venerdì, 23 Agosto, 2019

Nencini in sé. Nencini in me

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Sta chiudendosi l’undecennale segreteria di Riccardo Nencini.

Per chi vorrà ripercorrerne la vicenda consiglio la lettura del libro di Carlo Correr “Una lunga marcia”.
È stata una segreteria che, per durata, contesto e impronta, vale la pena di essere valutata al di là della cronaca. Nencini ci ha dato, con il suo libro-intervista “L’Età del Ferro”, un primo contributo per riesaminare questi anni fornendo la sua chiave di lettura da protagonista.
Bisognerà presto aggiungere a ciò uno studio su cosa abbia voluto dire, culturalmente e storicamente, questa segreteria. Perché, se vogliamo arginare il genocidio culturale contro il socialismo italiano, contro la nostra memoria, le nostre vite e dunque il nostro contributo politico passato e futuro, non basta la sacrosanta difesa di Craxi (processo oramai avviato trasversalmente, nonostante certe stupide resistenze). È altresì necessario storicizzare questa fase che ci ha visto e ci vede, pur a vario titolo, attori.
Non si tratta qui di celebrare le vittorie, giustificare le possibili mancanze e fare una pretta somma algebrica. Si tratta dunque di capire il senso di questa segreteria, il segno che ha lasciato sulle nostre vite politiche. L’affetto, la stima e il consenso politico che Nencini ha sempre avuto nel Partito saranno sicuramente ricordati, ma non voglio dare immagini oleografiche, perché non è stato un segretario innocuo, è stato un segretario critico, protestante. Non voglio neanche parlar di carattere (i caratteri sono solo origami fatti con la leggera carta della Natura Umana), ma aprire una riflessione sull’importanza di aver avuto un Segretario non oppiante ma responsabilizzante, soprattutto intellettualmente, perché la responsabilizzazione è il centro di ogni problema e soluzione in questa grande crisi della Politica (e cioè della dimensione umana) assediata da Economia e Tecnica.

L’Impronta dei segretari
La vera scuola del Comando è la cultura generale.
Attraverso questa il pensiero è messo in grado di
esercitarsi con ordine, di sceverare nelle cose
l’essenziale dall’accessorio, di scoprire in anticipo
le conseguenze e le interferenze, in breve di elevarsi
ad un grado in cui gli insiemi siano visibili senza che
si perdano le sfumature. Non ci fu mai capitano senza il gusto
e il sentimento del patrimonio dello spirito umano.
In fondo alle vittorie di Alessandro, sempre si ritrova Aristotele.

Charles De Gaulle, Verso l’esercito di mestiere

Guardando indietro, come guide dell’Idra Socialista, possiamo vantare intelligenze irrequiete come Nenni e Angelica Balabanoff, solidissimi profili dottrinali come Saragat e Basso, un intellettuale con vocazione letteraria come Silone, professionalità scientifiche come Morandi, giuristi di fama come De Martino. Sì, abbiamo avuto anche un segretario artigiano di umile origine, Costantino Lazzari, ma uomo di forti letture (poliglotta) e sempre spalleggiato da intellettuali come Bignami e Gnocchi Viani (prima. Poi si mise con Labriola e bla bla bla).
Ognuna di queste personalità, tutte assolutamente al di fuori dall’ordinario, ha dato una propria impronta a determinate fasi, una traccia più o meno solida all’identità non solo del partito ma di tutti i suoi militanti.
Chiaramente non possiamo lasciare al Leader tutta la responsabilità. Ognuna di quelle personalità citate si è formata sempre in seno ad un veemente dibattito con altri rilevantissimi personaggi, a volte persino superiori al segretario di turno. Superfluo ribadire il ruolo di Giolitti, Lombardi e Vecchietti per esempio. Si potrebbe poi dire che il leaderismo di Craxi abbia un po’ appiattito il dibattito interno, ma in realtà aveva segnato un balzo in avanti tale da rendere effettivamente obsolete la maggior parte delle alternative, che non a caso si accomodarono in pelose rendite correntizie. L’impronta di Craxi, e della sua coorte di intellettuali, segnò una svolta colossale paragonabile forse solo alla fondazione stessa del Partito, per tanto l’unico superamento di Craxi non poteva che passare ormai dal craxismo stesso.

Dopo il Diluvio di Tangentopoli, la Diaspora non fu certamente il campo più fertile per covare leader e intellettuali. La nostra comunità disintegrata si è abbeverata un po’ qua e un po’ là. Sorsero tante sette apocalittiche: il transpartitismo di Formica, l’apologetica di De Michelis, il messianismo martelliano, il non-so-ché di Signorile…l’unica prospettiva con un minimo di forza centripeta è stata la mite cocciutaggine di Ugo Intini che, sebbene sempre più in disparte, ha rappresentato il filo d’Arianna della tradizione socialista nel corso della Seconda Repubblica.
Lo SDI di Boselli aveva una concezione da PMI emiliana, in tensione fra mille cautele e un paio di specialità con cui battere nella propria nicchia. La Costituente poi significò qualcosa di simile all’improvvida espansione ad Est dell’UE. Incamerammo una serie di miserie e invasamenti, ci ritrovammo in casa gente che misurava il socialismo in base al rancore verso le altre forze politiche. Ciò valeva sia per i vecchi compagni che per gli ex comunisti (che poi per fortuna se ne andarono). Fu un avvelenamento di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze umane. Boselli, nel suo ultimo atto, e Nencini, per questi undici anni, hanno dovuto confrontarsi con una serie di inutili distrazioni onfaloscopiche.

Zolla ci parlava dell’alternarsi, in seno all’Occidente soprattutto, di civiltà del commento e civiltà della critica.
Le prime si fondano tutte sul sacro e, appunto, sul commento alle più autorevoli fonti sacre (oracoli, bibbie e via cantando). Queste entrano in crisi quando, ad esempio, il testo sacro smette di “leggere” gli uomini e le cose (dando loro ruoli, funzioni, senso) e inizia ad essere letto e dunque criticato. Quando l’Oracolo di Delfi perse la sua centralità ecco emergere i sofisti. Simile crisi contagerà la Roma dei libri sibillini e solo col cristianesimo tornerà in auge un Testo Sacro con relativa civiltà del commento. Quest’ultima è entrata in crisi con la Modernità (tra Umanesimo e Riforma).
Nel nostro piccolo, scusate la sbrigatività, abbiamo avuto un Turati glossatore e interprete (mai dogmatico, si sa) di un sacro Marx e poi un Craxi critico. Il vero testo sacro che Craxi aveva messo in discussione era, più “banalmente”, la Costituzione. La grande sfida che Mondoperaio aprì in quegli anni non fu tanto su Marx e Gramsci quanto sulle grandi riforme istituzionali, sistemiche.
L’Italia perse quell’occasione, i nuovi socialdemocraci (diessini/piddini) si son fatti partito conservatore di quel morente sistema sociale ed economico fondato sulle tre C, Costituzione, Confindustria e Confederati (Sindacati), e noi socialisti, nelle catacombe, a commentare i detti di Turati, Nenni e Craxi. Spentosi il fax di Hammamet, lo SDI semplicemente smise di commentare, invece di iniziare a far critica e dunque sistematizzare il craxismo. Boselli liquidava il problema con “il socialismo italiano non è nato con Craxi e non è morto con Craxi”.
Ma non bastava. Né bastava Villetti, che aveva troppa biografia intellettuale da dover difendere per aggiornare serenamente la questione metodologica e ideale del Socialismo orfano del suo grande faro. Venne Nencini.
Pur essendo assolutamente incardinabile nel craxismo, Nencini (storico e scrittore, medievista e giallista) ha avuto un grande ruolo di problematizzatore della questione socialista, vedendo questa, giustamente e in continuità coi nostri grandi pensatori, solo come un aspetto di una più vasta questione politica.
Il ruolo di problematizzatore è ciò che rende netta l’impronta di un politico, ma è un ruolo scomodo per un leader. Lo era stato, per Nencini, già nei suoi contrasti con Boselli, lo è stato certamente ancora di più dopo aver assunto la segreteria. Se nel primo caso rischiava di apparire bastian contrario, mestatore e disfattista, nel secondo ha sempre turbato il placido ruminare di molti compagni. Ma se non si fanno emergere i problemi, non c’è analisi che tenga, né azione che duri. E questo ovviamente dà fastidio a dei baroni di partito. Questi hanno assunto nel partito l’attitudine, irresponsabile, dell’impiegato a stipendio fisso che, una volta la settimana, spende qualche soldino per una schedina o un gratta e vinci. Ovvero: so benissimo che è molto improbabile, ma non costa molto occupare uno spazio. Se va bene faccio il deputato (per grazia divina) se va male amen, ho sprecato qualche spicciolo. E intanto “meno siamo meglio stiamo” e sempre latitare alle amministrative.
Insomma, Nencini per fortuna non è stato un cacciatore di lodi ma un cacciatore di rogne.

Prima rogna: Historia viceministra vitae
Ogni forma essenziale dello spirito
giace nell’ambiguità. Più questa forma si sottrae
al paragone con altre, più dà luogo ad una
molteplicità di apparenze.

Martin Heidegger, Introduzione alla metafisica

Alcuni anni fa, l’allora presidente dei Giovani Socialisti Europei Laura Slimani, dopo uno dei miei lunghi sproloqui su ragioni, radici ed evoluzioni della sinistra italiana, si rivolse alle altre compagne straniere, per giustificarmi, spiegando sinteticamente: “nella politica italiana la Storia è molto importante”. Le compagne, grazie a quella chiave di lettura, digerirono meglio la mia difesa dell’autonomia socialista rispetto al PD. Ma fui io a entrare un attimo in crisi. Caspita. Riemerse in me Husserl, e poi Nietzsche, con le sue osservazioni sull’Europa satura, ingombrata di Storia. Come le ciliegie (o le confidenze, o i baci) un riferimento preparò, riscaldò e chiamò un altro, fino a trovarne uno col verme dentro. “Non fa parte della nostra storia”. “Il partito è storico”. “Uno storico dirigente”. La Storia, anzi la storia con la s minuscola, è un balsamo, una giustificazione per tante chiusure, tante sclerosi del nostro Partito: una maschera per nobilitare semplicemente dei risentimenti. Storicità è un valore di per sé? La coerenza (ideale, politica) socialista va valutata usando la storia come unica pietra di paragone?
La Storia è molto importante in Italia, un paese fondato (nel bene ma abbondantemente anche nel male) sul Liceo Classico, che è il liceo della Storia. Ma allora aver avuto un segretario storico è stato un handicap? No, perché la seria disciplina storiografica è la miglior medicina contro gli autoinganni e le dissociazioni prodotte dal cattivo uso della Storia: dagli appelli retorici al passato alle lenti deformanti della memoria. Ricordiamo Don Ferrante, l’erudito dei Promessi Sposi che nel secolo di Bacone, Cartesio, Cervantes e Keplero viveva immerso nelle ubbie del passatismo?
La Storia (come weberianamente la Politica) è per Nencini Beruf, professione, vocazione e non mestiere e tepido rifugio. In una comunità incardinata sugli equivoci della memoria e sul guardarsi l’ombelico storico, aver avuto un segretario storico ha significato un po’ il passaggio da Erodoto a Tucidide. Non più una storia sorda e sempre celebrante, un sapere fine a se stesso, con pretese universaliste, fissata su superstizioni (invidia degli dei, hybris, ecc…) bensì finalmente una prospettiva di “possesso perenne”, di “tener presente” il passato.
Un’attenzione saggia al particolare come vero e pratico scrigno dell’universale. Non si tratta, banalmente, della “storia maestra di vita” come intesa moralisticamente da Cicerone, né dell’ingenuità di Polibio che pensava di poter ricalcare il passato sul presente. La grande passione storica di Nencini è dunque la dinamica dell’Esperienza Umana, le crisi e le evoluzioni che, analizzate su fatti, cause e moventi (e qui anche il giallista!) permettono prognosi e diagnosi di ogni segmento con cui ricostruire la Visione necessaria per la chiamata politica. Non c’è il Fato ma, machiavellicamente, il braccio di ferro tra Virtù e Fortuna.
Venendo al pratico, brutalmente: per undici anni Nencini ha ortopedizzato compagni con la testa voltata al contrario o piegata sul già citato ombelico. È stata sicuramente dura sui più vecchi, ormai contortissimi ulivi saraceni, ma molto efficace sui giovani virgulti, anche se un uliveto che cresce fa meno rumore di un vecchio ulivo che sproloquia su Facebook.
Basta con le illusioni e le favolette. Craxi è stato quello di Sigonella e della sovranità? Sì, ma è stato anche quello del Vertice di Milano (scorno della Thatcher e massimo esempio contro l’unanimismo decantato dai sovranisti). Nenni è stato un grande uomo? Sì ma il suo frontismo ci è costato ogni possibilità di contrastare il PCI. Il Socialismo Europeo è la casa comune per i riformisti italiani? Ovvio, ma va ristrutturata e non può essere né la lavanderia dei diessini né il bivacco dei democristiani, ma tanto meno neanche la foglia di fico per i nostri complessi. Il PSI deve essere autonomo? Ok, ma senza velleitarismi e rendendosi conto che bisogna ridarsi una missione e una ragione. Al diavolo i malumori dei farisei! In tanti ne fummo entusiasti. Finalmente un approccio critico, e non sbrigativo, della nostra storia, della nostra missione, delle nostre ragioni.

Seconda Rogna: La Crisi di Missione
L’universo è sul suo letto di dolore,
e tocca a noi uomini di consolarlo.

Louis-Claude De Saint-Martin

La missione è lo scopo, il compito da svolgere. In Nencini è la crisi di senso che va dal singolo individuo all’intera civiltà Europea.
La tensione tragica di questo punto si avverte tutta nel rapporto tra lui e la Fallaci. Quel rapporto personale, che per tanti della mia generazione è stato, parallelamente, un rapporto letterario e indiretto ma vivissimo, appare negli scritti di Nencini in tutta la sua drammaticità intellettuale: un socialista solidamente laico, un medievista che ha nell’Umanesimo la foce della propria materia, un illuminista con il cuore in Francia, in contrasto convergente con una donna che infuriava contro tutti quei valori, per cui aveva pur combattuto, e che, per eterogenesi dei fini, rischiavano di sclerotizzarsi nel luogo comune, nella banalizzazione se non autodistruggersi. Nencini rappresentò un ormeggio dialettico per la Fallaci, uno specchio per non perdersi (come spesso le accadeva) in uno zelo militante. Quei valori, in Nencini come in noi, non sono usciti menomati da quel confronto gagliardo con l’eresia della Fallaci, bensì arricchiti, temprati.
L’individuo è scardinato dal sacro che muore, dall’ordine che viene sostituito dalle ingegnerie sociali, dalla società che si liquefa, dalla famiglia che si nuclearizza e perfino dal proprio Io che si è fatto minimo, rinunciando a tutti quei “lussi” che lo possono arricchire (affetti, arte, lettura, ecc).
L’Europa poi sembra ormai aver compiuto il proprio compito di permeare di sé il Mondo. Proprio mentre poteva finalmente coronare la propria missione universalista fondando uno stato federale, terminando la guerra civile che ha attraversato quasi tutta la sua storia. Oggi l’Europa, quella delle trasgressioni intellettuali e delle proteste e delle riforme teologiche e politiche, sembra meno europea di grandi pezzi delle Americhe ma a breve anche dell’Asia.
La Missione dello Spirito Europeo, per l’ennesima volta, si è ridotta a meri obiettivi, a ulteriore e striminzito campo di contesa per delle stremate nazioni che, malamente sopravvissute a loro stesse, provano a saltarsi al collo commercialmente nel poco spazio concesso da quelle regioni, un tempo periferiche, che ora stanno facendo tesoro della Visione e della Missione un tempo europee. Ecco l’Europa paranoica e chiusa nel proprio mosaico che deve ritrovare la propria natura eretica e universale. Dove sta l’Universale per Nencini? Nel particolare. Che non si esemplifica però nel campanile in quanto campanile, ma nella Firenze geograficamente malmessa che trovò nell’alfabetizzazione e nella mobilità sociale dei propri cittadini la risorsa per vincere Fortuna e altrui Virtù, conquistando le menti e i cuori del Mondo.
Stesso discorso dell’Europa vale per l’Italia che, nei suoi 150 anni di Unità, non ha certo dato il meglio della propria storia. Anzi, probabilmente il peggio. Se non, forse, per questi settantanni di democrazia parlamentare che stiamo sprecando proprio perché non sappiamo cosa farne di questa Unità. Infine anche il Socialismo Italiano ha la sua bella crisi di missione. Nencini nel 2009 chiese a noi giovani, problematicamente: che cosa difendiamo oggi? Questa è la domanda che apre al mondo e già di suo costituisce una sorta di scopo. Scegliere una parte fa il partito. Non scegliere nulla, bensì offrirsi a tutti indistintamente è il populismo. Tutto il popolo! Come se fosse veramente un liquido, omogeneo.
Similmente l’Italia e l’Europa devono decidere cosa difendere, a cosa dare valore. Da questa scelta se ne determina il destino. Da qui scaturiscono le campagne, le iniziative nenciniane, gli esperimenti che servono a comprendere cosa ci sia da difendere e come farlo. Ulteriore problema: potrebbe non piacerci la risposta. Perché, anche se la forma partito si salva in questo ragionamento, anzi ritrova vigore e senso, potrebbe non aver senso per noi alla stessa maniera per cui non ha certo più senso la forma-nazione per l’Italia;

Terza rogna: Ragione sociale e storica.

Se vuoi avere una forza che non perisce,
non appoggiarti a una potenza che perisce.

Ibn ‘Ata’ Allah, Sentenze

Come se non bastasse disilludere gli illusissimi socialisti, come se non fosse abbastanza spiegargli che la storia non andava mitizzata ma tenuta presente con severa avalutatività, come se non fosse già tanto avergli spiegato che “Meriti e bisogni” ha oggi la stessa attualità dell’attacco al latifondo e che bisogna dunque trovare una nuova missione, Nencini ha avuto persino il coraggio di mettere in discussione la ragione sociale del Partito.
Le reazioni, nel migliore dei casi timorose, nel peggiore dei casi isteriche, dei socialisti non hanno permesso mai un approfondimento serio di questo grande tema. Qui dunque, ancor più che altrove, parlerò delle mie riflessioni sul tema.
Ragione sociale ha delle implicazioni sociali, organizzative, nominative e politiche.
Parlando fuori dai denti: possiamo essere ancora un partito?
A cosa serve un partito? Ci limitiamo semplicemente a rispondere, per il momento, che serve ad organizzare una proposta e un’azione politica. Quindi congressi, articolazioni territoriali, quadri dirigenti, una giovanile, conferenze programmatiche…ma soprattutto elezioni. La questione elettorale è uno dei principali punti per cui siamo nati come partito abbandonando l’anarchismo, l’insurrezione e via cantando. Nell’Ottocento c’era assai meno democrazia di oggi. Ma c’era assai più spazio e quindi, nonostante preti e polizia, il PSI ebbe fino all’avvento del fascismo una sua importante rappresentanza nel Parlamento. Dopo il Ventennio, assai più democrazia di prima ma assai meno spazio. Tanti partiti, tante influenze esterne. Abbiamo avuto una forza ridotta ma comunque ancora la capacità fare storia.
La cosiddetta seconda repubblica ha rappresentato una costante adulterazione dell’agone elettorale. Occupazione feroce dei media, perverse ingegnerie elettorali e mortificazione (soprattutto economica) della politica hanno reso il momento elettorale, di fatto, una farsa. Quando i compagni leggono le percentuali nei sondaggi e dei risultati elettorali si gasano o si demoralizzano a seconda del caso (psichiatrico il più delle volte, piuttosto che politico). Vogliono fare l’analisi del voto e giudicare la dirigenza su quei risultati. Scempiaggini. L’unica analisi del 2006 è: la RnP andava forte nei sondaggi e quindi ci hanno oscurati (per non parlare dello scandalo del Senato, perpetrato dagli alleati con cui avevamo vinto). L’unica analisi del 2008 è: siamo stati ammazzati da voto utile, ristrettezza economica e occupazione dei media. L’unica analisi del 2013 è: grande Nencini che è riuscito a fare l’accordo col PD, che culo che Marino ha fatto il sindaco e viva il Brasile. L’unica analisi del 2018 è: potevamo presentare qualsiasi programma e qualsiasi simbolo tanto non avevamo né soldi né spazio mediatico. Chi pensa che la rete possa essere un campo di propaganda più efficace e libero dei media tradizionali si sbaglia. I media tradizionali sono in mano a esseri umani con cui Giada Fazzalari può costruire rapporti e ragionare. La rete è un mostro governato da algoritmi a misura di volumi immensi e qualità infima. Per non parlare degli orrori antropologici che non rendono facile né la raccolta dei consensi all’antica né la moderna costruzione DEL consenso.
Detto ciò. Un partito povero e pazzo come il nostro è obsoleto come lo erano i carbonari dopo l’avvento dei garibaldini. Possiamo ancora indirizzare qualcosa nella coalizione, magari anche bypassando gli alleati trovando appoggi trasversali, ma non abbiamo come fare storia. Le uniche ragioni che ci legano a questa forma sono meramente emotive. Neanche più sentimentali. Isteria.
Ovviamente parlo della forma partito, non delle idee sicuramente meravigliose.
Possiamo persino decidere di chiamarci ancora Partito, possiamo decidere di avere ancora questo statuto ma non possiamo continuare a ragionare in termini di competizioni elettorali. Nel 2005, quando si parlava di una Federazione dei Riformisti, il progetto serissimo che venne fatto saltare dal discorso “pane e cicoria” di Rutelli, non ricordo grandi mal di pancia dentro lo SDI, anzi. Con tutti i limiti del caso l’intesa federale era la soluzione migliore per noi e per gli altri. Le anime socialdemocratiche, liberaldemocratiche e cristiano sociali, ognuna con la propria articolazione e identità ma con le bandiere abbassate per un disegno di concordia. Il partito unico, PD, fu la scelta peggiore, buona solo per salvaguardare interessi personali ed economici. I partiti potevano tornare ad essere scuole e corpi sociali, ciò che serve per creare classe dirigente davvero collegata a valori e vitalità.
Il patto federativo e di consultazione con il PD riuscì a riprendere quella strada. Eppure tutti i vari Orban del nostro partito mugugnarono. Il renzismo non ha certo aiutato questa impostazione di lavoro e il PD e l’Italia ne stanno pagando le conseguenze. Ma anche nel partito, al di là delle labili resistenze ideologiche, è mancata forse la piena convinzione, pur essendo stati gli organismi tutti allineati, pur essendo la base ragionevolmente d’accordo. I baroni, sui territori, non seppero far tesoro della nuova strada e preferirono, invece che creare un rapporto stabile, continuare a fare giochi di ruolo ridicolissimi, valutando di elezione in elezione cosa fare. Un modo di fare politica vecchissimo quello dei nostri territori.

L’organizzazione di una forza politica deve poi rappresentare anche l’idea di progetto che si vuole proporre. Il partito liquido di Renzi era la resa alla liquefazione della società, all’immediatezza tra governo e cittadini (orrore). Il movimento di Grillo è l’immagine di una distopia simile a quella dei Borg di Star Trek. Il leaderismo leghista di Salvini rispecchia una vocazione autoritaria. Eccetera eccetera. La ragione sociale di un partito è di rappresentare una o più parti sociale, parti che il partito propone come i gangli su cui intervenire per il bene collettivo. Il populismo invece è l’indistinta visione del popolo seguita da un’indistinta proposta. Il Socialismo di Nencini si rivolge non a tutti ma a tutte le parti, sistole e diastole, con differenziazioni e distinzioni di ogni caso. Federare individui, classi, interessi, paesi.
Un impianto federale è quello che la sinistra italiana dovrebbe darsi sia per l’amministrazione territoriale che per la risoluzione delle sfide globali.
Quando Nencini mette in discussione la ragione sociale del Partito mette in discussione anche quella del Paese e dell’Europa. È in questo senso che batte e ribatte da anni sulla necessità di una Fase Costituente. Le migliori intelligenze e professionalità delle forze politiche devono concorrere a concordare una nuova normazione fondamentale.
Al centro del Nencini storico delle relazioni internazionali sta il principio di foedus. Un patto, una fede comune per la costituzione di una societas tra diversi soggetti, per un mito fondativo che dia slancio e senso, visione e missione a delle comunità alla deriva.
Questo Nencini è il Nencini che ci ha insegnato come la politica e la storia non hanno a che fare con meri eventi, bensì con le forme della nostra realtà. Uomo come fattore geografico, come Soggetto della Storia.
Oggi, sempre su questa linea, è promotore e membro del coordinamento parlamentare di quello che dovrebbe essere il nuovo centrosinistra. Un impegno federativo che vuole far ripartire dal parlamentarismo in crisi sotto i colpi di una maggioranza che vuole mortificare le forme democratiche per imporre la sostanza dell’autoritarismo e l’inconsistenza della rete.

Roberto Sajeva

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