sabato, 14 Dicembre, 2019

Nostalgia

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 «Nostalgia» – contrariamente a chi pensa che sia una cattiva consigliera – è una dolcissima parola. Lo scrittore Alessandro D’Avenia ci ha spiegato che significa «il dolore del ritorno», per la difficoltà a rivivere il passato: ma non un passato morto, bensì un passato da «rivivere» e da «riamare», come toccò ad Ulisse con la sua amata Penelope. E’ dunque «un ritorno al futuro» quello auspicato, una nostalgia che significa speranza, non rassegnazione.

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Ringrazio Aldo Cazzullo per aver ospitato sul “Corriere della Sera” 31 gennaio 2019 una mia nota in difesa dei partiti democratici e sulla loro malaugurata decadenza dopo la caduta della prima Repubblica. Nel finale della sua risposta – in cauda venenum – Cazzullo si domanda se sia il caso di averne nostalgia. Ma come si fa a non averne, se anche i più autorevoli commentatori dello stesso “Corriere” proprio negli ultimi tempi segnalano che da 25 anni siamo in decadenza! L’economista Fadi Hassan l’aveva sottolineato in una intervista al giornale del 6 aprile 2017: «Nell’ultimo ventennio siamo tornati indietro di cinquant’anni».  Ma è proprio nell’ultima settimana d gennaio 2019 che si sono levate precise dichiarazioni che dovrebbero far meditare i nuovisti e gli anti-nostalgici più incalliti. Il 28 gennaio scorso l’accademico Angelo Panebianco ha rilevato i danni della«democrazia giudiziaria» di cui siamo succubi dai tempi di ‘Mani Pulite’, una democrazia che ha lo stesso livello dispotico delle«democrazie illiberali» che nelle cosiddette ‘democrature’ negano spazio alla divisione dei poteri e al rispetto delle minoranze. Non diversamente Sabino Cassese il 27 gennaio aveva steso un velo critico sul «quarto di secolo che va dal 1993-94 al 2018», mentre per Roberto Gressi «la politica dell’ultimo quarto di secolo ha sostanzialmente ignorato l’Italia stanca e nutrito l’Italia furiosa» (“Corriere della Sera” del 29 gennaio 2019).

Dunque la nostra nostalgia non pare immotivata. Nasce dal «senso di amarezza» mostrato dal grande filosofo Norberto Bobbio su “La Stampa” del 20 gennaio 1993 per la «pessima prova» che il nostro Paese democratico stava facendo mettendo«sotto accusa quella classe politica alla quale per anni era stato offerto il consenso necessario per governare». Ripeto, una«pessima prova». Di quella, molti di noi – a differenza degli immemori, dei trasformisti, dei falsi moralisti e degli ignavi – non hanno nessuna nostalgia. Ma per il resto la nostra nostalgia è immensa. «Nostalgia» – contrariamente a chi pensa che sia una cattiva consigliera – è una dolcissima parola. Lo scrittore Alessandro D’Avenia ci ha spiegato che significa «il dolore del ritorno», per la difficoltà a rivivere il passato: ma non un passato morto, bensì un passato da «rivivere» e da«riamare», come toccò ad Ulisse con la sua amata Penelope. E’ dunque «un ritorno al futuro» quello auspicato, una nostalgia che significa speranza, non rassegnazione. Antonio Polito, sempre sul “Corriere della Sera” del 12 settembre 2018 valutava con apprensione la tendenza della «maggioranza degli italiani a sperare nel passato». Bisogna intendersi sul passato: quello guerresco, colonialista, autoritario, razzista e moralistico-giudiziario, certamente no.

Ma di quest’altro passato noi avremmo nostalgia: 1) Della necessità di ridare fiducia e nerbo ai partiti, come prevede l’articolo 49 della nostra Costituzione, «la più bella del mondo». 2) Della opportunità di rinverdire l’ideologia progressista, collegandosi agli ideali dell’unica sinistra democratica che c’è al mondo, quella del socialismo laburista e democratico europeo e dei democratici-socialisti americani Bernie Sanders e Alexandra Ocasio-Cortez: un movimento politico che da anni e anni è dato per finito, ma che invece resta l’unico ancoraggio per non soccombere alla demagogia, per provare ad impedire che intere schiere di popolo di sinistra – operai e impiegati di vecchio e nuovo stampo, ceto medio, giovani, disoccupati… – votino a destra o per liste populiste qualunquiste o si rifugino nell’astensione; 3) In terzo luogo, chi ha nel cuore la democrazia dovrebbe capire l’importanza di ridare onore e prestigio alla politica, sottraendola alla denigrazione esercitata dal potere mediatico e alla subordinazione alle «burocrazie amministrative e giudiziarie», che spadroneggiano dall’alto delle corti, delle procure, dei ministeri, ha avvertito ancora il prof. Panebianco: «I politici o sono al loro servizio o sono troppo deboli per tenerle a bada. Lasciate a sé stesse quelle burocrazie ci preparano un futuro di autarchia e di declino economico e culturale. Chi fosse interessato a far restare il Paese nel mondo moderno dovrebbe porsi il problema di come tagliare loro le unghie». Una conclusione da condividere e che ho posto al termine di una mia concisa ricerca intitolata “La caduta di Tangentopoli (1993): come un Paese può tornare indietro di mezzo secolo”. Chi vorrà, potrà leggerla qui .

Lì troverà che autorevoli studiosi considerano «la madre di tutte le fake news la falsa idea che il nostro sarebbe stato il Paese più corrotto del mondo» (caro Cazzullo, è troppo facile e populista spiegare la fine della prima Repubblica perché«indebolita dalla corruzione»!) e molto altro ancora, tra cui la ridicolaggine nella comparazione fra i costi – leciti e illeciti  – della politica italiana ed europea con quelli della più grande democrazia del mondo, dove le campagne elettorali sono  finanziate dai grandi gruppi economici, che pensano ad ingraziarsi i competitori politici mirando ovviamente più ai profitti che agli ideali: i dati dei costi delle elezioni presidenziali USA del 2012 (ma potrebbero analogamente essere analizzati anche quelli delle presidenziali 2017, e via via di seguito) ammontarono ad oltre 6 miliardi di dollari, oltre 10 mila miliardi di vecchie lire, cifre incomparabili per la loro enormità con quelle del finanziamento regolare e irregolare della politica europea e italiana; se pensiamo che il finanziamento ai partiti italiani proveniente dal caso Enimont sarebbe ammontato a 150 miliardi di lire, abbiamo così ‘fotografato’ gli ambiti e i limiti della comparazione con l’America, benché quella Enimont sia stata definita addirittura «la madre di tutte le tangenti». Segnalo infine un refuso della mia ricerca: l’intervista del viceprocuratore di Milano Gerardo D’Ambrosio in cui dichiara al giornale “Il Foglio” che «la molla di Craxi non era l’arricchimento personale, ma la politica» era del 23 febbraio 1996, non del 22.

Nicola Zoller
(rivista “Mondoperaio”, febbraio 2019)

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