martedì, 29 Settembre, 2020

Ordinario antisemitismo

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Quello di domenica scorsa è l’ultimo (ad oggi possiamo solo sperare che lo sia davvero) ordinario episodio di manifestazione di razzismo e antisemitismo negli stadi italiani ad opera di gruppi che si annidano nel tifo organizzato delle curve.

A primeggiare nell’indecente ranking di belluina adesione e sostegno a sentimenti nutriti di odio razziale e ignoranza crassa è da oltre quarant’ anni la tifoseria  e, come vedremo, non solo) della Società Sportiva Lazio, non in perfetta solitudine ma anzi con svariati emuli in giro per il Bel Paese.

Basti pensare al caso del giocatore israeliano Ronnie Rosenthal alle cui prestazioni l’Udinese, correva l’anno 1989, rinunciò adducendo problemi fisici del giocatore. In realtà in quei giorni i muri della città di Udine furono imbrattati da scritte in cui si intimava alla società di non ingaggiare un ebreo.

Giusto per ricordarlo, del caso si occuparono in sede politica solo alcuni deputati del Psi che presentarono un’ interrogazione parlamentare.

Successivamente la società friulana fu condannata dalla Magistratura ordinaria per atteggiamento discriminatorio.

La casistica che riguarda la Lazio è purtroppo molto più ricca e non riguarda solo, come si usa ipocritamente sostenere nel farisaico gergo adottato da molti commentatori, “frange della tifoseria”.

Nel 1974 anche le pietre sapevano che all’interno dello spogliatoio della Lazio campione d’Italia, i neofascisti erano presenti in forze, al punto che, negli anni successivi, uno dei giocatori fu eletto più di una volta deputato del Msi.

Quanto alla tifoseria ha spesso dato prova di che pasta è fatta: nel 1992 al giocatore olandese, originario del Suriname, Aaron Winter i tifosi laziali riservarono un accoglienza memorabile: dopo pochi giorni dal suo arrivo nella capitale, apparve fuori dal centro d’allenamento della Lazio una scritta a caratteri cubitali : “Winter raus!”. Il giocatore era sgradito perché di colore e perché, forse a causa del suo nome, avrebbe potuto avere origine ebraiche.

Non basta: Paolo Di Canio, negli anni 90 celebrata bandiera della squadra biancoceleste, per abitudine, dopo un gol segnato correva sotto la curva laziale esibendosi nel saluto romano. Altre volte, lo esibiva provocatoriamente anche contro curve di tifoserie che considerava nemiche (ad esempio quella del Livorno) e, comunque si diceva “orgoglioso di essere fascista”.

Nel corso degli anni la società, e i presidenti che, dagli anni settanta od oggi, si sono succeduti ai vertici, non hanno mai assunto un chiaro atteggiamento di condanna di simili episodi né di censura verso i protagonisti e i fans della curva che hanno seguitato a intonare ululati e cori razzisti rivolti contro i giocatori neri di altre squadre.

Quanto alla FIGC è sempre intervenuta con provvedimenti alla camomilla.

Squalifiche del campo e cosette del genere.

Domenica scorsa si è raggiunto il massimo dell’ipocrisia: a fronte della sanzione comminata per il solito motivo (cori razzisti) alla curva laziale, ovvero il divieto agli ultras di assistere alla partita dalla curva, la società ha avuto la bella pensata di aggirare il divieto, dirottando, per la modica somma di € 1,00 ciascuno, i gentiluomini nella curva opposta, solitamente occupata della tifoseria romanista.

Galantuomini tra cui, non è improprio pensarlo, ci sarà stato pure il leader di Rivolta Nazionale, un tal Simone Crescenzi che ieri ha annunciato che il 28 ottobre intende scendere in piazza con le bandiere con la svastica nazista a ricordo della marcia su Roma.

Quale migliore occasione per dare fondo alla oscena fantasia antisemita? Ecco dunque apparire l’immagine di Anna Frank (non è necessario raccontare la sua drammatica vicenda uguale a quella dei 5 milioni di ebrei della shoah, molti dei quali romani) vestita con i colori della Roma.

Già, perché secondo il turpe pensiero di costoro, il peggior insulto che si possa riservare agli odiati cugini, è “ebreo” o in subordine “negro”.

La Società Sportiva Lazio ha diramato ieri un comunicato che avrebbe fatto meglio a risparmiarsi poiché si legge la solita ipocrita condanna in cui si parla, neanche a dirlo, di “un gruppo ristrettissimo di persone” responsabile di quanto accaduto.

Occorre invece dire con chiarezza che Società Sportiva Lazio ha contravvenuto furbescamente ad un provvedimento dalla Federazione che inibiva l’ingresso allo stadio alla tifoseria organizzata della curva ed dunque, essendo responsabile dell’accaduto, deve ora sopportarne le conseguenze.

Il conto stavolta dev’essere salato non fosse altro perché siamo in presenza di una sostanziale e recidiva indulgenza.

Dispiace perché sotto il profilo calcistico la squadra è una delle migliori, ha ottimi giocatori, alcuni dei quali fanno parte della Nazionale, forse il miglior allenatore dell’ultima generazione ma la punizione è auspicabile che sia esemplare.

Per dirla in parole chiare l’unico modo per punire la società di calcio Lazio è infliggerle una pesante penalizzazione in classifica, una multa pecuniaria adeguata, e vietare per l’intera stagione l’uso dello Stadio Olimpico, dirottando la squadra per le partite casalinghe in stadi il più lontano possibile da Roma, ingiungendo alla società di rifondere per intero agli abbonati ai vari settori dello stadio, privati dello spettacolo per cui hanno pagato salate tariffe.

Insomma una sanzione esemplare che serva da monito ad un mondo in cui sembra valere unicamente il business a scapito dei valori di quel che resta ancora lo sport più popolare al mondo.

Emanuele Pecheux

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Riguardo l'Autore

Mauro Del Bue

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