sabato, 7 Dicembre, 2019

Non morire leghisti

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Gli anni 20 che ci accingiamo a vivere sono anni che vedranno grandi difficoltà e che chiederanno grande coraggio di scelte politiche che, non pagando magari nell’immediato, creino nel breve-medio termine una identità che ripaghi anche nel medio-lungo termine.

Un tempo si diceva “Si nasce socialisti e si muore democristiani”. Oggi urge primariamente “non morire” leghisti. Va bene, ma chi è socialista non vuol morire neppure democristiano! In quest’ultimo decennio appena trascorso, noi socialisti abbiamo avuto una casa che non ha visto grandi risultati.

Eppure, malgrado lo spostamento verso il centro del PD, partito post-comunista e cristiano sociale, noi socialisti non siamo stati capaci di intercettare quel fragoroso malcontento alla sinistra del PD. Abbiamo, ancorandoci alle vecchie categorie, ritenuto che fosse più opportuno via via uno spostamento “verso il centro”: alleanze col PD (e fin qui va tutto bene), con +Europa, assi con Italia Viva. Tendiamo ad allinearci sempre più verso chi sta più “al centro” di noi. Questo come ci connota?

Parafrasando Rosselli, il socialismo mira sempre agli stessi principi, ma si adegua al mutare delle condizioni storico-sociali ed è chiamato ad essere alfiere della classe maggioritaria, quella dei miseri, degli oppressi. Beninteso: non al mutare delle condizioni politiche. In tale ottica, la caccia al voto moderato può essere una panacea? Invero, no.

È pur vero che la classe “proletaria” e “operaia” è ridotta al lumicino, ma proprio per questo oggi il socialismo ha bisogno di essere coraggioso e non lasciare che a presidiare le periferie umane sia qualcuno di disumano.

Chi sono, oggi, i “miseri”, gli “oppressi” di cui parla Rosselli? Sono i disoccupati, gli inoccupati, gli studenti che non hanno prospettiva lavorativa, i docenti dimenticati dallo Stato, gli ammalati che hanno un’assistenza sanitaria insufficiente, le previdenze sociali che sono erogate quasi come privilegi e non come stato di necessità, i pensionati che non arrivano a fine mese, i lavoratori che – quando riescono – trovano un lavoro che gli consenta di galleggiare ai limiti della sopravvivenza per qualche mese, le piccole imprese e gli artigiani che vengono impiccati dall’oppressione burocratica-fiscale e bancaria, i ricercatori che neppure hanno la possibilità di lavorare e proporre ciò che la ricerca sviluppa per timore d’esser tacciati di far politica, le forze dell’ordine che sono state prese per i fondelli da un ministro che ha girato l’Italia per propaganda e non esercitando le funzioni nell’interesse esclusivo della Nazione, gli agricoltori che vedono sempre più i propri beni svalutati per l’economia di libero mercato in cui una politica scellerata ci ha condotti, le forze armate che sono mandate lontano da casa rischiando la vita ogni giorno per guerre iniziate da altri per mera opportunità economica.

Queste sono le classi sociali che noi socialisti siamo chiamati ad affiancare: lottare per una società più giusta, più equa, più solidale e sociale.

Nella mia amata Sicilia, per esempio, si è raggiunto la peggiore disoccupazione degli ultimi 23 anni e la seconda più alta nella storia siciliana: i cittadini in età lavorativa disoccupati ed inoccupati sono 1,312 milioni. E la cifra rimane comunque “bassa” (pur essendo quasi un terzo della Sicilia) perché sono considerati occupati i tirocinanti delle professioni ordinistiche e perché molti, piuttosto che rimanere disoccupati, emigrano al nord, in Europa, nelle Americhe o nel Nord Africa(con contestuale riduzione degli abitanti).Tra questi disoccupati, moltissimi sono sotto i 35 anni, laureati e donne.

Il socialismo deve partire da lì: da una lotta serrata a questa disoccupazione che non ha precedenti, dalla necessità di rimarcare che il lavoro non è un diritto: il lavoro è una necessità! Il lavoro è vita! Un paese che non investe in occupazione è un paese che sceglie di morire! Ed il Jobs Act è stata la pietra tombale sulle garanzie occupazionali: i contratti non a tempo indeterminato crescono a dismisura, dando precarietà al lavoro, mentre i contratti a tempo indeterminato crescono proporzionalmente in maniera molto bassa.

Il lavoro è e deve essere sacro. Non a caso i padri costituenti vollero che la nostra Repubblica fosse fondata sul lavoro. Lavoro degli operai, dei braccianti, delle piccole e medie imprese. Pensiamo alla Olivetti: malgrado fosse osteggiato e mal visto, Adriano Olivetti creò un modello illuminato di impresa che nessuno ha voluto replicare in Italia: una industria non solo lavorativa, ma che abbia un fortissimo slancio sociale e solidale!

Lo Stato ha dimenticato di seguire la retta via. Noi socialisti no. Non possiamo spostarci “verso il centro” smarrendo ancor di più la nostra via. L’esempio di questo meccanismo che uccide i partiti e le identità è quello del PD, che è passato da quasi il 34% delle origini a circa il 17% dell’epoca renziana, lasciando sempre più spazio a chi urlava e chiamava da sinistra, gente poi migrata verso il Movimento 5 Stelle, forza che ormai si è sgonfiata dando di fatto i suoi voti alla “mongolfiera” Salvini.

Proprio parlando di Renzi, non si può che giudicare squallida l’uscita che ha fatto non più tardi del 13 novembre che, sputando sul piatto in cui sta banchettando e su quello in cui ha banchettato fino ad inizio settembre scorso, ha affermato: “Faremo al PD ciò che Macron ha fatto ai socialisti”. Ora, ammesso che Macron abbia “spazzato” i socialisti (per lo più per colpe di Hollande che per meriti di Macron stesso), teniamo in considerazione due o tre fattori francesi (per poi concentrarci all’analisi italiana): Macron ha avuto il merito di incrementare il malcontento dei Gilet Gialli, movimento analogo sotto certi aspetti al Movimento 5 Stelle, e quello di far incrementare (per ora nei sondaggi) i consensi al Front National. Operazione che a Renzi è riuscita tra il 2014 ed il 2018 per i pentastellati e dal 2018 al 2019 con la “politica” del no a tutta forza e quella “del popcorn” con la Lega Nord.

In Italia un Partito Socialista c’è! Ed è il Nostro! Il PD è un contenitore variegato da cui è partito il tumore politico – Renzi e da cui è uscita l’ultima metastasi renziana, Italia Viva. Forza che si appoggia al Partito Socialista Italiano. I leopoldini, in poche parole, sputano sul socialismo: ciò che noi rappresentiamo! E non è bastato a questo “adorabile” rignanese usarci per approvare le riforme sul lavoro e sulla scuola peggiori degli ultimi cinquant’anni (quella sulla scuola ben peggiore persino delle riforme D’Onofrio, Moratti e Gelmini), non è bastato usare il PSI per votare una riforma costituzionale che avrebbe reso le istituzioni italiane completamente disfunzionali, non gli è bastato spacciarsi per socialista per le europee del 2014 pur attuando politiche terzoviiste e liberiste (analogamente a Clinton e Blair) che tutto hanno fuorché un “sapore” socialista, non è bastato prestare il fianco per la creazione di un gruppo parlamentare e la valutazione di possibili alleanze territoriali. Ora anche in questa sciagura ci ha, indirettamente, portati auspicando il tracollo di forze che sono, pur se potenzialmente, di sinistra! Possiamo noi tollerare che questo “macronismo” maccheronico all’italiana in salsa post-PD (renzismo) usi in senso dispregiativo tutto ciò che noi non solamente rappresentiamo ma anche ciò che siamo? No! Beninteso: il socialismo non ha confini!

Per questo è bene non andar dietro a quella forza, non dargli corda iniziando attivamente già dalle prossime elezioni in Emilia Romagna, la fianco del centrosinistra. Pagherà? Non lo so, l’importante è riprendere in mano la nostra identità, il nostro garofano, il nostro libro, miriamo ancora al sol dell’avvenir. Per questo non vogliamo né possiamo morire leghisti. Ma neanche democristiani!

Mattia Giuseppe Maria Carramusa
Federazione dei Giovani Socialisti – Palermo

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