mercoledì, 30 Settembre, 2020

Non sempre il mito “legittima l’oggi per progettare il domani”

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I miti sono delle narrazioni storiche, spesso infondate o deformate, con cui vengono spiegate le origini del mondo e le modalità attraverso le quali esso è evoluto sino a raggiungere la forma attuale. Il riferimento ai miti copre gli interessi geopolitici degli imperi di tutti i tempi; ma, in età moderna, essi sono serviti soprattutto a giustificare la nascita e il consolidamento degli Stati nazionali.

 

L’Ottocento è stato in Europa un’epoca d’oro per forgiare e raffinare i miti fondativi degli Stati-nazione. Non sempre, tuttavia, il ricorso ai miti si rivela conveniente; a volte, esso è utile per accrescere la coesione e le aspirazioni di una società, mentre in altri casi può portare la comunità a concepire idee e progetti troppo distanti dalla realtà, tendenti a tradursi in utopie e finzioni che possono indurla a commettere errori strategici. Ciò risulta particolarmente vero se si pensa al mito fondativo del “progetto europeo”.
Per secoli, gli Stati membri dell’attuale Unione Europea, in base ai miti sui quali risultavano fondati la loro nascita ed il loro consolidamento, avevano vissuto la loro evoluzione in base al principio condiviso secondo il quale ogni Stato-nazione pensava a sé stesso, nel senso che ognuno agiva per soddisfare i propri interessi, anche col ricorso alla forza laddove fosse stato necessario.

 

La conseguenza dell’accettazione di questo principio è stata lo scoppio di continue guerre, culminate in due conflitti mondiali nel corso del XX secolo. Al termine del secondo, il rimedio alle guerre ricorrenti ed ai loro devastanti effetti è stato rinvenuto nel “rifiuto” acritico delle idee del passato e del principio che aveva sino ad allora ispirato il comportamento di ogni Stato-nazione nei confronti degli altri. E’ stata così aperta la strada – sostiene Federico Petroni, in “Il mito europeista in fuga dalla storia” (“Limes”, n. 2/2020) – a una presunta “Europa di pace e prosperità”, fondata sul rigetto del passato violento come premessa su cui forgiare una nuova comunità, per la realizzazione di un’unione sempre più stretta fra gli Stati, da costruire attraverso l’interdipendenza economica e l’integrazione politica.

Si è trattato – afferma Petroni – “di un progetto visionario pensato per liberare i popoli dell’Europa dalle trappole delle nazioni e del nazionalismo”, nella convinzione che mettendo in comune i mercati economici, le frontiere e la moneta, si sarebbe realizzato lo “scioglimento” dei singoli Stati in un “abbraccio politico”, dando luogo alla nuova Europa.

L’interiorizzazione di aspettative così grandi da parte dei cittadini degli Stati europei è da ricondursi al particolare momento in cui esse si sono formate. Dopo le due guerre mondiali della prima metà del XX secolo, gli europei della parte occidentale del Vecchio Continente hanno dovuto tener conto che le circostanze geopolitiche erano profondamente mutate rispetto a quelle prevalenti all’inizio del secolo. I Paesi dell’Europa occidentale, anche quelli che dopo il secondo conflitto mondiale erano usciti vincitori del nazismo, hanno dovuto subire l’egemonia degli Stati Uniti d’America, risultati, se non proprio l’asse portante della vittoria, sicuramente quello decisivo per la loro librazione.

Dal canto suo, per resistere alla “concorrenza” dell’Unione Sovietica, l’America, vittoriosa e occupante, ha “imposto” ai Paesi dell’Europa occidentale di “federarsi” per resistere all’espansionismo ideologico del comunismo. E’ stato soprattutto in questo contesto che è nata, dopo il 1945, l’idea di un’unione sempre più stretta tra gli Stati dell’Europa occidentale, con un progetto economico-politico che Petroni ritiene sia stato “molto ambiguo rispetto al passato; ciò perché la “violenza abbattutasi sull’Europa nei trent’anni precedenti” è stata “ridotta a parentesi”, mentre “i traumi e le faglie che l’avevano scatenata non [sono stati]rielaborati”. In tal modo, la responsabilità della catastrofe è stata addossata interamente “alle ideologie sconfitte, definite come aliene, non prodotti tipicamente europei”.

Ciò ha spinto gli establishment prevalenti nei Paesi dell’Europa occidentale, prostrati dagli effetti devastanti della guerra e sotto la pressione del potente alleato vittorioso, ad aprirsi alla “cieca fede” in una prospettiva di comune progresso pacifico, da realizzarsi attraverso l’integrazione sul piano economico e politico dei loro Paesi. Si è trattato, osserva Petroni, di una fede che li ha condotti ad inseguire letteralmente un’utopia, fondata sul mito del perseguimento di un comune progresso dei loro Paesi (sia pure sotto l’ala protettrice non disinteressata dell’America), che però ha avuto nei confronti di questi solo una triplice funzione consolatoria: ha consentito di ripristinare e di aggiornare il senso di superiorità rispetto al resto del mondo; ha offerto “una compensazione rispetto alla perdita delle colonie”; infine, ha consentito di sottrarsi al rischio di perdere rilevanza economica.
Sulla base di queste idee consolatorie, continua Petroni, gli Stati dell’Europa occidentale (sia perché non dovevano preoccuparsi della loro sicurezza, sia perché indotti dagli americani a considerare l’”economia unico orizzonte possibile di affermazione”) dopo il crollo del Muro di Berlino e quello dell’Unione Sovietica sono giunti al convincimento che nel mondo non fosse più necessario agire “violentemente per soddisfare i propri interessi sugli altri” e che la cooperazione potesse valere “per sempre e per tutti in ogni luogo”.
Con questi convincimenti, però – prosegue Patroni – gli Stati europei che hanno aderito al progetto di integrazione economico-politica si “sono messi fuori della storia”, rinunciando a fare i conti col proprio passato e limitandosi ad accogliere ciò che “di buono” esso offriva, con la pretesa di ignorarne la parte “cattiva”, considerata semplicemente un residuo negativo che il tempo avrebbe provveduto a cancellare. Per non aver preso responsabilmente atto della la propria storia, i Paesi europei sono stati indotti a condividere “narrazioni aberranti”, come quella secondo cui la cooperazione pacifica, dopo la fine della Guerra Fredda, fosse diventata un valore assoluto, valido “per sempre e per tutti in ogni luogo”.
E’ stata questa la causa prima della distorsione del mito fondativo del disegno europeo, perché fondato sul rigetto acritico del passato violento come premessa su cui forgiare una nuova comunità, per la realizzazione di un’unione sempre più stretta, da compiersi attraverso l’interdipendenza economica e l’integrazione politica di tutti gli Stati partecipanti; un disegno basato quindi sulla presunzione che l’integrazione economico-politica potesse avvenire nel “vuoto”, ignorando che, mentre l’integrazione sarebbe stata plasmata “dalle influenze delle grandi potenze”, il raggiungimento dell’obiettivo rimaneva subordinato al vincolo che all’interno dell’Europa unita non nascesse uno Stato egemonico.

La necessità di questo vincolo era particolarmente avvertito dalla Francia e dall’Inghilterra, che per ragioni diverse, pur aderendo al progetto comunitario, erano fortemente motivate a rilanciare il processo di integrazione europea, al fine di evitare, attraverso la realizzazione di un’Europa più coesa e solidale, i pericoli connessi alla rinascita della potenza economico-politica della Germania. Al contrario, la caduta del muro di Berlino ha, sì, rilanciato il processo di integrazione europea, ma, nello stesso tempo gli ha impresso una nuova direzione, determinando, con la riunificazione tedesca, il mutamento degli equilibri sui quali si era basata sino ad allora la costruzione dell’Europa unita; ciò ha fatto crescere il timore di alcuni Stati membri (Francia e Regno Unito in testa) che la riunificazione fosse l’inizio di una possibile egemonia tedesca in Europa.

 

Per scongiurare questa circostanza, dopo la fusione delle due Germanie, la Francia, in particolare, ha assunto il ruolo di partner strategico nella realizzazione del progetto europeo, senza riuscire ad impedire che la Repubblica Federale Tedesca acquisisse ugualmente, nel rilancio del processo di integrazione, un peso determinante nella definizione delle politiche monetarie e bancarie che ne avrebbero dovuto governare lo svolgimento. Ciò è valso a creare uno stato permanente di tensione tra la Comunità Europea (nel frattempo ribattezzata Unione Europea) e i singoli Stati membri, portando al ricupero dell’idea di Stato-nazione. Per quanto demonizzata nella retorica fondativa della Comunità europea, quest’idea si è lentamente riaffermata, parallelamente all’indebolimento delle procedure comunitarie del processo decisionale democratico, diffondendo – sostiene Petroni – che il governo nazionale potesse “elargire molta più sicurezza e prosperità ai propri cittadini di quanta ne avrebbe potuta fornire la cooperazione con gli altri Stati”.

E’ accaduto così che la ripresa del processo di integrazione politica, a causa della diffidenza di gran parte degli Stati membri dell’Unione, indotta dalla crescente posizione egemone della Germania sul piano economico, si sia interrotta, in quanto all’integrazione europea è sempre “mancato un ingrediente essenziale: una dimensione simbolica e culturale capace di consolidare un senso di appartenenza”. Ciò vale a dimostrare che il mito europeista fondato “fuori dalla storia”, sulla base delle non più sopportabili conseguenze dei conflitti fra gli Stati europei che hanno caratterizzato la prima parte del Novecento, sia stato la conseguenza di una scelta dettata dalla situazione contingente; certamente non dalla riflessione critica sulla necessità di rimuovere l’idea originaria dello Stato-nazione, basata, come si è detto, sull’accettazione del principio secondo il quale ogni Stato poteva agire per soddisfare i propri interessi anche con il ricorso alla forza quando fosse stato necessario.
Poiché è impossibile fuggire dalla storia, se gli Stati che si dichiarano ancora oggi interessati a proseguire sulla via dell’integrazione economico-politica dell’Europa non elimineranno le incongruenze del rapporto col loro passato, è difficile pensare veritiero il loro impegno a portare a termine in tempi brevi la realizzazione del progetto comunitario.

 

Gianfranco Sabattini

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