venerdì, 20 Settembre, 2019

Ustica e Bologna un unico mandante? I sospetti sul terrorismo arabo-palestinese

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Dopo quarantanni su quanto avvenne il 27 giugno 1980 nel cielo tra le isole di Ponza e di Ustica una sola cosa è certa: cioè che l’aereo DC-9 della compagnia Itavia, partito da Bologna e diretto a Palermo, s’inabissò nel cd Punto Condor del Mar Tirreno. Le vittime furono 81. Non ci fu nessun superstite.
Sulle cause di questa strage l’Italia è reticente o solo latitante a seconda che l’incidente del DC-9 sia da considerare normale o straordinario. Nell’incertezza non ha ancora presentato all’Inter national Civil Aviation Organiza tion di Montreal (l’agenzia delle Nazioni Unite che dal 1970 è spe cializzata in materia di aviazione civile) il Final Report nel quale siano descritti i risultati delle indagini sulle cause che hanno determinato la caduta del velivolo.
Continua,invece, la vera e propria campagna,con la gogna mediatica riservata agli imputati o semplicemente sospettati, che sin dal 1980 si è scatenata sul drammatico evento.In assenza di una sentenza finale, dura ancora oggi.
L’istruttoria e in generale la narrazione pubblica ha coinvolto politici, militari, magistrati, periti (anche stranieri) e l’intero sistema mediatico.
Gli storici sono stati i grandi assenti. Questo vuoto è stato appena incrinato dall’ampio ed efficace saggio di Franco Bonazzi e Francesco Farinelli.
Il primo è pilota collaudatore nel l’Aeronautica militare e nell’indu stria relativa. E’ stato consulente per diverse commissioni d’inchie sta per incidenti aeronautici, ma ha anche due lauree. Il secondo e’ ricercatore di storia(formatosi al l’Università di Bologna).Dirige l’Eu ropean Foundation for Democracy di Bruxelles ed è membro del pool di esperti della Radicalisation Awa reness Network della Comunità europea.
Entrambi sono autori di un volu me intitolato Ustica.I fatti e le Fake News, edito a Firenze da LoGisma.
Malgrado lo definiscano pudica mente “Cronaca di una storia italia na tra Prima e Seconda Repubblica”, il lettore non tarda a rendersi conto di avere tra le mani un te sto di rottura, che si dovrebbe chiamare devastante.
Infatti,la sua caratteristica, anche se il tono è discorsivo e pacato, risiede nel rompere coperture ed omissioni, e mettere a nudo come su un tavolo anatomico vere e proprie falsificazioni.
Si sono venute sedimentando per l’assenza di una volontà, come quella dimostrata da Bonazzi e Farinelli. Essa consiste nel non ave re complessi di inferiorità o timori di lesa maestà.
Il loro libro non è malthusiano nell’elencarle. Da istituzioni come la magistratura alle commissioni parlamentari di inchiesta,da nu goli di consulenti italiani e strani eri fino a un gruppo di pression group come l’associazione dei parenti delle vittime(determinata-al pari di quella ancora più rissosa, sulla strage alla stazione centrale del 2 agosto 1980, a Bologna- ad avere competenza in ciò che non le spetta come l’accertamento del la verità giudiziaria), dai giornali sti ai leaders politici.
Decenni di inchieste, sentenze, dibattiti e controversie vengono, punto per punto, riprese in mano e certosinamente smontate.
Bonazzi e Farinelli non ragionano in base ad un partito preso (politico o ideologico).Intendono dare alla vicenda del DC-9 la misura della sua importanza (è stato il delitto – semprechè venga davvero confermato – più impenetrabile, insieme all’eccidio pri ma citato presso la stazione di Bologna, della storia dell’Italia repubblicana) e dell’ampiezza della mistificazione apportata a danno dell’opinione pubblica.
Si tratta di un progetto di ricerca ambizioso e irto di ostacoli che si è svolto nell’arco di molti anni. Sotto i ferri della loro minuziosa contestazione sono stati sradicati come fiori secchi o ridotti allo scheletro posticcio di fuochi fatui, miti, fantasticherie, cioè la rete intricatissima di complotti e depistaggi.
L’intera favolistica su chi avrebbe messo fine al viaggio del DC-9 e al suo equipaggio, ha prosperato per un tempo infinito. Il convinci mento dei due autori è che dalle aule dei tribunali a quelle di Camera e Senato, dalla stampa ai video, sia stata ingaggiata una vera e propria guerra di disinformazione.
Si può parlare di una regia a direzione unica? Agli autori è suffi ciente rilevare come in questa trama di inganni sarebbero finiti 4 magistrati, 15 collegi peritali di nomina giudiziaria, i molti consu lenti delle Parti civili e della Difesa e circa 4 mila testimoni interro gati. Nell’insieme un archivio costituito da circa 1.750.00O pagine di atti istruttori generali.

Credo che tanto nella saggistica quanto nei seminari universitari e nelle pieces teatrali, la vicenda di Ustica rimarrà emblematica. A dimostrazione della forza a testa multipla che si può costruire con u n’opera ben confezionata di mistificazione dell’opinione pubblica.
Questo obiettivo, semprechè ci sia stata una regia, è classicamente quello dei regimi dispotici: i cittadini sono sudditi, non devono sa pere e soprattutto non debbono essere messi in condizione di capire.
Perciò, si è fatto loro credere che la fine del DC-9 sia stato l’esito di una battaglia aerea in tempo di pace con l’aviazione libica di Gheddafi, del tiro al piccione dei missili-in particolare francesi o americani-lanciati da stazioni o portaerei della Nato dislocate nel Mediterraneo, dell’esplosione di un ordigno all’interno del velivolo ecc.
Sfortunatamente nessuno di questi episodi è dimostrabile, cioè prossimo alla realtà. Resta nel cielo delle ipotesi.
Non la formilazione di un’altra, ma la contestazione del lungo lavoro istruttorio e delle sentenze come dell’invasione di campo a gamba tesa dei media (a cominciare dal Corriere della Sera) o delle acquisizioni delle commissioni parlamentari d’inchiesta è il risultato principale e più persuasivo del lavoro lavoro compiuto da Bonazzi e Farinelli.
I molti tasselli della vicenda (comprese le registrazioni, i radar, le scie degli eventuali missili,le intercettazioni, le “narrazioni” dei residui rinvenuti del relitto sti vato per 8 anni in fondo al mare, le dichiarazioni dei governi della Nato) sono stati staccati e ricomposti in pagine di grande interesse e leggibilità.
Bonazzi non ha paura di scrostare e segnalare ai lettori i depositi di improvvisazione,incompetenza, pura e semplice strumentalizzazione politica,insieme a più semplici pregiudizi, e superficialità. Non sono le falesie, ma le pareti rocciose in cui hanno finito per imbattersi pubblici ministeri autorevoli come V. Bucarelli, R. Priore, G. Salvi ecc. o gruppi di tecnici,periti e docenti universitari.

L’esame o il riesame accurato de gli autori si rivolge alle risultanze emerse o documentabili sul funzionamento degli apparati interni ed esterni all’aereo di linea. (radar, ali, motori, tracce lasciate da eventuali corpi esplosivi, regi stri di conversazioni telefoniche ecc. ).
Non c’è un momento in cui la complessità delle indagini e dei raffronti inducano Bonazzi (tra i due autori è l’esperto tecnico) a cedere il passo ad un atteggiamento di prudenza interessata, alla finzione o all’opportunismo.
Per esempio la polemica col giudice istruttore Rosario Priore è net ta,tagliente,ma equilibrata.
La ragione risiede nel fatto che i media, i periti,gli stessi dirigenti politici hanno identificato l’attività istruttoria del processo nel decennio (1990-1999) in cui esso è stato guidato da Priore. Non si sono resi conto o,peggio, non hanno dato importanza ad un’altra circostanza, direi decisiva, cioè che il processo su Ustica è durata venti anni (ed è ancora sub jusdice).
In secondo luogo non si è attribuito molto peso al fatto che
A causa di questa mutilazione temporale,non si è tenuto conto dei lavori (accertamenti,inchieste ecc.) svolti dai magistrati che han no preceduto Priore. Nell’arco di tempo 15980-1999, si sono succeduti Guarino, Santacroce e Buca relli.

Gli autori muovono dal rilievo oggettivo (ma dalle conseguenze stravolgenti e mistificatrici) sul modo in cui è stata condotta la ricerca della verità sul disastro di Ustica.
La si è fatta stato consistere in un solo documento (di 5.468 pagine), cioè l’Ordinanza-sentenza emessa dal giudice Priore nel 1999, al termine di un’attività investigativa che egli aveva inizia to nel 1990.
E’ dalla limitazione temporale e dall’assunzione con valore mono teistico delle conclusioni di Priore prima citati che sono derivati molti dei gravi travisamenti e fraintendimenti in cui sono incorsi commissioni peritali, dibat titi politici, e soprattutto inchieste giornalistiche.
E’ impressionante dover rilevare l’uso incongruo, se abusivo, che si è fatto di quanto il magistrato romano ha scritto sulle cause del disastro aereo del 27 giugno.
Non ha emesso nessuna sentenza. La preoccupazione di mettere al centro di ogni narrazione sull’affaire Ustica questo esito non ricorre quasi mai.
Priore si è limitato a prospettare delle ipotesi senza verificarne nessuna. Dell’eventuale conflitto armato tra il DC_9 dell’Itavia e altri velivoli non ha si fornito né le ragioni che l’avrebbero determinato, nè il numero dei partecipanti, né la nazionalità. Ha escluso che,in mancanza di degli autori del reato (rimasti ignoti) si potesse proceder per il delitto di di strage. È vero che dispose il rinvio a giudizio di nove esponenti dell’Aeronautica milita re con l’accusa di falsa testimoni anza e attentato contro gli organi costituzionali.Ma la terza sessione della Corte d’Appello di Roma ha dichiarato “la nullità dell’attività istruttoria” e della stessa ordinan za di rinvio a giudizio.
Per la verità, il magistrato romano non è stato tetragono d fronte a nuove proposte e analisi. Infatti, nel corso degli anni ha oscillato nell’attribuzione delle cause della caduta del Dc-9.E lo ha confessato candidamente nel convegno su Ustica tenuto a Firenze presso il Consiglio regionale della Toscana, il 7 ottobre 2016.Prima ha parlato di un attentato missilistico. Poi di una quasi-collisione con altri aerei. E infine di collisione bella e buona.
In secondo luogo non si è tenuto conto che la ripresa di interesse mediatico per Ustica ha avuto luo go con le sentenze, emesse in ambito non penale ma civile. Sono state relative ai risarcimenti chiesti dall’Itavia e dai parenti delle vittime. Solo allora,anche grazie al silenziatore e alle distorsioni sui processi penali in Corte di Assise, di Appello e in Cassazione nel periodo 2000-2007, le ipotesi del missile,delle collisioni intere o parziali con altro aereo, della stes sa fantomatica battaglia aerea han no fatto assumere alle favole sulle cospirazioni il valore di certezze, anzi, come scrivono gli autori, di “verità monolitiche”.
E’ una fase su cui gli spunti presenti nel volume fanno sperare si traducano in una versione più estesa che potrebbe arricchire la ricostruzione di questo gravissimo incidente aeronautico.
Pertanto,la cultura complottistica che ispira la maggioranza dei giornalisti e dei saggisti (e sta influenzando la stessa storiografia) non ha fatto un passo indietro.

Ancora di recente, dagli schermi della Tv7, Andrea Purgatori ha tentato, con i migliori propositi, di rendere un servizio alla sua professione, di ridare fiato ad una tecnica di indagine giornalistica di grande disinvoltura.
In passato lo aveva fatto mettendo in una gogna mediatica la notizia (semplicemente infondata) di 4 aerei francesi levatisi all’inseguim ento del DC-9, poi parlando di Mig libici nascosti dietro la sua scia.
Di recente, sempre sugli schermi di Umberto Cairo,si è esibito nel ricostruire un attacco missilistico in grande stile partito dalla portaerei Usa Saratoga ormeggiata a Napoli con l’obiettivo di abbattere il Dc-9.
Alla fine il marine testimone di questo suo ultimo asso nella manica (utile per uno scoop televisivo) si è rifiutato di rendere al magistrato questa cruciale testimonianza.
Il timore di fare dei nomi,crearsi delle ostilità se non dei nemici, non fa parte delle preoccupazioni di Bonazzi e Farinelli.
Grazie a questo forte sentimento di autonomia e indipendenza, costi quel che costi, il lettore vede finire sotto schiaffo, oltre al giudice istruttore Priore(persona,peraltro, irriducibile a conformismi o negoz iazioni), esponenti politici come il pidiessino Libero Gualtieri (presi dente della Commissione bi-came rale sulle stragi),tecnici e docenti universitari.
La loro chiamata in causa avviene in funzione di un libero dibattito, senza sconti né concessioni. I ragionamenti sono ineccepibili. In generale, va detto che sono quasi sempre implacabili,ma rispettosi delle opinioni, anche le più maldestre, delle persone da cui gli autori dissentono.
Nel caso di Ustica come in quello di Bologna la verità è finita presa in ostaggio (secondo le parole mi sembra di Farinelli nell’introduzione) dalla fiction,dalla memorialisti ca,dalla cronaca giudiziaria e giornalistica, e – aggiungerei – da una fa melica longanimità politica.
Pertanto, nell’inabissamento del Dc-9, l’Introduzione del volume deve evocare un senso dolente di amarezza. E’ lo stato d’animo per la grande sconfitta subita dagli inquirenti e più ampiamente dallo stesso Stato: ”a fronte di una cospicua mole di documenti, si assi ste al paradosso della mancanza di un colpevole, di un’arma del delitto unanimamente riconosciuta, di un chiaro movente e di una ricostruzione dei fatti condivisa”.
Ogni atto ufficiale e testimonianza fin dal primo giorno confermano quanto hanno dichiarato i dirigenti della nostra Aeronautica milita re (trascinati in tribunale, ma assolti alla fine di una tormentosa e lunga caccia alle streghe): cioè che nel cielo di Ustica e neanche durante il tragitto fino ad essa, non ci furono aggressioni o conflitti,e che nessun altro velivolo libico si fece scudo di quello dell’Itavia, e nessun missile fu sparato contro di esso.

E’ un risultato non diverso, ma più approfondito di quanto aveva proposto nel 2016 l’ex parlamen tare E.Baresi nella sua Ustica. Storia e controstoria, Roma,Koinè Nuove Edizioni.
A emergere da decenni di inchieste, perlustrazioni dei relitti dell’aereo (stipati in un museo a Bologna) e spese elevatissime è un esito impressionante: il sa crificio plateale della verità. Sia giudiziaria sia storica.
E’ la conseguenza del metodo su cui si soffermano ampiamente la documentata analisi tecnico-scientifica di Bonazzi e quella storico-politica e mediatica di Farinelli. E’ lo stesso con cui non di rado sono stati condotti molti degli esami per venire a capo delle responsabilità (esecutori e|o eventualmente mandanti) della strage di Ustica.
Gli autori alludono, senza enfasi alcuna o ricerca di altri miti interpretativi, a quanto ha avuto un ruolo molto minore, assolutamente ininfluente, nella kermesse delle ricostruzioni.
Purtroppo al volume manca una bibliografia analitica, se non critica. Ma si può dire che a dominarle sono state un surplus di sentenziosità e i reticoli di paradigmi assertivi privi spesso di fondamento.
Di conseguenza, finiscono per essere valorizzate alcune opinioni ormai lontanissime nel tempo.
Mi riferisco a quelle che si cominciarono a formulare nella stessa estate del 1980.
Il quadro era occupato dalle tensioni sui nuovi equilibri internazionali nel Mediterraneo. A innescarli, nel 1979, fu l’indipendenza ottenuta dall’isola di Malta dalla Corona britannica. Ad essa seguì,come ha documentato nel 2011 V.R. Manca, un protettorato di fatto delineato dai cospicui investimenti (circa 50 milioni di dollari) e dalle consegu enti mire egemoniche (assai pericolose per l’intero Occidente) del colonnello libico Gheddafi.

Sono dettate da questo stato di cose le riflessioni del ministro dell’Industria Antonio Bisaglia. Sono contemporanee e si muovo no nella stessa direzione quelle più documentate (e a carattere anche autobiografico) del sottosegretario agli Esteri Giuseppe Zamberletti (in un saggio-testimonianza esemplare – pubblicato dall’editore Franco Angeli – sull’azione politica di contrasto agli interessi della Libia svolta dal governo italiano).
A riprenderle un decennio più tardi, cioè nel 1990, sarà il capo della polizia, nel governo guidato da Giuliano Amato, Vincenzo Pari si.Ma di recente (siamo nel 2016) ha aggiunto la sua voce lo stesso giudice Rosario Priore e il coautore Valerio Cutonilli del volume I segreti di Bologna, edito da Laterza.
A loro avviso, nel giugno 1980 Usti ca avrebbe anticipato una strage successiva, quella(ugualmente or renda, oggetto di alcune sentenze poco convincenti) del 2 agosto presso la stazione di Bologna. In entrambi i casi, la mano che ha armato gli esecutori non sembra diversa da quella dei probabili mandanti: il terrorismo arabo-palestinese.
L’argomento merita di essere ripreso liberandolo dall’uso politico-propagandistico che spes so finora ne è stato fatto.
Un primo contributo potrebbe venire dalla liberalizzazione (fino a consentirne l’accesso agli studio si) delle carte riservate del capo-centro del Sismi, molto legato ad Aldo Moro, presso l’ambasciata italiana di Beirut, Carlo Giovannone.
Coprono il periodo ottobre 1979-ottobre 1980 e riguardano i rap porti del funzionario italiano con gli esponenti del Fronte Po polare per la liberazione della Palestina e in generale con l’Olp di Arafat.
Sono depositate presso l’archivio dei nostri servizi a Roma.La nota direttiva di Renzi sulla de-secre tazione degli archivi ne ha reso possibile la visione(ma con divieto di fotocopiatura e tanto più di pubblicazione) ad un gruppo di parlamentari membri della Com missione Moro.
Essa è avvenuta nel maggio 2016, ma dalle dichiarazioni da loro for nite ai principali agenzie di stam pa (Ansa, Adn kronos, Agi) le opini oni sul contenuto delle carte Gio vannone, per quanto concerne le stragi di Ustica, della stazione centrale di Bologna e dello stesso “lodo Moro” sono risultate non solo diverse,ma addirittura oppo ste. Lux a non lucendo, dunque.
Sembra solo di capire che la condanna, ad opera del Tribunale di Chieti, del dirigente(soi dicant studente) del FPLP Abu Saleh Anzeh (insieme ad alcuni dirigenti dell’Autonomia operaia di Roma) per il trasporto dal porto di Ortona di due missili terra-aria di origine sovietica, non abbia determinato né la fine, e neanche la sospensione, dei rapporti tra il governo italiano e le organizzazioni (terroristiche) palestinesi. Il parlamentare diessino Paolo Cor sini, che di professione è un ricercatore e un docente di storia contemporanea, dalla consultazione dei documenti relativi a Giovannone avrebbe rilevato la loro “continuità”:
“”Dentro non c’e’ alcun collegamento con le stragi di Bologna e Ustica”, e nemmeno “testimonianza del cosiddetto ‘lodo Moro'”, il ‘patto’ che avrebbe garantito alcuni vantaggi ai palestinesi in cambio dell’immunita’ del nostro Paese ad eventuali at tentati. “Non c’e’ niente che faccia pensare alle stragi come ritorsione alla violazione di quel lodo”. 1
Il suo collega (di Nuovo Centro Destra), Carlo Giovanardi, ha parlato, in vece di minacce di attentati profferite dal FPLP con ntro il governo italiano proprio per la sanzione penale irrogata al loro rappresentante in Italia Saleh Anzeh e di misteri su Ustica e Bologna:” è davvero incomprensibile e scandaloso che, mentre continuano in Italia polemiche e dibattiti, con accuse pesantissime agli alleati francesi e statunitensi di essere responsabili dell’abbattimento del DC9 Itavia a Ustica nel giugno 1980, l’opinione pubblica non sia messa a conoscenza di quanto chiaramente emerge dai documenti secretati in ordine a quella tragedia e più generale degli attentati, che insanguinarono l’Italia nel 1980, ivi compresa la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980″

Salvatore Sechi

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