martedì, 23 Aprile, 2019

Odifreddi e Lucrezio,
in due per un libro

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OdifreddiSi fa un gran parlare del libro di Piergiorgio Odifreddi, “Come stanno le cose. Il mio Lucrezio, la mia Venere”, edito da Rizzoli e pubblicato nell’anno che si chiude. Tra il traduttore (secondo il professor Pietro Melis, per parafrasare Foscolo, “il traduttor del traduttor”) di Lucrezio, e il poeta latino, si staglia non solo il nume tutelare di Epicuro, ma tutta la piacevole carica scientifica e antireligiosa di entrambi. Due autori, pagina su pagina, per un solo libro. Un carico da cento, perché alla traduzione libera del “De rerum natura” sta accorpato il “De Odifreddi natura”. Che sottolinea, amplifica, spiega, corregge le consapevolezze di quell’altro. Su Lucrezio si sa quasi nulla. Alcuni sospettano addirittura che non sia mai esistito e sia solo uno pseudonimo dietro il quale si sarebbe celato addirittura lo stesso Cicerone. Difficile accedere a questa suggestione. Perchè mai Cicerone o un altro suo seguace non avrebbe dovuto firmare siffatto capolavoro? Sei libri in poesia, in endecasillabi che, con spirito didascalico, trattano dell’origine del mondo, della sua composizione, dei principi naturali contrapposti alle superstizioni religiose, dell’animo umano, perfino delle nuvole, delle comete, dei temporali e dei terremoti.

Di tutto questo e di altro colpiscono le intuizioni preveggenti, le affermazioni basate sulla dimostrazione dei concetti, la capacità del genio dell’autore di scrutare sull’insieme delle cose e sull’animo umano. Nessuno prima e soprattutto dopo di lui, saprà mai infondere, coniugata con l’arte della poesia, una così elevata capacità di analisi e di sintesi. Odifreddi non ha solo il merito di averlo riproposto, parliamo di Lucrezio, cioè di una personalità così offuscata e censurata dalla cultura dell’integralismo religioso, per secoli dimenticata (il suo “De rerum natura” fu casualmente rintracciato in un monastero tedesco in pieno Rinascimento), da molti perfino osteggiata. Ma Odifreddi ha soprattutto il merito di aver commentato i sei libri, pagina per pagina, con apprezzamenti, attualizzazioni, esempi, paragoni, anche i più arditi e curiosi. Il libro si apre con l’elogio a Venere. Ma Odifreddi ci allieta con una introduzione in cui, prima ancora di lasciar parlare Lucrezio, fa la rassegna dei lucreziani. Dei suoi seguaci, anche inconsapevoli, come il Botticelli, che nella sua Primavera esalta non solo Venere, ma anche la natura. O, sul piano filosofico, di Machiavelli, Montaigne, Molière, Diderot, perfino di Leopardi e, tra i contemporanei, almeno nel metodo, di Calvino, sul piano scientifico certamente di Maxwell ed Einstein. Un padre per tanti, Lucrezio, anche di coloro che non avevano “paternitas certa”.

Il libro primo (Lucrezio è vissuto nel secolo prima di Cristo) è dedicato agli atomi, che compongono la materia. Egli scopre il vuoto, da non confondere con lo spazio, che è anch’esso composto da atomi. Il vuoto che è indispensabile perché gli atomi si muovano. L’intuizione atomistica (in realtà Lucrezio parla di particelle) è di Democrito, il filosofo greco materialista vissuto quattro secoli prima di Cristo. Anche per Lucrezio nulla si crea, nulla si distrugge. L’infinito è infinito. Non può esistere una fine come se ci fosse un muro in cui gli atomi rimbalzano e tornano indietro. Addirittura Lucrezio elabora per primo la teoria della relatività del tempo. Per lui il tempo non esiste se non in rapporto ai corpi e allo spazio. Quasi newtoniano, commenta Odifreddi, Lucrezio si spinge ai limiti dela scoperta della gravitazione universale. Lasciamo perdere l’aria, l’acqua, il fuoco, che i primi filosofi immaginavano come il principio originario di tutte le cose. Follie. Lucrezio ritiene che tutto sia stato generato dall’aggregazione e disgregazione di atomi diversi che sono infiniti com’è infinito lo spazio. Quel che unisce tutte le cose esistenti.

Nel secondo libro, più specificatamente dedicato alla fisica e alla chimica, Lucrezio, sempre con la supervisione di Odifreddi, intuisce già una scoperta di Galilei della fine del Cinquecento. E cioè che nel vuoto tutto cade alla stessa velocità a prescindere dal peso. La teoria atomistica fu a lungo perseguitata dalla Chiesa in particolare col Concilio di Trento, perché si toglieva di mezzo Dio. E nel terzo libro, quello che parla dell’uomo, Lucrezio innalza l’elogio a Epicuro “che nelle fitte tenebre hai potuto per primo accendere un lume”. Di Epicuro esalta la razionalità nello sconfiggere dogmi, paure, superstizioni. Quelle sulla morte, perché quando arriva non ci siamo più noi, anche se Seneca, ricorda Odifreddi, ci parla “della paura del nulla”, un concetto per noi innaturale, quelle sugli Dei perché non si occupano di noi, se no dovrebbero essere colpevoli di stragi e malefatte.

Libro OdifreddiPerfino sulle inutili paure del dolore, perché se è forte arriva subito la morte, se è debole è sopportabile. L’inferno non esiste, non c’è un Dio così vendicativo da condannarci a un eterno supplizio. Anche l’anima che sopravvive al corpo è per Lucrezio una stupidaggine. Sia l’anima, cioè il soffio vitale, che è incarnato in un organo, come l’apparato nervoso, sia l’animo, che è incarnato nella psiche, se ne vanno col corpo. Non c’è niente di immortale. Nel quarto libro dedicato alla fisiologia e alla psicologia Lucrezio ci parla delle nuvole, dei sensi, degli specchi, dei quali spiega gli effetti ottici, dell’udito, dell’eco, della luce e del suono. La luce che marcia a una velocità molto superiore al suono. Lo dirà anche nel libro successivo a proposito dei lampi e dei tuoni. Ma si intrattiene anche sui sogni, sull’immaginazione. Poi si dilunga sugli organi. Che non sono nati perché esiste una loro funzione. Ma sono le funzioni che sono state create dagli organi. La vista non esisteva prima degli occhi e così l’udito prima delle orecchie. Mentre l’amore nasce da organi sessuali, non a caso nell’adolescenza. Ma per Lucrezio l’amore che genera affanno e angoscia va accuratamente evitato. Meglio godere di molti amori, che soffrire per uno. Su questo Odifreddi ha buon gioco a citare poeti e musicisti del tempo meno remoto. Da Ovidio a Molière, fino al Don Giovanni di Mozart. E pensare, ricorda Odifreddi, che San Girolamo, al quale da’ del pervertito, si inventò un Lucrezio suicida per amore. Una fine da fessi. Nel quinto libro è la volta del macrocosmo. Qui Lucrezio diviene terribilmente attuale. Siamo nell’epoca del Big Bang e del bosone.

Ebbene Lucrezio sostiene che al principio era il caos, c’era solo una massa informe di tutti i tipi di atomi. Poi quelli simili si aggregarono e formarono una nebulosa primitiva, che a sua volta diede origine al cielo, al mare, alle stelle. Poi il sole e la luna, i cui globi ruotano (allora si pensava che la terra fosse immobile) tra la terra e il cielo. Odifreddi commenta che “è scandaloso che l’infantile e sbrigativa mitologia della Genesi che inizia con “lo spirito di Dio che aleggiava sulle acque”, non sia stata sostituita dalla dettagliata descrizione fornita da Lucrezio. La massa informe di particelle che, circa 380mila anni dopo l’esplosione iniziale del Big Bang e poco più di 13 miliardi di anni fa, lasciò la sua impronta nella radiazione cosmica di fondo. I versi di Lucrezio intuiscono l’esistenza e l’evoluzione della nebulosa primitiva che circa 4 miliardi e mezzo di anni fa diede origine al sistema solare”. Trattando poi dell’origine dell’uomo Lucrezio elabora una sorta di evoluzione delle specie che anticipa Darwin. L’ultimo libro è dedicato al meteorologia e alla geologia e tratta dei lampi, dei fulmini, dei tuoni, delle tempeste. Qui colpisce e distrugge tutte le superstizioni e le attribuzioni a volontà divine, spiega scientificamente, razionalmente.

Ci parla dei terremoti, delle pestilenze e ritorna alla morte, all’inutilità della religione. Finisce così, forse come voleva o come è stato costretto. Meravigliosa questa rilettura del “De rerum”. Con musica di Lucrezio e parole di Odifreddi. Come una canzone moderna ci accompagna piacevolmente durante i nostri giorni. Demistificatoria, quanto basta. Anche se… Anche se quel “come stanno le cose” del titolo, che Lucrezio non aveva scritto, rimanda a un sorta di tavola delle nuove certezze. Un po’ troppo cattedratica e risolutiva. Così come i ripetuti elogi di Lucrezio ad Epicuro ci mostrano una nuova fede. I comandamenti del filosofo greco finiscono per creare i confini di una religione. Contestando la vecchia si crea una nuova Bibbia, rischiando di finire da capo. Avesse dato retta a Popper, forse anche Odifreddi sarebbe stato meno granitico. Anche perché, come alcune certezze di Lucrezio vengono giustamente contestate da Odifreddi, non è detto che quelle di Oddifreddi non possano essere contestate da un futuro Lucrezio…

Mauro Del Bue

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