venerdì, 30 Ottobre, 2020

Nomadland,tuffarsi in una America colma di “furore”

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Avvicinarsi al nuovo film della Zhao Cloè è tuffarsi in una America colma di “ furore” .
Il vecchio film tratto dal romanzo di Steinbeck potrebbe essere la migliore pietra di paragone su questo pellegrinaggio laico e drammatico della protagonista sulle strade del West.
Indubbiamente lo spettatore rimane colpito dall’effetto straniante di una cavalcata metaforica di questa protagonista, distrutta dalla Grande Crisi recente, per cui il nostos su se stessi, il viaggio ambientale alla ricerca di un “ pioneer being” è serratamente descritto dalla regista.

Ma come tutti i registi della sua generazione, al di là dell’indubbio approccio fotografico tonale, il contesto non è studiato in un frame che collochi personaggi, plot , trama, agnizioni, ma è lo svolgimento di una idea intima , femminile, meticcia.
Non lo è perché il film tratto dal romanzo di Steinbeck attingeva potentemente alla vita, mentre in questa filmografia attuale l’approccio spesso è astratto, formale, psicologico.
Il romanzo da cui è tratto il film si colloca in una sorta di“ on the road” di una beatnik del Nevada, fuoriuscita da una vita grigia in un sobborgo industriale, romanzo -inchiesta della Bruder su una America desiderosa di maggiore solidarietà, di nuove frontiere, sempre però con una amara consuetudine al disincanto.

Ma questi limiti si coniugano indubbiamente con una raffinatezza dell’immagine che va oltre il digital-frame per spaziare su registri eterei, femminili, non prepotenti, che traducono la rabbia repressa in uno stile –partitura ritualizzante, una iniziazione-liberazione.

Una regista da attenzionare, con un cast che vede la protagonista –producer vera demiurga della scena e nodo problematico del plot, in una performance degna del suo carnet de notes attoriale, cresciuto con i visionari fratelli Coen.
Voto 8.

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