fondamentalisti islamici di Hezbollah. Walid Jumblatt guida la minoranza drusa dalla morte del padre e cioè dal 1977.
– Nel segno del giallo. I misteri sanguinosi di Beirut si sprecano. Una inchiesta internazionale del tribunale dell’Aja sembra aver stabilito che a far saltare per aria Rafik Hariri siano stati due esecutori di Hezbollah. Ma i mandanti? La Siria ha sempre considerato il Libano una sua regione, diventata uno Stato separato per capriccio dei francesi. Hariri si dimostrava troppo autonomo da Damasco. Due più due fa quattro. Il capo dei servizi siriani a Beirut era una sorta di temuto “vicerè”. Perché dopo l’assassinio di Hariri è stato trovato “suicidato” con un colpo di pistola in testa? Un giallo ancora più oscuro riguarda anche l’Italia. L’Imam Musa al-Sadr era il capo religioso scita più autorevole e popolare, fondatore del partito Amal. Nel 1978 andò a visitare Gheddafi, poi il suo passaporto risulta controllato allo sbarco di Fiumicino. Scomparve per sempre. È stato assassinato a Tripoli e poi un sosia è stato fatto sbarcare in Italia con il suo documento? È sceso davvero a Roma ed è stato ucciso in Italia? Il Primo Ministro sunnita, l’economista Siniora, ne faceva una tragedia, ci accusava di poco rispetto e scarsa collaborazione nelle indagini. Ma le verità su questi e altri gialli (forse anche sull’esplosione di adesso) non sono mai una sola. Ciascuno si sceglie la sua. Come nella Sicilia di Pirandello, “così è, se vi pare“.
– I voltafaccia. Mai dire mai. Per realpolitik, i nemici possono diventare amici. E viceversa. L’attuale presidente Aoun era la bestia nera dei siriani, che a sua volta odiava. Ma tra abbracci e baci è diventato dopo decenni un loro alleato. Dopo che il padre è stato ucciso dei siriani, il figlio Walid Jumblatt ha giurato vendetta ma poi, anche qui, è passato a riconciliazioni e rotture.
– L’amicizia. Ancora come in Sicilia, i rapporti personali valgono spesso più delle regole. Corsi a trovare il Primo Ministro Siniora in un momento difficile. “A friend in need is a friend indeed”-mi disse (un amico nel momento del bisogno è un amico davvero). E da quel momento fu sempre leale. Nel 1983, un attentato fece saltare in aria a Beirut la caserma dei marines, fu una strage e si innescò un conflitto. Noi avevamo un contingente militare italiano sul posto e dalla montagna del Shuf i drusi di Jumblatt cominciarono a bombardarlo con gli obici. In pochi minuti, avrebbero aggiustato il tiro. Craxi era appena diventato presidente del Consiglio. Jumblatt era socialista come il padre, che aveva persino regalato ai contadini le sue terre. Era perciò stato dirigente nell’internazionale giovanile con Craxi ed erano amici. Gli telefonò al volo in francese. “Sei scemo? Io divento presidente e tu bombardi i soldati italiani?”. Il fuoco fu sospeso immediatamente, lasciando sbalorditi i nostri diplomatici e militari di Palazzo Chigi. Ne sa qualcosa l’ambasciatore Antonio Badini. Era giovane e ultimo in grado tra i consiglieri del precedente presidente. L’unico rimasto con il passaggio delle consegne. Craxi voleva scegliere una personalità, ma non si decideva. Notò che Antonio era bravissimo e lo nominò sul campo numero uno.

 

Ugo Intini

(Il Dubbio)

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