domenica, 5 Aprile, 2020

Non ci resta nemmeno la lotta armata

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Proviamo a fare un ragionamento.
Stiamo assistendo da tanti anni ad un graduale smantellamento delle garanzie democratiche di questo paese. Mi riferisco alla scomparsa di tutta quella serie di meccanismi di diritto e di fatto che ci consentono di esercitarla ed anche di proteggerla da possibili abusi autoritari, mentre siamo costretti a guardare tutti applaudire. Del resto “è così che muore la libertà, sotto scroscianti applausi”.
Faccio una piccola rassegna in ordine sparso, non soffermandomi troppo su temi su cui comunque si è già detto molto, e molto si dirà.

Abolizione del finanziamento pubblico ai partiti.
Le inchieste di oggi non fanno neanche più scalpore, mostrano che malgrado tutto la politica continua a finanziarsi irregolarmente (ed anzi, rispetto ad una volta si è aggiunta la cupidigia dei leader che usano spropositate somme per usi personali), e invece di fare una seria riflessione – partendo dal fatto che la democrazia ha un costo – si abolisce il finanziamento pubblico. Cioè, se volessimo usare una narrazione “gentista”, è stata abolita la possibilità di essere onesti. Perché – semplifico – se per vincere servono grandi campagne elettorali, quindi servono soldi (possibilmente più degli altri), senza finanziamento pubblico o si è ricchi o si ruba. O entrambe le cose. E non si cianci di 2×1000, tesseramento, foundraising… Sono strumenti che da soli non bastano, e se funzionano è perché i donatori sono – appunto – ricchi. Proprio belle le possibilità di far politica in una democrazia moderna eh! Essere milionari o avere amici milionari.

Leggi elettorali truffaldine e senza preferenze.
Le leggi elettorali sono fondamentali perché sono le regole con cui il voto dei cittadini si trasforma in rappresentanza in Parlamento. Voglio rimandare a quello che Ugo Intini ha scritto più volte: ogni paese ha la sua tradizione in quanto a leggi elettorali, e l’Italia ha il proporzionale. E invece negli ultimi anni si sono cambiate quasi più leggi elettorali che governi (ed è una bella gara…), e questi cambiamenti avevano un unico intento: ortopedizzare il voto per raggiungere il risultato voluto. Il risultato è che il Parlamento non è mai stato l’esatta rappresentazione del Paese, e per inseguire la “governabilità” a tutti i costi si sono sempre mortificate le vere opinioni delle persone. Qui cito il compagno Sajeva: il voto utile si trasforma dopo cinque anni in voto di protesta. E le preferenze? Io penso che siano la Democrazia stessa: se essa è il sistema in cui il sovrano e il popolo hanno le stesse esigenze, e dunque sono la stessa persona – per citare ora Russeau – allora i parlamentari devono rappresentare le esigenze e gli interessi di chi li ha eletti. A parte che togliendole non si è sconfitto il clientelismo: i signori delle preferenze sono sempre signori delle tessere… Così si sono solo sostituite le scelte dei cittadini con le scelte di pochi uomini, capipartito a volte non eletti da nessuno, che naturalmente privilegiano la fedeltà alle capacità. Allora tanto vale mandare solo loro in Parlamento! Tanto se ci aggiungiamo l’uso spropositato e improprio dei decreti governativi, della “fiducia” sui provvedimenti, e il fatto che sostanzialmente decidono i partiti quali proposte discutere e votare e quali no, che potere rimane al singolo parlamentare?

L’abolizione della Prescrizione. “E’ un blocco!”: tecnicamente, ma neanche tanto dato che il blocco non è mai esistito come istituto giuridico. La giudico sostanzialmente un’abolizione, perché questo è se la si blocca dopo il primo grado di giudizio: in teoria l’istituto continua ad esistere, in pratica viene esautorato delle sue funzioni – e cioè di impedire processi “punitivi” che durano decenni, di porre un argine ad inchieste infondate e col rischio che siano pretestuose, di sollevare l’ingolfata macchina giudiziaria da processi inconcludenti. Sansonetti ha definito la Riforma Bonafede “un inchino del Parlamento alla Magistratura”. La frase la trovo un po’ forte, ma in fondo che dire del triste spettacolo che offrono quei magistrati – alti rappresentanti dello Stato – che in televisione usano toni da capipopolo invocando casi limite e misure forti, descrivendo gli avvocati come azzeccagarbugli disonesti, e i loro assistiti che diventano pericolosissimi criminali solo per il fatto di essere indagati. Si compiacciono per gli applausi che elemosinano, giocando di sponda con i giornalisti per influenzare la politica. E non parliamo poi dei magistrati che si candidano alle elezioni! Alcuni proprio sulla scia dei casi giudiziari che loro stessi prima hanno creato: esempio famoso, Di Pietro. E così il principio della “separazione dei poteri” (legislativo-esecutivo-giudiziario), memoria del caro Montesquieu, viene definitivamente calpestato.

Il taglio dei parlamentari. Noi socialisti siamo per il NO al referendum. Domando solo: è mai successo nel corso della storia umana che si diminuissero gli spazi di rappresentanza senza essere alla vigilia di una torsione autoritaria?
Si potrebbe andare avanti, a partire dalla sparizione dei corpi intermedi come strumento collettivo di esercizio del potere, ma per ora basta già questo per capire che: se la politica la fanno solo i ricchi, se un Parlamento di nominati (da chi?) non rappresenta esattamente il popolo, se la separazione tra potere di fare le leggi-di eseguirle-di farle rispettare si assottiglia fino a diventare in alcuni casi inesistente, se gli spazi di rappresentanza vengono diminuiti, la Democrazia che i nostri nonni hanno costruito è morta.

A noi socialisti questa cosa deve importare più di tutti, perché la Democrazia non solo è giusta ma ci serve. Il nostro Socialismo Democratico, che nell’infinita tensione alla libertà sociale e alla “società giusta” – il fine è nulla, il moto è tutto – da più di un secolo stabilisce una gerarchia di priorità: prima la democrazia nella concezione liberale (la battaglia per il suffragio universale e non per i soviet!), quindi i diritti civili (libertà di espressione e non dittatura del proletariato!), e poi su questo terreno portare avanti la causa del Socialismo. I mezzi condizionano gli scopi. Il resto storicamente è stato solo capitalismo di stato o – per citare Errico Malatesta – falso comunismo da caserma.

Ma nell’epoca in cui viviamo non c’è nemmeno più spazio per la rivoluzione armata!
Oggi se c’è una cosa che mi colpisce delle proteste di Hong Kong è che non si sono fermate: non è diminuita né la frequenza né l’intesità. Perché? La risposta la dava uno dei leader della protesta sul Time qualche tempo fa: abbiamo paura, più di quello che succederebbe se ci fermiamo piuttosto di quello che succederà se andiamo avanti. A detta loro la repressione sarebbe brutale e irreversibile. Ora la protesta è di tutti, dopo che alle elezioni locali il movimento ha trionfato conquistando 396 seggi su 452, ma il Consiglio Legislativo rimane saldamente in altre mani, dato che non si elegge interamente a suffragio universale – un diritto che invece i protestanti chiedono.

Se questa protesta fosse avvenuta appena ottant’anni fa, con numeri così importanti, con picconi e fucili da caccia si sarebbero già assaltati i palazzi, preso possesso dei punti chiave del paese, e la Commune Autonoma di Hong Kong avrebbe dovuto “solo” fare fronte ad un’invasione-risposta della Cina. Semplificazione roccambolesca la mia, ma tensioni del genere in passato si risolvevano così. Magari non sempre, ma ciò era possibile.
Oggi no: con le nuove tecnologie nei paesi moderni anche un’azzardata guerriglia urbana diventa al massimo un fatto folkloristico. E fuori dalle città non si può più salire sulle montagne, non ci si può più darsi alla macchia. Satelliti, intercettazioni, visione notturna, virus informatici, rintracciabilità di qualsiasi dispositivo elettronico, e la “guerra vera” che si fa solamente con gli aerei, con i droni, con i missili. Anche la guerra è diventata roba esclusiva per ricchi… Succede nel Terzo Mondo che gruppi “rivoluzionari” vengono armati da multinazionali e potenze straniere: può succedere nel cuore della civiltà? Si può rovesciare con le armi un sistema che lucra con le armi? Mi sto spingendo verso queste considerazioni estreme per dimostrare, se ancora non lo si fosse capito, che chi oggi ancora dice “il nostro programma è lo stesso della Rivoluzione d’Ottobre” è irrimediabilmente un cretino. Non si assalta più il Palazzo d’Inverno: il moderno potere liquido, che governa dal cellulare, ringrazia se si libera da edifici ingombranti. Ecco, solo una legione di haker estremamente bravi effettivamente potrebbe fare un danno!
La verità allora è che qualsiasi moto rivoluzionario, qualsiasi protesta, anche violenta, oggi ha solo negli strumenti della Democrazia la propria speranza di compimento. Persi quegli strumenti, è perso tutto.

Al compagno Nencini, nel corso di una conversazione, una volta avevo espresso la mia preoccupazione riguardo la crescita dei movimenti di estrema destra. Si discuteva allora dei cosiddetti “fronti repubblicani alla-Macron”. Non li ho mai giudicati bene, sulla base di questo ragionamento: i “populisti” crescono sull’onda di malesseri sociali che si devono proprio alle politiche di chi invoca poi questi fronti. Lo penso tutt’ora, ma lui mi disse che era una questione di due tempi: uno per difendere la democrazia, e un altro per le politiche sociali. Quale viene prima?

Difendere la democrazia, ora lo riconosco. Ma si tratta di capire però che qui il pericolo non è tanto “l’uomo nero” al comando, ma quel sentimento antidemocratico e antipolitico trasversale ai partiti che governa da tanti anni! Chi ha usato la logica dell’anti- evocando spauracchi – e magari pure a ragione – è stato poi egli stesso a demolire certi istituti democratici. Infatti in Italia non si videro, e non si vedono tutt’ora, Fronti Repubblicani all’orizzonte. Coi Cinque Stelle, per esempio, ci hanno governato tutti! Ma come lo smantellamento delle garanzie democratiche è stato graduale, progressivo, e circostanziato (avete presente la storia della rana bollita?), così penso che la lotta per difenderle e ripristinarle sarà altrettanto graduale, progressiva, e circostanziata.

Mi dispiace, ma anche qui nessuna possibilità di colpo di mano, nessuna rivoluzione subito. Va a finire che insomma, a maggior ragione oggi più di ieri, non ci resta che il Riformismo.

Enrico Maria Pedrelli

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