giovedì, 9 Luglio, 2020

Walter Tobagi, tra i pochi veri eroi della nostra storia civile

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Quarant’anni fa – lo ricordo come ora, mi trovavo, quando giunse la notizia, coi colleghi della Federazione Giovanile Socialista nella sezione del PSI di Via Terni, a Roma Tuscolano – veniva ucciso, dai terroristi rossi della “Brigata XXVIII Marzo” (vari dei quali, tra cui lo stesso leader del gruppo, Marco Barbone, provenienti dagli ambienti della “Milano bene”, da famiglie con tanto di cameriere di colore in casa!), Walter Tobagi, giornalista già redattore dell’ “Avanti!” , poi passato all'”Avvenire” e, dal ’72, al “Corriere della sera”.

Un giovane professionista dell’informazione, umbro di origine e trapiantato a Milano, divenuto poi anche docente universitario, che era esordito a 19 anni, nel 1966, sulle pagine de “La zanzara”: il giornalino scolastico dello storico liceo milanese “Parini” che aveva sollevato scandalo, pubblicando, nell’Italia controriformista e ipocritamente bigotta di allora, pur giunta ormai alla vigilia del ’68, un questionario sulle abitudini sessuali dei ragazzi della scuola, una sorta di “Rapporto Kinsey” in sedicesimo.

Tobagi ha pagato con la vita il suo impegno per un giornalismo di sinistra democratica che non avesse paura di ficcare il naso negli scandali e negli armadi maleodoranti – di puzza filoterroristica e stalinista – della stessa sinistra, politica e sindacale.

Era stato uno dei primi a capire la natura profondamente reazionaria, leninian-staliniana, del terrorismo rosso. Nel libro “Vivere e morire da giudice a Milano”, Walter aveva raccontato la storia di Emilio Alessandrini , Sostituto procuratore della Repubblica, assassinato a 36 anni, nel 1979, da Prima Linea in un agguato: un magistrato particolarmente distintosi nelle indagini sui gruppi estremisti di destra e, successivamente, su quelli terroristi di sinistra. Aveva osservato, inoltre, che i terroristi – proprio come già nella Russia zarista e, in quegli stessi anni ‘70, nella Germania Ovest percorsa dagli estremisti della RAF – prendevano di mira soprattutto i riformisti: condividendo il giudizio che lo stesso Alessandrini aveva espresso, tempo prima, in un’intervista all’Avanti! («Non è un caso che le azioni dei brigatisti siano rivolte non tanto a uomini di destra, ma ai progressisti. Il loro obiettivo è intuibilissimo: arrivare allo scontro nel più breve tempo possibile, togliendo di mezzo quel cuscinetto riformista che, in qualche misura, garantisce la sopravvivenza di questo tipo di società»).

Un giudizio, questo, che doveva trovare una tragica conferma proprio con l’ uccisione di Tobagi. “Ma è singolare – osserva Nicola Lo Foco, giornalista specializzato in storia del terrorismo – che mentre Marco Barbone. leader di un gruppo nato proprio per vendicare i morti dell’irruzione antiterrorismo di marzo 1980 nel covo br genovese di Via Fracchia, uccise Tobagi, a maggio successivo, pensando anche di accattivarsi, così, il favore dei brigatisti rossi, il leader BR Mario Moretti, che aveva percepito – pur dal suo punto di vista – l’acutezza delle analisi di Walter, prese le distanze dal delitto”.

Negli ultimi articoli, Tobagi si era occupato anche del fenomeno del pentitismo, allora agli esordi (primissimo caso, prima ancora di Patrizio Peci, quello, a fine ’78. di Carlo Fioroni, già militante nei GAP di Feltrinelli e in Potere Operaio, poi “grande accusatore” di Toni Negri). Tobagi intensificò le analisi su certe realtà urbane a Milano, a Genova, a Torino (negli articoli «Come e perché un ‘laboratorio del terrorismo’ si è trapiantato nel vecchio borgo del Ticinese», «Vogliono i morti per sembrare vivi», «Bilancio di 10 miliardi all’anno per mille esecutori clandestini», ecc.). Sino ad uno dei suoi ultimi articoli sul terrorismo, testo ripubblicato molte volte perché considerato uno dei più significativi sin dal titolo: «Non sono samurai invincibili».

Walter sfatò, infine, tanti miti e luoghi comuni sulle BR e gli altri gruppi armati: denunciando, ancora una volta, i pericoli di un radicamento del fenomeno terroristico nelle fabbriche e negli altri luoghi di lavoro, massmedia compresi (erano, quelli, gli anni, ben noti, dell’“Eskimo in redazione”)
Onore a Tobagi (alla cui memoria sono state dedicate vie in tutta Italia, e la cui figura è stata ricordata, oltre che in vari speciali tv d’approfondimento, anche nel film del 1990 “Una fredda mattina di maggio”, di Vittorio Sindoni, con Sergio Castellitto protagonista, peraltro circolato pochissimo).

Così come, del resto, al commissario Luigi Calabresi, all’anarchico Pinelli, ai morti di Piazza Fontana (dicembre 1969) e della bomba alla Questura ambrosiana (tarda primavera del ’73): ai tanti morti della storia civile (o meglio, incivile) di un’Italia e di una città che, con nostra troppo colpevole dimenticanza, ben prima della “Milano del coronavirus” e della “Milano da bere” (col “Pio Istituto Trivulzio” in ambedue i casi, al centro della vicenda), era stata purtroppo, a lungo, una delle “piazze” del terrorismo, delle stragi e di trame incredibili, a tutt’oggi ancora lungi dall’essere dipanate in tutti i loro malefici fili.

 

Fabrizio Federici

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