sabato, 15 Agosto, 2020

NSAGATE, COSÌ FAN TUTTI

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«Chi è capace di tenere le mani in tasca quando si trova in una pasticceria apparecchiata?». Una domanda semplice, in apparenza, ma che in realtà aiuta ad inquadrare quanto avviene in queste ore sul filo Parigi – Washington dopo le rivelazioni del quotidiano Le Monde che attribuiscono alla National Security Agency la responsabilità di aver registrato in segreto più di 70 milioni di telefonate francesi.

A scatenare le ire di Quay d’Orsay, così come dello stesso Hollande, non c’è solo una questione di “Grandeur” francese ferita. Nel setaccio dell’agenzia di spionaggio elettronico americano, infatti, sono finite oltre alle telefonate di sospetti terroristi, anche, soprattutto forse, quelle di dirigenti e funzionari di aziende importanti per il sistema economico d’Oltralpe.

«Non credo che gli Usa abbiano una particolare propensione allo spionaggio commerciale nei confronti della Francia o di altri alleati. Di sicuro, però, le agenzie statunitensi mettono l’economia al centro dell’idea di sicurezza nazionale: questo implica che vengano fatte tutta una serie di analisi, ad esempio, su quanto la corruzione possa pesare in caso di assegnazione di appalti internazionali in cui concorrono aziende americane, soprattutto in settori strategici. È il caso di quanto avvenuto anni fa con un’azienda francese che aveva vinto una gara per un sistema di sicurezza ambientale in Amazzonia: gli Usa fornirono informazioni che portarono alla scoperta di un giro di corruzione che fece saltare l’appalto, poi vinto proprio da un’azienda americana».

Ecco dunque che la domanda iniziale si carica di un senso profondo. A porsela in una lunga intervista con l’Avanti!  è Giuliano Tavaroli ex carabiniere del nucleo antiterrorismo del generale Dalla Chiesa passato poi a guidare la security di Pirelli, prima, e di Telecom Italia poi, fino a quando venne coinvolto nello scandalo Telecom-Sismi. Una vita passata nel mondo della sicurezza e dell’intelligence, attraversandone luci e ombre. Una professione, ma anche una grandissima passione che prende corpo nell’abilità che Tavaroli  ha di articolare una prospettiva a tuttotondo sulla tematica ribattezzata “NSAgate”.

A cominciare dalla pratica, messa sotto accusa da Parigi, di “spiare” un paese alleato: «I francesi si dicono scandalizzati perché gli americani raccoglievano informazioni sul loro territorio nazionale, ma questo non ha senso per due ordini di motivi. Il primo è che dalla notte dei tempi si raccolgono informazioni anche sugli alleati. Il secondo é che i francesi, potenzialmente, non sono da meno: semmai hanno a disposizione molti, ma molti meno mezzi per farlo. Tanto per parlare di simmetrie d’azione, non penso che i guai recenti di Finmeccanica siano del tutto al di fuori di questo tipo di dinamiche».

Insomma, se la questione è il metodo, allora si può affermare che non c’è “nulla di nuovo sul fronte occidentale”. «Quello che semmai poteva essere sfuggito riguarda il pazzesco salto tecnologico che hanno fatto le agenzie di intelligence americane».

L’analisi di Tavaroli, dunque, non si perde in narrazioni, ma va al nocciolo della questione: l’ex responsabile della security Telecom  ricorda che il sistema è e rimane il medesimo, quello che cambia sono, da un lato, la mole delle informazioni, dall’altro la capacità di archiviarle e la velocità  nel richiamarle: in una sola parola i database.

«L’intelligence segue sempre la stessa procedura, un circolo basato su delle fasi che, molto schematicamente, prevedono la raccolta, la selezione e l’analisi. Prima si “spazzola” il traffico, poi lo si filtra e, in caso di interesse, lo si analizza. Noi estimatori dei romanzi di Le Carré ricordiamo l’immagine dell’analista occhialuto chiuso in uno stanzino a leggere documenti. Ora quel lavoro lo fanno i grandi computer, molto rapidamente, lavorando su parole chiave, sul riconoscimento della voce, etc. Una mole di dati spaventosa».

E, sottolinea Tavaroli, come in ogni attività su scala industriale, la differenza la fanno gli investimenti: «Il budget che gli Stati Uniti destinano al solo settore dell’intelligence è enorme, una cifra nell’ordine di circa 70 miliardi di dollari. Gli Usa sono una potenza mondiale e, come tale, esposta ad un enorme rischio perché hanno il problema di difendere il vantaggio tecnologico delle aziende americane. Sono leader nell’aerospaziale, nella difesa, in tutta l’economia di Internet: da Amazon a Yahoo, da Twitter a Forsquare. Non dimentichiamo che Facebook non ha server al di fuori dagli Usa e non è un caso: loro la pasticceria se la sono tenuta perchè più che spiare le aziende straniere, gli americani sono vittime di tentativi di spionaggio elettronico».

Possibile che non accada mai che quelle informazioni vengano utilizzate per interessi non propriamente correlati alla sicurezza nazionale? «Certo, può accadere che Alcatel sia spiata rispetto ad una gara anche se questo è vietato dalle leggi americane. Ma rimane un fenomeno su scala artigianale come quello che riguardava alcuni dipendenti della Nsa che si facevano i cavoli delle mogli. La cyberguerra, quella vera, è tra Cina e Usa”.

Il punto dolente, dunque, come già evidenziato in uno speciale dell’Avanti!, riguarda principalmente la cultura della sicurezza, soprattutto il Europa, da parte dei cittadini come delle aziende: «Le prime a non essere protette sono le aziende. Non investono sulla sicurezza. Una ricerca recente ha messo in evidenza che nella percezione dei rischi principali dei manager c’è la reputazione, molto dopo il “cyber-risk”».

Tutti dati che, per Tavaroli, parlano di qualcosa che non ha prettamente a che fare con la dimensione cyber, ma con una realtà antica quanto il mondo: il punto centrale è che sembra che alle società opulente sia «sfuggito il concetto che l’Universo è governato dal principio delle risorse scarse. Non c’è tutto per tutti. Non c’è economia per tutti. Competiamo per occasioni, opportunità, risorse scarse. Questo innesca dinamiche competitive. Siamo all’economia di sostituzione: ormai quasi tutti i mercati accessibili hanno i beni, chi più chi meno, non ci sono troppi margini di espansione. La questione è chi sostituisce i beni in circolazione e, se la sostituzione la fa un’azienda “X” significa che un altro soggetto commerciale perde la vendita». Il cyberspazio si trasforma, dunque, nel principale campo di battaglia della guerra per le risorse nel Terzo Millennio.

Roberto Capocelli

 
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