giovedì, 2 Aprile, 2020

Noi, il governo, Renzi

0

“E la rovina del lungo esperimento si lascerà dietro
macerie culturali e spirituali oltre che materiali e commerciali,
sanitarie, fiscali, edilizie: un dinamico «vieni avanti» elettorale,
con l’arrivo immediato di mostri già pronti, macchiette, esibizionisti,
caratteristi, cortei di zombi e di freaks, sul palcoscenico politico
ormai svuotato. Fiducia fideistica, purché nuovi, sconosciuti,
inediti, ai già impresentabili. Rinascita di mafie vitalissime
ed efficientissime. Sfogo di intolleranze, prevenzioni, pregiudizi…
E nei regimi del terrore, il Giardino dei Supplizi: col gusto
naïf di praticare impunemente e ‘strutturalmente’ la delazione,
la persecuzione, la tortura come ‘clou’ e ‘surtout’ dell’intolleranza
e anche come fine a se stessa, con riferimenti a vari livelli
di ‘cultura’, dalla Sorbona alla corrida a Bataille, dalla lotta
dei galli ai fumetti ‘sado-maso’ al Marat-Salò-Sade per scolari e cadetti…”
da Alberto Arbasino – Mekong

Avete presente Basket case? Film horror di serie Q in cui due gemelli siamesi, uno apparentemente normale e l’altro disgustosamente deforme, vengono traumaticamente separati per poi tornare a collaborare in violentissimi omicidi?
La storia del PD con i grillini somiglia un po’ a quella relazione perché, anche se la forma è diversa (presentabilissimo partito istituzionale il PD, amorfo movimento antisistema i grillini), medesime sono genetica e vocazione.
Questo governo corre il rischio di avvicinarsi troppo allo Spirito di Mani Pulite e immagino che questa dichiarazione lasci sgomenti molti amici piddini con cui in questi anni mi sono avvicinato. Però non è la paranoia di un socialista traumatizzato da Tangentopoli. Questo governo non è un compimento, né una rivincita bensì una riconvergenza di un corpo con la sua ombra.
Il PD è il perno neocorporativo del Paese. Una ragione sociale formatasi in diversi attori nel corso della prima repubblica (DC, PCI, CGIL, CISL, FIAT, industria di stato, apparato burocratico, eccetera) che sono passati dalla concorrenza alla complicità, finendo poi in un unico grumo di potere. Sintesi di quelle parti sociali che arrancano dagli anni ’70 (il grande capitalismo clientelare con relativi lavoratori, le masse di statali e conseguenti pensionati…), il PD è sorto per dar casa a quella vastissima platea elettorale che, miope, spinge alla conservazione di modelli sociali sfiniti, industriali obsoleti e culturali sterilizzati: tutte le espressioni storiche degli allori (ormai secchi e buoni solo per aromatizzare povere pietanze nostalgiche) del glorioso Boom Economico. La 500 ancora ridicolmente simbolo dell’orgoglio italiano.
I grillini sono invece i rappresentanti dello scarto, dell’ombra di quel mondo, degli italiani furibondi perché rimasti fuori dalla coperta dello statalismo clientelare divenuta troppo corta. Il partito dell’invidia sociale. I quattordici mesi di governo “populista” sono stati il tentativo di alleare questo mondo con l’altro mondo di sconfitti e delusi, il popolo delle PMI (datori di lavoro, loro dipendenti e indotto) che, stanco dei pannicelli caldi dello pseudoliberalismo nostrano (comunque sempre tendente al neocorporativismo), ha dato tutta la sua formidabile linfa alla Lega. Non poteva durare perché i primi avevano bisogno di più Stato (reddito di cittadinanza) e gli altri di meno Stato (flat tax).
Adesso che esistono, da un lato, un polo di governo statalista, centralista, regolamentatore e assistenzialista mentre, dall’altro lato, una opposizione anarcocapitalista, federalista, deregolazionista e liberista, si potrebbe pensare che si stia facendo ordine dopo la fase di transizione post Mani Pulite e che, al di là di populismi, etichette e via cantando, ci siano gli embrioni di una nuova sinistra e di una nuova destra. Lasciando stare in questa sede la situazione della Lega che rappresenta comunque anche interessi di apparati e corporazioni, che ha l’ancorina sociale e patriottarda della Meloni e che deve fare ancora un paio di conti con la forza e il prestigio, sì ho scritto bene, di Berlusconi, qui mi soffermerò sul sistema socioeconomico, industriale e culturale del PD che sta provando a convivere con il proprio doppelgänger.
Peter Pan, il bambino comunista che non voleva diventare adulto socialista, perse la sua ombra e, disorientato e disperato, provò a riattaccarsela col sapone dell’ho-ne-stà per tornare integro. È pur vero però che riconciliarsi con la propria ombra significa anche riscoprire il proprio male interiore e, fare ciò dopo che quest’ombra si è fatta un bel giro nella promiscua notte della Seconda Repubblica, significa riaccettarla con tante nuove sporcizie aliene e probabilmente indigeste. Qualcosa di simile era successo agli albori del PD, quando Veltroni decise di accogliere in coalizione Italia dei Valori (facendola crescere vertiginosamente e creando ulteriore spazio politico e clima nevrotico per l’opzione populista). Il primo PD, nel suo dialogo con la pur piccola IdV, non diede certo il meglio di sé. Adesso, considerata la sostanziale parità di forza parlamentare con il gemello cattivo, che dinamica si innescherà fra i due? Ottimisticamente possiamo pensare che il PD insegnerà la matematica ai grillini e che questi costringeranno quelli a maggior coraggio riformatore…questa possibilità oggi basta per giustificare il nostro momentaneo sostegno alla maggioranza di governo…però il nostro ruolo sarebbe stato meramente di testimoniare il rischio di cedimenti piddini su agenda e patologie grilline. L’assistenzialismo già nominato ma ovviamente anche la decrescita, il giustizialismo e gli abominevoli equivoci della democrazia diretta…
Non dobbiamo dimenticare che le aberrazioni pensate, proposte e attuate dai grillini non sono state una novità…che proprio diessini e sinistra DC ci hanno mostrato negli anni 90 un bel repertorio attacchi alla civiltà giuridica europea, contro i meriti della classe politica italiana e contro l’etica umanitaria della sinistra…l’odierno sdegno di maniera dei piddini contro i mozzorecchi grillini mi rincuora, specialmente fra le nuove generazioni ci sono spiriti libertari e garantisti però chi va con lo zoppo…
Comunque, noi non facciamo i cacciatori di streghe ma politica. Quindi ben venga anche supportarlo questo governo nato dall’istinto di autoconservazione del ceto politico, pur avendo fino ad oggi l’unico di merito di aver scongiurato una ulteriore delegittimazione delle procedure parlamentari e una assai anomala campagna elettorale negli stretti tempi della legge di bilancio. Anche se l’azzardo di Salvini era stato tutto malamente congegnato solo per liberarsi di Conte e Tria. Si è dato la proverbiale zappa sui piedi, meglio così. Adesso dobbiamo capire se questo governo avrà la capacità di restaurare la società italiana senza perdurare nei soliti vizi dello statalismo, dell’assistenzialismo, eccetera eccetera.

Renzi

Una cristiana mi dice: «È necessario avere marito
per essere vergine»
Léon Bloy, Le mendiant ingrat

Proprio per questo giudico positiva la manovra parlamentare di Nencini. Effettivamente star fuori dalla maggioranza significa uscire dalla sostanza, pur magmatica, della sinistra. La creazione, proposta dal direttore Del Bue e Intini, di un terzo polo ex novo con due battitori liberi come Bonino e Calenda, la prima troppo cocciuta e il secondo troppo incostante, mi sembra possibile solo passando preventivamente da un’alleanza parlamentare con l’unica forza politica più o meno orientata in questo senso, che è quella di Renzi. Del Bure sembra d’accordo. Questo dal punto di vista tattico…dal punto di vista dei valori non posso non rilevare (come feci in un mio articolo qui pubblicato prima delle scorse nazionali) come Bonino si sia ormai persuasa, in un cinico realismo disfattista, di quella ragioneria neoliberista che permeava tutto il programma di +Europa. Al di là di ogni critica a Renzi, è fuor d’ogni dubbio che tutta la retorica turborenzista su start up, industria 4.0, millenials e così via, all’atto pratico non è che colore. Il renzismo non è affatto diverso dal tradizionale liberalismo italiano di massa, tutto interno al miglior trasformismo giolittiano, in definitiva persino protezionista. Nulla di demoniaco, nessuna ombra thatcheriana, nessun equivoco reaganiano. Lasciando stare i processi alle intenzioni e le questioni di sfiducia e antipatia personali, perché sono solo frutto di narrazioni mediatiche che non dovrebbero interessarci (#staisereno e altri curtigghi), lascio anche stare lo sciame di segnali positivi avuti (unioni civili, testamento biologico, ecc sono stati troppo pallidi compromessi al ribasso per soddisfarci e rassicurarci lo so) e quindi indichiamo coraggiosamente le due mucche nel corridoio: jobs act e riforma costituzionale.
Del jobs act, al di là di piccolezze (molti aspetti giustamente criticati alla fine son serviti più far emergere un po’ di lavoro nero che ad abbassare gli standard dei contratti), mi sento di rilevare negativamente un’unica novità che ritengo davvero pericolosa (ma pressoché negletta nelle filippiche della sinistra antagonista) per la futura organizzazione del lavoro, e cioè la maggior flessibilità in materia di mansioni contrattuali, un cedimento che, a poco a poco, potrebbe portare il mercato del lavoro su di un brutta china (ma questo dipenderà soprattutto dalle future misure governative e legislative).
Sulla riforma costituzionale feci lunghe analisi, allego link ad una mia intervista di allora.

Alternative

Il maestro disse: «Per politica s’intende l’arte di conservare
in vita lo Stato. L’abilità del duca di Shao di restare al governo
mentre lo Stato precipita non può essere chiamata politica»
Confucio, Dialoghi

La collocazione “geografica”, “topografica” del socialismo italiano all’interno della falsa coscienza bipolarista post Mani Pulite è un dramma. Destra e sinistra PURTROPPO esistono ancora, anzi molto più di prima, e non esistendo più un centro esplicito (che in realtà stava sopra e non tra le ali estreme), ci viene difficile orientarci nel bidimensionalismo voluto da PD e PdL. Noi siamo tridimensionali. Ne parlerò in altra sede, qui mi limito solo a prendere in considerazione le alternative (non quella autonomista perché cerco di fare politica e non psicoterapia).
Anche volendo guardare a sinistra del PD, sì…c’è un campo aperto e basterebbe davvero poco per conquistare e ortopedizzare una fetta elettorale, rimbambita da Bertinotti e Vendola, in cerca di un’offerta socialista, laica, libertaria e contestatrice. Peccato che ci manca quel poco, quei milioni di euro necessari per simili operazioni di saccheggio e riconversione. Non si illudano gli entusiasti del comunicazionismo, internet non è più il grande mare delle opportunità perché, oltre a diverse normative idiote, gli algoritmi dei social e dei motori di ricerca richiedono un grande sforzo economico e delle competenze tecniche non proprio accessibili. Una battaglia di posizionamento sulla rete a costi contenuti andava fatta a inizio millenio, nel 2008 era già tardissimo.
Peccato anche che gli unici interlocutori organizzati a sinistra, ciò che resta di LEU, si è disperso tra i coriandoli di un inutilissimo ceto politico (gli ex di SEL) e la piattaforma di Articolo Uno che già alle scorse europee (per non parlare delle trattative di governo) hanno già dimostrato di considerarsi psicologicamente, culturalmente ed elettoralmente una mera appendice del PD. Con buona pace delle buone recenti parole del buon ministro Speranza.
Nessuna illusione neanche sul PD post-renzi. Non è andata via l’anima liberaldemocratica, né tanto meno quella democristiana (etichetta quest’ultima assai inappropriata per Renzi, se non biograficamente, ma la biografia è una delle tante fissazioni dei socialisti d’oggi, ossessionati dai pedigree). L’arrivo della Lorenzin è solo un epifenomeno, per quanto simbolicamente pregno, del fatto che il PD resta un partito la cui unica idea condivisa è il neocorporativismo, del fatto che la volontà di comprendere in sé più cartoline vintage e santini possibil risponde all’esigenza tutta italiana del voto tribale, spesso in barba ai propri interessi sociali. Così ci spieghiamo, in parte, certo autolesionismo elettorale dei meridionali per Salvini o degli imprenditori grillini (perché ovviamente lo scenario è più complesso dello schemino socio-elettorale che ho fatto all’inizio). Socialdemocratici diessini e cristiano sociali margheritini (pur con delle eccezioni generazionali, cito l’europarlamentare Benifei e il neoministro Provenzano) sono tutti lì con i distintivi liberali e con le loro ubbie e i loro interessi, gli stessi da quarant’anni, a testimoniare la loro accanita rappresentanza di un mondo morto, quello delle tre C (Confindustria, Confederati e Costituzione) che Craxi avrebbe voluto rivoluzionare.
È un governo con cui si può collaborare, è un PD con cui si può guardare in avanti anche se la questione dell’Unità Socialista (che non è più né sanare la Diaspora né risolvere Livorno ma raggrumare mille anime neosocialiste spontanee, slegate da ogni storia) oggi pare più complicata di ieri. Il problema non è, come pensa il PD, un problema tra ceti politici. È un problema culturale.

L’irrilevanza storica figlia dell’inconsistenza culturale

State attenti: la nave ormai è in mano al cuoco di bordo,
e le parole che trasmette il megafono del comandante
non riguardano più la rotta, ma quel che si mangerà domani.
Søren Kierkegaard, Stadi sul cammino della vita

Al di là delle performance elettorali (più volte ho provato a spiegare perché non rilevanti, considerata l’inesistenza di una democrazia elettorale dal ’94 in poi) è innegabile che il socialismo evoluzionista, riformista, liberale, tricolore, umanitario e libertario che noi oggi custodiamo, ha delle ragioni che il PD non è in grado di soddisfare.
Questa, sbrigativamente, è la contraddizione interna del PD, nonché aporia mortale per cui la mancanza di una Ragione, di una Visione, di una Missione e di una Cultura comportano l’impossibilità di una Decisione, di una Progettazione, di una Azione e di una Riforma della moribonda e mortificata società italiana.
Chiediamoci: perché il PD (che è anche i Progressisti, anche l’Ulivo e anche l’Unione di Prodi), maggior forza politica nella storia della sinistra italiana, quella che ha governato più pienamente e a lungo, che è il più radicata nel quotidiano dei cittadini, che ha avuto i massimi riconoscimenti internazionali, risulta essere culturalmente meno significativa di quanto fu il PSDI e politicamente meno efficace dei Radicali? Se il PD dovesse scomparire domani non avrà avuto in 11 anni di esistenza compiuta e quasi trenta di organizzazione e azione, alcuna rilevanza storica. Non una grande battaglia portata a termine, non una sola grande idea proposta, non uno straccio di simbolo aggregante ed esclusivo, non una canzone da cantare in pullman! Un tappo nel sistema, o meglio il sistema tappato stesso. È un partito intrinsecamente conservatore perché non accetta l’unica cultura dinamica capace di affrontare le sfide della Modernità: il socialismo libertario e umanitario che deve trasportare, con immenso ritardo, l’Italia dalla morente ultima fase industriale alla prossima stazione tecnica, per evitare che questa diventi un Inferno.
A parte qualche intuizione di D’Alema e qualche timidezza di Bersani, l’unico tentativo piddino di fare-mondo è stato quello di Renzi. Al di là del merito (ovvero quale mondo) delle sue iniziative di legge, la principale critica da fare è che si è trattato di un tentativo disordinato e personalistico ma non c’è dubbio che sia l’unico personaggio politico che abbia la vera intenzione di agire. Quindi credo che sia l’unico personaggio con cui valga la pena dialogare e lavorare…
Proprio perché così piccoli possiamo mai pensare di metterci al passo con i monumentali apparati del PD o con i ceti politici di esperienze evanescenti e contingenti come LEU e +Europa? OVVIAMENTE sto parlando solo della prospettiva parlamentare…di un gruppo parlamentare che sia in grado di interferire nel diaologo autistico e dissociato dei gemelli diversi. Se questa esperienza potrà servire a costruire un terzo polo (non necessariamente un partito eh…) allora ben venga, ma la critica non può essere a priori…perché l’anima laica, libertaria, evoluzionista, revisionista del socialismo italiano si perde ogni volta che ci chiudiamo in noi stessi spaventati di sporcarci. La sporcizia si può lavare via, non va evitata. Bisogna mettersi in gioco ove possibile anche mettendo a rischio tutto perché dobbiamo sempre contaminare il nostro pool genetico (e memetico…) per non languire nell’endogamia.
Lo strumento del gruppo parlamentare va visto per quel che è, senza farsi prendere da isterie che dovremmo lasciare ai parabolani incolti. La nostra cultura è anche cultura delle istituzioni e dobbiamo sempre distinguere il diverso grado di impegno e compromesso che richiedono diversi gradi di relazione: dialogo, convergenza occasionale, progetto comune, intesa di massima, consueta collaborazione, coalizione, gruppo parlamentare, alleanza elettorale, patto federativo, unione…con i fascisti al massimo ci dialoghiamo, con Renzi penso esserci tutti i presupposti per una dignitosa collaborazione in seno ad un gruppo parlamentare.
Considerati poi il neocorporativismo debilitante del PD e l’assistenzialismo disabilitante dei grillini, la novità di un soggetto parlamentare che svolga la funzione di pattuglia contro robaccia come una banca del mezzogiorno, la trovo rincuorante.
Se anche volessimo iniziare la rivoluzione, compagni, ricordiamoci del cruccio di Lenin che faticava, faticava a compiere il socialismo perché doveva metter su quelle strutture sociali e infrastrutture pubbliche compito storico della borghesia (come l’elettrificazione). Un aspetto fondamentale e assolutamente negletto dalla politica italiana è la mobilità sociale. Liquidata con la peggiore e destabilizzante flessibilità lavorativa (in barba alla memoria del grande compagno Biagi), che ha solo peggiorato la stratificazione sociale e aumentato le disuguaglianze, l’Italia ha ancora il problema che chi sta indietro fa troppa fatica per andare avanti. Spesso inutilmente. La dispersione di energie e denaro è vergognosa. Il neocorporativismo e lo statalismo sono stati rispettivamente il principale dispositivo e la principale sovrastruttura a causare questo elemento di arretratezza del nostro Paese. Ben più del fantasma liberale.

Roberto Sajeva

Condividi.

Riguardo l'Autore

Leave A Reply