venerdì, 14 Agosto, 2020

Omicidi politici e storiografia giudiziaria: una “contro recensione”

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“Quando per la porta della magistratura entra la politica, la giustizia esce dalla finestra”.
Piero Calamandrei

La recensione di Raffaele Liucci alla nuova edizione del saggio di Carlo Ginzburg, Il giudice e lo storico. Considerazioni in margine al processo Sofri, lascia perplessi (“L’Omicidio Calabresi e un processo divisivo”, Il Sole 24 Ore, 5.7.2020). Liucci imputa a Ginzburg di non aver delineato il contesto in cui maturò l’assassinio barbaro e insensato del Commissario Luigi Calabresi, avvenuto nel 1972. Com’è noto, a ben 16 anni dal delitto viene arrestato l’ex esponente di Lotta Continua (LC) Adriano Sofri, inchiodato dalla confessione-testimonianza dell’ex militante di LC Leonardo Marino, il quale gli attribuisce il ruolo di mandante, ruolo condiviso con Giorgio Pietrostefani (l’esecutore materiale sarebbe stato un altro militante dell’organizzazione, Ovidio Bompressi). Il processo-calvario dura 12 anni e si snoda attraverso ben 14 sentenze. A seguito dell’estenuante e controverso iter giudiziario, Sofri (insieme con Pietrostefani e Bompressi) viene condannato in via definitiva a ventidue anni di carcere. L’omicidio sarebbe una vendetta politica ordita dai vertici di LC per la morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, il quale, nel dicembre del 1969, ‘precipitò’ misteriosamente da una finestra della Questura di Milano, dove era trattenuto per accertamenti in quanto sospettato di essere coinvolto nella strage di Piazza Fontana.

Il rilievo del recensore è bizzarro: Ginzburg, mente analitica di prim’ordine, ha scritto il libro che voleva scrivere: un j’accuse che smonta e decostruisce ciò che lui considera un castello di accuse infondate. L’impresa gli è riuscita brillantemente. Ginzburg chiarisce la differenza che corre fra le responsabilità (e le competenze) dello storico e quelle del giudice. Troppo spesso aleggia ambiguità nei processi che hanno per forza di cose risvolti politici. Il contesto, in questi casi, può rivelarsi un pendio scivoloso: fino a che punto allargare il campo visuale? Il contesto politico è un’attenuante o un’aggravante? Sono domande, queste, più da storico che da giudice. Il senso intellettuale, e direi anche etico-civile, del libro di Ginzburg sta proprio qui: il giudice che si atteggia a storico ha una cognizione ossessiva della realtà in cui è avvenuto il crimine, predisposizione mentale che può far deragliare il processo. Un garantista, più semplicemente, si concentra sulla madre di tutte le domande: la sentenza di condanna poggia su basi sicure oppure traballanti (= prove inoppugnabili)? Legittimo quindi circoscrivere la riflessione al processo, tenendo fuori valutazioni soggettive che sono irrilevanti per stabilire la colpevolezza di Sofri: guai se le responsabilità politiche e morali per aver partecipato a movimenti extraparlamentari durante gli anni di piombo si trasformano in capi d’imputazione penali, peraltro a distanza di decenni. Né abbiamo bisogno dei magistrati per valutare criticamente il percorso di Sofri in quel periodo rovente. Si vogliono comprendere sine ira ac studio le dinamiche politiche, le tensioni sociali, nonché le scelte discutibili di alcune personalità immerse nel fluire di eventi burrascosi? Beh, allora si rispettino due requisiti: il ricorso a una solida metodologia e… un pizzico di onestà intellettuale! Il tribunale della storia emette sentenze molto diverse da quelle dei tribunali: la condanna o assoluzione di questo o quel leader è un giudizio politico da cima a fondo, non è assimilabile a un verdetto giudiziario. Nel caso dei processi postbellici ai nazisti, il tribunale della storia si è allineato (fino a sovrapporsi) ai tribunali istituiti dalle potenze vincitrici. Ma questo è un caso eccezionale. In genere è buona prassi uscire dal cono d’ombra delle sentenze giudiziarie: queste possono costituire un interessante oggetto d’indagine in sé, in quanto ci restituiscono i fatti visti attraverso le lenti del magistrato. Le sentenze però non costituiscono l’unica (sacra) fonte della verità storica. I processi di Mani Puliti sono esemplari da questo punto di vista.

Ovvio che il contesto del delitto Calabresi rimarrà sempre un brusio in sottofondo, spetta a noi far sì che non diventi un rumore assordante. Negli anni Sessanta e Settanta di violenza ce n’è stata fin troppa, di certo non mi ergerò a paladino dei cattivi maestri che l’hanno rinfocolata. Come ignorare le affermazioni inneggianti alla violenza contro lo Stato capitalistico che Sofri pronunciò al Convegno di Lotta Continua di Rimini (1972)? Sono lontane anni luce dalla sensibilità di un riformista quale io sono – sicché le condanno senza mezzi termini. Il che, lo confesso, mi riesce facile: all’epoca, avendo 8 anni, giocavo con i soldatini; e da quando ho raggiunto l’età della ragione, eravamo già negli anni Ottanta del secolo scorso, ho militato solo in partiti dell’arco costituzionale che hanno bandito la fraseologia e la prassi rivoluzionaria/violenta.
Se indossiamo i panni dello storico anziché quelli del giudice, noteremo fatti imbarazzanti che mettono in crisi le letture semplicistiche: lo Stato democratico ha compiuto alcune azioni repressive violente sulla cui legittimità etica ed opportunità politica ci sarebbe molto da discutere. Pochi giorni fa, il 7 luglio, cadeva il sessantesimo anniversario della strage di Reggio Emilia (1960): cinque pacifici militanti comunisti, durante una manifestazione sindacale, vengono uccisi dalle forze dell’ordine. Per non parlare, poi, delle responsabilità dei servizi segreti deviati nelle stragi neofasciste che hanno insanguinato l’Italia. Un male non ne giustifica moralmente un altro, per ritorsione. Un male, però, può generarne o spiegarne un altro, per concatenazione logica. Ribadisco, dunque, a scanso di equivoci: io apprezzo il leader socialista Craxi che in quegli anni condannò l’estremismo violento, in Parlamento, negli scritti e nei comizi. Per principio, mi schiero dalla parte dello Stato liberaldemocratico. Tuttavia se figure dello Stato sbagliano, addirittura con dolo, non le assolvo né le giustifico, quali che siano le loro motivazioni politiche. Nessuno è al di sopra delle leggi e della Costituzione. Come ci ricorda Ugo Intini, nella concezione umanistica del socialismo lo Stato non è il fine ultimo della politica, né è un valore assoluto in quanto realizzerebbe il bene universale (= Stato etico): esso è solo un mezzo imperfetto per assicurare la vita e i diritti dei cittadini (= Stato laico e liberale). La vita viene sempre prima della Ragion di Stato (“Delitto senza castigo”, Mondoperaio, 6, 2020, pp. 31-34). Fine della diatriba sul contesto storico.
Torniamo al punto dirimente della questione, così come la imposta Ginzburg: è giusto che i cattivi maestri siano condannati in processi penali per fatti che non hanno commesso solo perché all’epoca erano fautori della violenza politica? È accettabile che un leader politico sia considerato il mandante di un omicidio di cui è, semmai, corresponsabile solo moralmente? Può la condanna basarsi unicamente sulla testimonianza e chiamata di correità di un pentito? Chi risponde di sì, in cuor suo desidera processi politici e crede nella perseguibilità del reato d’opinione. Si annusa l’aria viziata di una resa dei conti postuma con i protagonisti dell’epoca della Contestazione globale… I garantisti, schiera alla quale mi onoro di appartenere, non possono che rispondere con un no secco: la verità processuale accerta le responsabilità penali dell’imputato e null’altro. L’accertamento di quelle politiche e morali spetta al Parlamento, agli elettori, agli intellettuali, alle chiese. Così dovrebbe essere, così è negli Stati costituzionali di diritto. A questo punto, bisognerebbe leggersi sia il libro di Ginzburg che gli atti del processo. I giudici hanno ritenuto Sofri colpevole, è giusto sentire anche la loro campana. Qui mi limiterò a sostenere le tesi di Ginzburg a livello teorico, cioè quali insegnamenti validi in generale, a prescindere dal caso specifico.

Liucci, sensatamente, sembra distinguere fra valutazione politica e verità processuale. Pur criticando i teorici della violenza antisistema, egli riconosce “la natura indiziaria del processo Calabresi, celebrato in una sede – il tribunale di Milano – non particolarmente bendisposta verso gli imputati”. Come si possa, pensando questo, concordare con i giudici è un mistero. Tutti hanno il sacrosanto diritto di schierarsi, ci mancherebbe. Trovo però inopportuna la chiusa della sua recensione, che è – credo volutamente – ambigua. Questa è una pecca grave, data la complessità e delicatezza del tema: “Chissà, forse parlando di Calabresi con i suoi compagni, Sofri fece proprie le parole che nel 1944 avrebbe pronunciato l’archeologo comunista Bianchi Bandinelli partecipando alla discussione se assassinare Giovanni Gentile: ‘è un atto terribile, ma va fatto.’” Il passo si potrebbe interpretare nel senso di una critica di quei sovversivi rossi, i quali, negli anni Sessanta e Settanta, con aria di sussiego si autoproclamavano eredi della Resistenza, secondo loro tradita dai partiti ‘revisionisti’ della sinistra democratica e parlamentare. Se è così, perché non dirlo esplicitamente? Nessuno potrebbe contestarlo: è vero. L’ambiguità consente un’altra lettura: in filigrana si legge un’analogia etica e politica fra gli antifascisti che decisero l’assassinio di Gentile, fatto che avvenne durante l’occupazione nazifascista, e gli estremisti che decretarono la morte di un servitore dello Stato democratico negli anni della Repubblica postbellica. Una analogia fuorviante: una cosa sono i partigiani, un’altra i militanti invasati che, nell’Italia democratica, sparavano per uccidere. La questione Gentile meriterebbe un approfondimento. Non tutti i partigiani erano d’accordo sulla sua condanna a morte. Detto ciò, è innegabile che Gentile – pur dimostrando coraggio e coerenza – si schierò dalla parte di coloro che, alleatisi con Hitler e i suoi scherani, fucilavano senza batter ciglio antifascisti e renitenti alla leva, e si prodigavano affinché gli italiani di religione ebraica giungessero ad Auschwitz con la massima sollecitudine. Premesso che un processo ai gerarchi fascisti sul modello di quello tenutosi a Norimberga avrebbe fatto un gran bene agli italiani, mi domando: perché un filosofo fascista avrebbe il diritto di vivere, mentre si può troncare la vita a giovani contadini e operai colpevoli di non voler indossare la camicia nera? Nessuna persona dotata di raziocinio può equiparare la Repubblica Sociale con la Repubblica democratica nata dalla Resistenza. In linea di principio, la violenza partigiana era moralmente e politicamente legittima perché mirava alla liberazione dal nazifascismo.
Ecco la mia “contro recensione”. Il saggio di Ginzburg dovrebbe far parte della biblioteca di ogni liberalsocialista: in Italia è radicato il partito dei giudici, di coloro cioè che professano la fede nell’equilibrio dei tre poteri – legislativo, esecutivo, giudiziario – e al tempo stesso, perorano la causa dello squilibrio dei poteri, minando le fondamenta dello Spirito delle leggi di Montesquieu: alla Magistratura attribuiscono una funzione extra costituzionale, quella di tenere sotto tutela Parlamento e Governo, confinandoli in una condizione di minorità perenne.

Il partito dei giudici è “virtuale” (trattasi di un’alleanza invisibile dei giusti e dei puri) e “trasversale” (i giusti e i puri scalpitano sia a destra che a sinistra). I suoi adepti sono fanaticamente convinti che solo i primi due poteri, quello legislativo ed esecutivo, possano debordare dalle loro funzioni o, addirittura, deragliare fuori dai binari costituzionali. Il Parlamento e il Governo non sono forse composti da politici? Beh, allora hanno le carte in regola per trasformarsi nella sentina di ogni corruzione. I politici non ricorrono forse a ogni mezzo pur di garantirsi l’impunità intralciando il lavoro salvifico dei giudici? Solo il terzo potere, la Magistratura, è geneticamente indenne da vizi e storture. Essa è il faro delle liberaldemocrazie nonché garante di fatto del corretto funzionamento del sistema democratico. L’ipertrofia del potere giudiziario è necessario per la salute pubblica: ‘politica forte, nazione infetta; magistratura debordante, nazione sana’. Va da sé che i militanti di questo bizzarro partito propagandano un dogma: le sentenze sono scolpite nella pietra, è impossibile che siano politicizzate o manipolate. Ecco perché il legislatore, saggiamente, volle l’obbligatorietà dell’azione penale. In sintesi: i giudici, ricevuta la fiammella dello spirito Santo, agiscono come automi intelligenti in base alla deontologia professionale e all’interesse della nazione. Figuriamoci se compiono scelte discrezionali; non sia mia, poi, che sbagliano quando partoriscono sentenze ex cathedra in nome del popolo italiano. Codesti strani homo sapiens illuminati non appena indossano la toga dismettono i panni dello zoon politikon, con buona pace di Aristotele.
Nella declinazione più moderata, l’ideologia del partito dei giudici considera la Magistratura il potere democratico per eccellenza, il primus inter pares e, in quanto tale, presidio della Costituzione repubblicana, falange che difende lo spirito delle leggi con le unghie e con i denti dagli attacchi della politica inquinata e corruttrice. Qui i giudici svolgono una funzione difensiva. Nella versione più estrema, quella dei giustizialisti, la Magistratura non applica semplicemente le leggi votate dal Parlamento: è un potere rivoluzionario, benché (o forse proprio in ragione del fatto che) la sua legittimità non derivi dal voto popolare. I giudici sono giacobini in doppiopetto ai quali la nazione demanda una missione etica che si biforca in due direzioni: a) fornire l’interpretazione autentica delle norme, che è solo quella progressista; b) purificare Governo e Parlamento. Qui prevale l’interventismo aggressivo. Il contrario dello Stato di diritto, insomma. Questa concezione antigarantista non ha corrispettivi, in termini di popolarità, nelle altre democrazie europee. Che il giustizialismo abbia prodotto solo guasti e disastri l’abbiamo toccato con mano durante il golpe mediatico-giudiziario Mani Pulite. Gli effetti nefasti di quel golpe perdurano nel presente: il Parlamento, dopo anni di delegittimazione, è spesso sotto scacco; un avviso di garanzia che scocca al momento giusto, strombazzato come si deve, può troncare la carriera di un leader politico o assestare un colpo di maglio alla maggioranza politica determinata da libere consultazioni popolari, se quel leader è al governo.

La cosa assurda è che il partito dei giudici ha coriacei adepti in Parlamento, così avviene che alcuni rappresentanti del popolo abdichino in favore dei magistrati militanti. E così si infilano da soli il cappio nel collo. Più la politica si arrende ai procuratori d’assalto e alle loro sponde nei mass media, più si fa strada l’antipolitica: il popolo reclama un potere forte esterno in grado di sferzare o ridurre al lumicino un Parlamento imbelle e corrotto. Il capo Palamara ha tutta l’aria di essere l’equivalente di Tangentopoli. Prevedo però che non avrà un effetto valanga analogo sul sistema giudiziario, benché siano stati scoperchiati un bel po’ di sepolcri imbiancati. Una parte consistente della Magistratura è incardinata in un sistema di potere autoreferenziale e impermeabile ai controlli esterni: a quanto pare alcuni magistrati perseguono disegni politici, coltivano spregiudicatamente rapporti d’interesse con giornalisti e politici. Sarebbe questa l’indipendenza della magistratura agognata dai nostri patri Costituenti?
Ginzburg era amico di Sofri, ma non ha né scheletri nell’armadio né secondi fini come certi garantisti di comodo che hanno nidificato a destra. Egli mette a nudo incongruenze e devianze del giustizialismo dalla prospettiva della sinistra libertaria. Una cosa è l’uso politico della giustizia, ovvero la strumentalizzazione di indagini e sentenze per delegittimare l’avversario, attività in cui si esercitano anche molti politici (qui sono i politici che sbagliano). Altro è la politicità dell’azione inquirente e giudiziaria, cioè l’avvio di inchieste mirate, per colpire persone sgradite politicamente, o l’assoluzione preventiva per coloro che sono invece graditi (qui sono i magistrati a commettere l’abuso). Ecco i due punti essenziali:
1) Argomentando in maniera impeccabile le sue tesi, Ginzburg si sofferma sulla politicità del processo a Sofri: mette a nudo le contraddizioni e le illogicità tanto nelle deposizioni del teste (o ‘pentito’) Marino quanto nelle motivazioni della sentenza della Corte d’Assise di Milano. Emergono inquietanti analogie con i processi contro la stregoneria intentati secoli fa dall’Inquisizione, che Ginzburg conosce bene. Eccolo, il cuore del problema: il mito dell’infallibilità dei giudici, che deriva dalla loro missione salvifica. Sofri fu condannato per l’omicidio di Calabresi sulla base di un teorema: la chiamata di correità da parte di un ‘pentito’ equivale a una prova provata, anche se è zeppa di ambiguità e incoerenze – ma il grande giudice Giovanni Falcone, inviso a molti suoi colleghi quand’era in vita, non invitava forse a passare al setaccio le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia? È ovvio che, nell’accertare la verità processuale, si prendano le mosse da ipotesi di lavoro. Si tratta però di ipotesi logiche, e ben pensate? Questo dobbiamo chiederci. Un giudice onesto e bravo sceglie le ipotesi “dotate di un forte potere esplicativo”. Qualora i fatti non le supportino o le contraddicano, è suo dovere modificarle o abbandonarle. Se si impunta sulla colpevolezza dell’imputato per motivi ideologici o per imperizia, l’errore giudiziario è dietro l’angolo. Le ipotesi sono diventate teoremi e la condanna dell’imputato corrisponde al “come volevasi dimostrare” che ripetevamo sui banchi di scuola.

Lo storico che non accetta la propria fallibilità espone sé stesso al ridicolo e, se prende più di un granchio nel corso della sua carriera, verrà emarginato dalla comunità degli studiosi; la sua reputazione è appesa al corretto utilizzo della metodologia scientifica. I fatti/le fonti sono autentici/affidabili e ben analizzati? Pur ammettendo una pluralità di interpretazioni, lo studio è replicabile? Il magistrato che viene meno al suo dovere deontologico non rischia nulla, benché sbatta un innocente in galera o contribuisca a distruggerne l’immagine pubblica – in Italia abbiamo un circo mediatico-giudiziario molto attivo: per la stampa forcaiola un avviso di garanzia equivale a una sentenza di condanna extragiudiziale. La persecuzione giudiziaria è gradita solo se si abbatte come un fulmine sul leader politico della fazione avversa. Il giudice ha uno schermo protettivo che gli garantisce una sostanziale impunità: il consenso popolare: se è sistematicamente in sintonia con i giustizialisti, accresce enormemente il suo prestigio (così si spiegano tante carriere politiche di ex giudici…). Per governare, nel mondo d’oggi, non bastano i proverbiali panem et circenses. Ci vuole anche la gogna del potente di turno inviso alle folle. Panem, circensens et furcam.
2) Anche in uno Stato liberaldemocratico la magistratura può travalicare dalle sue funzioni. L’originalità, più che nella tesi, è nel modo di argomentarla. Attingendo alla sua vastissima cultura, Ginzburg ci spiega anzitutto cos’è la storiografia giudiziaria, una branca di studi pseudo-storici che ha lo stesso valore dei pettegolezzi da rotocalco. Già dopo la prima lezione di storia sapevamo che non si studia l’antica Roma enumerando i vizi e le depravazioni di re e imperatori, condottieri e senatori; l’impero romano mica crollò a causa del rammollirsi di quelli che erano stati cittadini-patrioti tutti d’un pezzo nonché nerboruti guerrieri, e del corrompersi dei costumi degli uomini di governo (ah com’era forte e sana la Roma dominata da morigerate figure pubbliche come Catone il Censore!) Attenzione, però: c’è una differenza abissale fra “la storiografia moralistica ispirata a un modello giudiziario” e la politicizzazione della magistratura. È solo quest’ultima che arreca un vulnus allo Stato di diritto. “Chi tenta di ridurre lo storico a giudice semplifica e impoverisce la conoscenza storiografica; ma chi tenta di ridurre il giudice a storico inquina irrimediabilmente l’esercizio della giustizia.” Non lo si ripeterà mai abbastanza: lo storico e il giudice hanno compiti e responsabilità diverse. Il pessimo storico danneggia sé stesso e non rende un servizio ai suoi studenti; il pessimo giudice distrugge la reputazione dell’imputato e mina altresì la fiducia dei cittadini nella magistratura.

Che il giudice politicizzato goda a salire in cattedra a guisa di uno storico “contemporaneista” – giudice-interprete-castigatore delle vicende italiane e dei suoi protagonisti –, lo si arguisce da varie dichiarazioni pubbliche dei giudici del pool di Mani Pulite. Il giudice politicizzato è il depositario della verità processuale e storica. Quindi vede come il fumo negli occhi i dibattiti che mettano in discussione il suo operato (= le critiche sono attentati all’indipendenza della magistratura). La sua visione è ideologica perché viene presentata come neutra, apolitica, coincidente cioè con la logica e l’opinione popolare. In una recente trasmissione di “Piazza Pulita” su La7, il magistrato Davigo ha affermato che la parola “giustizialista” è “priva di senso comune”. Dopo aver negato in tal modo l’evidenza, e cioè che esista un partito trasversale dei giudici, dice cose inquietanti per un garantista: “l’errore italiano, secondo me, è stato proprio quello di dire sempre aspettiamo le sentenze. Faccio un esempio pesante: se io invito a cena un mio vicino di casa, e lo vedo uscire di casa mia con l’argenteria nelle tasche, per invitarlo a cena non sono costretto ad aspettare la sentenza della Cassazione per non invitarlo di nuovo.” In questo sproloquio è evidente l’atteggiamento anti-intellettualistico (= io dico pane al pane e vino al vino, come l’uomo della strada, no?). Si tratta di una maschera, dietro cui si cela un fine ingegno manipolatore. Preferisco di gran lunga Carlo Ginzburg, il quale gioca a carte scoperte: il suo saggio è un modello di obiettività e di rigore. Dopo averlo letto, è impossibile schierarsi con il giudice che usurpa il ruolo dello storico strizzando l’occhio ai giustizialisti. Il caso Sofri è “un caso di giustizia vilipesa” che ci insegna molte cose. Studiandolo, “i cittadini potranno farsi un’idea del funzionamento concreto della giustizia. La democrazia, se non sbaglio, si esercita anche così.” Parole sacrosante, professore.

 

Edoardo Crisafulli

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