domenica, 23 Febbraio, 2020

Ora discussione seria sulla prima Repubblica

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Il Ventesimo anniversario della morte di Bettino Craxi sembra stia diventando una buona occasione di discussione pubblica, oltreché sulla sua figura, sulla storia della Prima Repubblica e sulla sua drammatica conclusione.
Quella dal dopoguerra fino ai primi Anni Novanta è stata una fase storica di grande sviluppo economico e sociale che non può essere derubricata ad una “storia di malfattori”, una fase in cui il ruolo dei partiti e dei corpi intermedi è stato fondamentale. Nel corso del Novecento i grandi partiti di massa non sono stati infatti solo strumenti di lotta politica, ma anche luoghi di socializzazione e di formazione culturale e politica e quindi di selezione della classe dirigente a tutti i livelli, dai Comuni alle Provincie, dalle Regioni allo Stato, dai Sindacati alle Cooperative, strumenti di partecipazione democratica che, per il loro funzionamento, necessitavano inevitabilmente di rilevanti risorse finanziarie.

Nei primi anni Novanta anziché affrontare politicamente il tema del finanziamento della politica si è delegittimato alla radice il sistema esistente e quindi anche il ruolo positivo che i partiti di massa – gli artefici della Costituzione – avevano avuto nell’Italia repubblicana.
L’esistenza del finanziamento illecito era largamente conosciuta ed accettata. I partiti presentavano ogni anno i loro bilanci, palesemente falsi, alla Presidenza della Camera, che gli avvallava senza muovere la minima obiezione.
Craxi fu l’unico a cercare una soluzione politica a quello che restava (e resta) un problema politico.

Affermò infatti il 3 luglio ’92 in un celebre intervento alla Camera: “I partiti hanno ricorso e ricorrono all’uso di risorse aggiuntive in forma irregolare od illegale. (…) Non credo ci sia nessuno in quest’Aula, responsabile politico di organizzazioni importanti, che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro.”
Ma nessuno si alzò, nessuno ebbe il coraggio di aggiungere una parola al discorso di Craxi. Il PCI-PDS preferì cavalcare la “tigre giustizialista” e non accettare la proposta di Unità socialista di Craxi, anche se Craxi era stato determinante per l’accettazione del PDS nell’Internazionale socialista.

Ricorda il professor Massimo Teodori in “Storia dei laici”: “La bufera di Tangentopoli travolse nei primi anni novanta l’intero sistema politico, in particolare i partiti laici e socialisti. Fu presto evidente che l’intera dirigenza laica era stata annientata, a cominciare dal gruppo socialista che, con Craxi, aveva tentato di allargare il cuneo riformatore tra la balena democristiana e il colosso comunista. Forse, fu proprio questa la ragione per cui l’alleanza giacobina-giustizialista tra le correnti “democratiche” della Magistratura e i settori illiberali del Partito Comunista si accanì sugli esponenti socialisti che, certo, erano portatori di vizi partitocratrici, ma non più gravi di quelli delle altre forze politiche, comunisti compresi. Con l’annientamento dei socialisti svanì anche l’ultimo, e più consistente, tentativo di dare alla democrazia italiana una forza riformatrice di indirizzo europeo, non subordinata ai democristiani e ai comunisti.”
Paradossalmente la caduta del regime sovietico non ha provocato infatti l’avvio di un processo di riforma del nostro sistema politico e di costituzione, per quanto riguarda il campo del centrosinistra, di un grande partito riformista, ma venne aperta una stagione giustizialista e di “delegittimazione della politica”, a cui contribuirono anche i comunisti italiani ritenendo che quella fosse l’unica strada per poter sopravvivere alla distruzione dei partiti dell’Italia democratica.

Hanno pertanto cavalcato la polemica “antipartitocratica” dimenticando come ovunque i partiti più “pesanti” siano stati quelli di sinistra, i quali hanno tratto dall’organizzazione parte della propria forza. La delegittimazione moralistica della politica ha contribuito a disarticolare il nostro sistema sociale e a privare i cittadini di strumenti di confronto e partecipazione e di luoghi dove condividere le proprie aspettative e paure. È inevitabile che i “tempi nuovi” richiedano forze politiche e sociali rinnovate, come è accaduto negli altri paesi europei, ma l’azzeramento radicale di un sistema che aveva garantito irripetibili risultati anche sul piano economico e sociale ha contribuito alla crisi del nostro Paese e al depauperamento della vita pubblica.

Una discussione serena sulla storia recente del nostro Paese è uno dei presupposti per invertire la fase di crisi in cui siamo immersi. L’auspicio è quindi quello che il dibattito di questi giorni possa essere a ciò utile.

Lorenzo Passerini

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