martedì, 12 Novembre, 2019

L’ITALIA CRESCE, IN NEGATIVO

0

Per l’Ocse, le previsioni di crescita per il 2019 sono negative per l’Italia, l’Argentina e la Turchia. Tra le grandi economie dell’area Ocse, l’Italia è l’unica ad avere il segno meno sulla previsione di crescita per il 2019. Dopo la recessione tecnica della seconda parte del 2018, confermata ieri dall’Istat seppure con un lieve miglioramento dei numeri sul quarto trimestre, l’Organizzazione parigina è la prima grande istituzione che ha tagliato la proiezione sul 2019 italiano individuando un andamento economico negativo. Tagliando di ben 1,1 punti percentuali la sua previsione, l’Ocse ha stimato ora per l’Italia una decrescita da -0,2 per cento di Pil. Molto lontano da quel +1 per cento rimasto nel quadro macroeconomico previsto dal governo a dicembre, che dovrà esser per forza revisionato con il Def di aprile.

La pubblicazione del nuovo Interim Economic Outlook dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico è molto evidente per le economie dell’Eurozona. Anche la Germania non è sfuggita alla sforbiciata, vedendo peggiorare la stima per la sua crescita di 0,9 punti rispetto all’ultimo documento Ocse risalente soltanto allo scorso novembre. Però Berlino rimane simbolicamente sopra la linea di galleggiamento, con una crescita dello 0,7 per cento. Nel complesso dell’Eurozona, gli economisti parigini prevedono un andamento all’1 per cento quest’anno e all’1,2 per cento il prossimo. Anche l’Italia, nel 2020, dovrebbe tornare a vedere la luce, ma con un passo più che dimezzato rispetto al resto della truppa europea: +0,5 per cento.
Nelle conclusioni del rapporto dell’Ocse, si legge: “La crescita economica globale continua a perdere forza. Si prevede ora un +3,3% a livello globale (dal 3,6% calcolato a novembre), e un +3,4% per il 2020 con rischi al ribasso che continuano a crescere. Le alte incertezze politiche, le perduranti tensioni commerciali e una ulteriore erosione nella fiducia di imprese e consumatori stanno contribuendo al rallentamento”.
In attesa di schiarite dal fronte delle trattative tra Usa e Cina, i dazi, già in vigore dallo scorso anno, iniziano a pesare sul motore economico. E soltanto il mercato del lavoro, con la leggera crescita dei salari, sta dando segni di tenuta e supporto ai redditi e alle spese delle famiglie.

L’Italia, nel resoconto Ocse, starebbe pagando un prezzo particolarmente alto per il rallentamento della crescita del commercio globale, scesa intorno al 4% nel 2018 contro il 5,25% dell’anno prima. Per Roma e Berlino, l’export è una voce fondamentale del Pil. L’Organizzazone, in passato ha criticato il Reddito di cittadinanza, ha riconosciuto che, da noi come in Francia, il miglioramento delle condizioni del mercato del lavoro, una inflazione inferiore alle attese e le misure per le famiglie a basso reddito dovrebbero aiutare a supportare la crescita reale dei salari e le spese delle famiglie. D’altro canto, però, l’incertezza politica e il ribasso della fiducia dovrebbero pesare ulteriormente sugli investimenti delle imprese e sulle prospettive commerciali.
All’indomani della fissazione ufficiale del target di crescita da parte di Pechino, in un range tra il 6 e il 6,5%, l’Ocse ha stimato che l’economia cinese crescerà del 6 per cento quest’anno. Se non dovesse assicurare almeno questo risultato, sarebbero dolori per tutto il mondo. Così come ci sarebbero ripercussioni da una uscita disordinata della Gran Bretagna dall’Europa.

Nella disamina dell’Ocse, i segnali da colomba, giunti ultimamente dalle banche centrali, hanno permesso alle politiche monetarie di non peggiorare la situazione economica, pur a fronte degli evidenti sintomi di un rallentamento economico. D’altra parte, però, il fatto che le istituzioni monetarie rallentino il percorso di normalizzazione delle loro politiche dopo i lunghi anni dei tassi a zero e dei quantitative easing, rappresenta un rischio di possibili maggiori vulnerabilità finanziarie in futuro.
L’invito dell’Ocse è di intensificare il dialogo per evitare che i dazi commerciali si abbattano sulle economie: anzi, sarebbero da stimolare ulteriori liberalizzazioni. All’Eurozona si ricorda che servono politiche coordinate e strutturali per incentivare gli investimenti. Ovunque, e a tutti i Paesi, sono state chieste le solite riforme strutturali per cercare di migliorare le condizioni di vita dei cittadini e le loro opportunità.

Salvatore Rondello

Condividi.

Riguardo l'Autore

Leave A Reply