sabato, 16 Febbraio, 2019

Orban e la memoria di Nagy, eroe dell’Ungheria

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Sono da poco le cinque del mattino. Il Danubio scorre lento come da secoli dividendo, o unendo, Buda e Pest. Il bellissimo parlamento, concepito nell’Ottocento per sottolineare l’indipendenza finalmente raggiunta degli ungheresi all’interno dell’impero austro-ungarico, si inchina e riflette nelle acque celebrate da Strauss.

Ma alle sue spalle, mentre l’alba sopraggiunge, il governo populista di Viktor Orban fa rimuovere la statua di Imre Nagy, eroe della rivolta ungherese del 1956 ed impiccato due anni dopo.

Da tempo la propaganda del partito di governo aveva avvisato che “ultimati i lavori di rifacimento della piazza del Parlamento verrà inaugurato una stata in memoria delle vittime del terrore rosso. Così la piaga delle statue comuniste sarà sanata per sempre”. Queste almeno le parole di Laszlo Kover, presidente del parlamento e braccio destro di Orban.

Le vicende personali di Nagy si intrecciano, indissolubili, alle tragedie del Novecento. Sconfitto nella prima guerra mondiale in quanto soldato dell’impero austro-ungherese viene fatto prigioniero dai russi ed incarcerato. Partecipa attivamente alla rivoluzione d’ottobre e ritorna in patria, per poi lasciarla di nuovo qualche anno più tardi in seguito alla presa del potere a Budapest di Miklos Horty e l’instaurazione di un regime di destra che collaborò con i nazisti durante la seconda guerra mondiale.

Tornato a Budapest dopo il 1945 Nagy si fece conoscere come un dirigente progressista e moderato, arrivando al potere solo dopo la morte di Stalin per poi essere escluso dai duri del partito nel 1955.

Nelle strade di Budapest si riversarono, quindi, milioni di operai che aspiravano ad un socialismo “con la faccia più umana” e democratico, capace di chiudere per sempre con gli orrori dell’epoca staliniana. Nagy sembrava essere, in quelle circostanze, l’unica via d’uscita politica all’impasse che si era creata.

Il resto è noto. Dopo alcuni giorni di esitazione, il leader del Cremlino Nikita Khrusciov decise di invadere l’Ungheria, pungolato in quel senso anche dal segretario del Pci Palmiro Togliatti. Di fronte ai movimenti di truppe dell’Armata Rossa, Nagy dichiarò la neutralità del suo Paese, ma nessuno in Occidente aveva intenzione di prestargli aiuto. Quando i carri armati entrarono a Budapest, il 4 novembre 1956, stroncando la rivoluzione nel sangue, il primo ministro si rifugiò nell’ambasciata jugoslava con alcuni suoi collaboratori e ne uscì 18 giorni dopo: gli avevano promesso un salvacondotto, ma fu arrestato dai sovietici e portato con gli altri in Romania. Un anno e mezzo dopo a Budapest si tenne un processo farsa. Nagy, condannato a morte venne impiccato il 16 giugno 1958 con altri «controrivoluzionari».

Dopo aver ascoltato la sentenza, si disse sicuro che il popolo ungherese e il movimento internazionale dei lavoratori lo avrebbero riabilitato. E aveva ragione.

Ciò che non poteva tuttavia immaginare è che mezzo secolo più tardi gli esponenti del governo nazionalista di Orban lo avrebbero definito come “uno dei peggiori comunisti”.

Il paradosso forse più curioso – o tragico a seconda dei punti di vista- è che la carriera del nuovo padrone dell’Ungheria, Viktor Orban, iniziò nel 1989 con un memorabile discorso proprio sulla tomba di Nagy, esaltandone le gesta come simbolo dell’inizio del percorso democratico che l’Ungheria intraprendeva con la caduta del muro di Berlino.

Quella stessa democrazia che il primo ministro sta limitando ed erodendo passo dopo passo.

Al posto della statua sarà ricostruito un monumento dell’epoca antecedente alla Seconda guerra mondiale consacrato alle vittime del ‘terrore rosso’ del 1919. Negli anni scorsi, sempre nella piazza antistante il Parlamento, è stato eretto un monumento a Istvan Tisza, premier durante la I guerra mondiale persa dall’Ungheria: un conservatore di ferro al quale Orban dice di ispirarsi. Mentre la statua di Mihaly Karolyi, primo presidente della Repubblica democratica ungherese del 1918, è stata spostata.

Orban, così come Kaczynski in Polonia, sta lentamente cercando di riscrivere la storia dell’Ungheria, ridisegnando l’identità del popolo magiaro. Perché, è noto, la Storia non è altro se non lo specchio in cui si riflette il viso e l’anima di un popolo. Questa è la ragione per la quale i nazionalismi di estrema destra che stanno sorgendo in Europa investono molte risorse e sforzi nel cambiare lo story telling del recente passato.

Diego Audero

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