giovedì, 4 Giugno, 2020

Nicola Badaloni, per la scienza, il socialismo e il popolo

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Nella storia del socialismo è ricordato come bella figura di medico al servizio della scienza e del popolo, formatore di coscienze e organizzatore politico, parlamentare attivo. Nacque a Recanati il 2 dicembre del 1854. Compiuti gli studi primari e secondari frequentò i corsi di Medicina presso l’Università di Napoli, fino al 1877 quando conseguì la laurea. Subito dopo ricevette l’incarico di medico condotto a Cesi, piccolo comune in quel di Terni, e successivamente a Trecenta, dove si fermò per il resto della sua vita.

Umano, sensibile, si immedesimò sempre più nella vita e nei problemi degli strati popolari, gravati dalla miseria e dalle malattie, costretti a vivere in abitazioni malsane, in agglomerati estremamente carenti sotto l’aspetto dell’ igiene per l’assenza di pubblici servizi.

L’area in cui operava e più in generale l’intero polesine erano caratterizzati dalla pellagra e dalla malaria che, diffusa nelle zone paludosi, mietevano migliaia di vite umane. Anche qui, come avveniva nelle regioni più depresse del sud, in Sicilia e in Sardegna, i proprietari sfruttavano il bracciantato agricolo imponendo il sottosalario e orari di lavoro da stella a stella. Gli amministratori comunali borghesi imponevano tasse che colpivano ciecamente la povera gente con la “progressività all’inverso”, né c’erano leggi che ne limitassero il potere. Decine di migliaia di lavoratori emigravano soprattutto nelle Americhe, dove non sempre era facile inserirsi in ambienti assolutamente diversi da quelli lasciati in patria.

Erano gli anni in cui qua e là, soprattutto nelle regioni del nord, nascevano le Società di Mutuo soccorso, cui si aggiungevano le leghe bracciantili e le prime Camere del lavoro. Il socialismo e il radicalismo chiamavano i lavoratrici alla organizzazione per la difesa dei propri diritti.

Badaloni fece propri i principi e gli obiettivi del socialismo e si impegnò a difendere i deboli, gli umili, e chiamò i lavoratori agricoli, gli artigiani ecc. a battersi per la conquista di più elevati salari e per interventi sanitari nei posti di lavoro.

Alternando lo studio delle misure atte a migliorare la sanità e la propaganda volta a risvegliare le coscienze e a chiamare alla resistenza e alla lotta, Badaloni divenne a poco a poco, in un’area abbastanza vasta, il più forte difensore dei lavoratori Nel 1886 venne eletto deputato alla Camera col sostegno dei gruppi democratici e radicali. Quando però, nel 1892, si costituì il Partito dei lavoratori (poi Partito socialista dei lavoratori e Partito Socialista Italiano), egli vi aderì con forte sentimento e ne divenne uno dei portavoce più preparati e combattivi associandosi a Turati, Treves, Prampolini che ne costituivano gli elementi più in vista. Dai banchi di Montecitorio levò la sua voce appassionata in difesa delle diverse categorie lavoratrici, e più in particolare di quanti erano costretti a lavorare con misero salario in zone pestifere. Nel 1899 diede vita a “La Lotta”, un foglio sul quale alla luce del socialismo si dibattevano i problemi del lavoro.

Noto e affermato nella professione, divenne libero docente nelle università. Eletto consigliere comunale, poi componente del Consiglio provinciale di Rovigo, sollecitò interventi in favore dei sofferenti e opere pubbliche, in particolare strade, ferrovie, bonifiche, luoghi di cura, scuole, tutto quanto potesse rendere la vita degli strati popolari più umana. Credeva fortemente nel “socialismo che diviene”, nel socialismo che, per dirla con la Kulisciov, “si costruisce giorno dopo giorno”.

L’opera di elevazione materiale e morale propugnata dal Partito socialista era avversata in ogni modo dal padronato, che a livello di governo trovava i suoi più duri rappresentanti in Crispi, Di Rudinì, Pelloux, promotori delle repressioni che avevano sconvolto e spazzato via i Fasci dei lavoratori e di qualunque altra organizzazione sorta in difesa della povera gente.

Non pertanto la sua azione di critica e di sollecitazione si fermò, sfruttando ogni possibilità e tenendo vivo il proprio rapporto coi lavoratori. Quando poi, all’alba del nuovo secolo, il liberalismo democratico di Zanardelli e Giolitti fece sperare in un miglioramento della situazione con la concessione di opportune leggi sociali, egli intensificò il proprio impegno di propagandista e organizzatore.

In uno dei suoi interventi più appassionati alla Camera, giustamente menzionato in più opere, ricordò l’impegno dei socialisti per l’elevazione dei lavoratori, precisando che i lavoratori lottavano “come classe”, pretendendo semplicemente che nell’economia dello Stato e nella politica del Governo i loro diritti e i loro interessi (venissero) rispettati e difesi, come sono difesi e rispettati quelli dei proprietari”. Nei successivi anni, di fronte alle violenze della polizia in occasione di agitazioni di massa e agli eccidi di Candela, Giarratana, Berra, Castelluzzo, dai banchi di Montecitorio e sulla stampa levò con forza la sua voce di denunzia e di sdegno, mentre nella Bassa cercava di risollevare lo spirito dei lavoratori,

Nei successivi anni, turbato dai contrasti tra rivoluzionari e riformisti che sempre più agitavano il partito, limitando fortemente la capacità di incidenza delle sue lotte nel parlamento e nel paese, per mostrare il suo stato d’animo ridusse di molto il suo impegno politico, anche se, coerentemente alla sua posizione di sempre, aderì al Partito socialista riformista che faceva capo a Bissolati. Nel 1913 pose la sua candidatura quale indipendente nel collegio di Badia Polesine e, pur essendo contrastato dal candidato Mussolini, venne eletto.

Fu contro l’intervento dell’Italia nella Grande guerra e per questo, essendo i bissolatiani interventisti, rientrò nel Partito socialista italiano. Nel 1920, in riconoscimento dei suoi meriti, venne nominato senatore. Rimase sempre idealmente e politicamente con la gente che aveva difeso in quaranta anni di attività politica. L’ascesa del fascismo lo trovò su posizioni di netto rifiuto, e nei successivi anni non si discostò da questa posizione.

Già allora cominciava a soffrire per seri problemi nei movimenti e nella vista, che si aggravarono col passar degli anni fino a portarlo alla paralisi e alla cecità completa. Visse appartato e in povertà, rifiutando l’assegno che il governo fascista pensò di concedergli, e solo aiutato da vecchi amici che non lo avevano abbandonato.

Morì il 21 maggio del 1945, e dunque a pochi giorni dalla insurrezione popolare contro il fascismo e dalla Liberazione. Aveva 91 anni, gran parte dei quali, come venne da tutti riconosciuto, interamente spesi per la causa dei lavoratori,

 

Giuseppe Miccichè

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