domenica, 18 Agosto, 2019

Ottantasei anni,
ma non li dimostra

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Qualche giorno fa, l’ottantaseiesimo anniversario della Conciliazione. E, settimana più settimana meno, il trentesimo anniversario del nuovo Concordato. Per i politici e gli opinionisti di oggi – come per i cultori della nostra memoria storica – l’occasione non dico per polemizzare ma per riflettere su “ciò che è vivo e ciò che è morto”. Per la verità, non si è avuto nulla di tutto questo; in coerenza con un silenzio tombale che dura da anni, che dico da decenni. Perché questo silenzio? Perché il tema è talmente delicato da rimanere tabù? Oppure perché è diventato talmente irrilevante al punto di poter essere tranquillamente accantonato?

Chi scrive propende decisamente per la seconda ipotesi. Pensa cioè che il Concordato, nato come strumento formale per regolare i rapporti tra due poteri tra loro potenzialmente estranei e ostili, sia diventato, con il volgere del tempo, sostanzialmente obsoleto. Ma che, nel contempo, sia diventato, nello stesso arco di tempo, con il venir meno dell’estraneità e dell’ostilità, il simbolo indiscusso di una collaborazione diventata concretamente necessaria.

Ed è dunque questo percorso che dobbiamo tentare di descrivere, con le sue luci e le sue ombre e con le sue contraddizioni irrisolte. “Percorso”; anzi “percorsi”, quelli dello Stato e quello della Chiesa, tra loro del tutto distinti e indipendenti. Percorsi in cui, almeno sinora, la capacità di aggiornamento al di là del Tevere è, in tutti i sensi superiore.

A chiudere la questione, definendola nei suoi aspetti essenziali, sarebbe stato De Gasperi, nel suo intervento alla Costituente sull’art.7. Recepire, dandogli dignità costituzionale, gli accordi siglati tra Chiesa e fascismo era, a suo modo di vedere, essenziale per il futuro della stessa democrazia italiana. Questa, per consolidarsi, aveva infatti bisogno della “pace religiosa”. Nel senso di “pace con la religione”; leggi del riconoscimento pieno da parte dello Stato del ruolo pubblico o, più esattamente, della assoluta centralità della Chiesa cattolica nella vita pubblica italiana.

Con ciò si chiudeva una partita. E se ne apriva un’altra. Si chiudeva, ebbene sì, la partita dello stato laico. Di quello stato che, nel definire i criteri e gli orizzonti del suo agire, tende a relegare la religione nella sfera del privato. Era ed è il modello francese, con la drammatica cesura del regime di Vichy (all’insegna di “Dio, patria, famiglia”). Un modello che l’Italia liberale (nata contro la Chiesa e per responsabilità di quest’ultima) aveva voluto imitare; per poi consegnarsi al fascismo per la sua incapacità di misurarsi, insieme, con il cattolicesimo politico e con il socialismo. Da allora in poi, il laicismo italiano avrebbe dovuto innalzare la bandiera non del rapporto stato/chiesa ma della difesa della libertà individuale rispetto all’uno e all’altra; ma è stato del tutto impari rispetto a questo compito.

La partita che si apriva era invece quella del rapporto tra i due poteri. Negli anni del dopoguerra molti temevano la clericalizzazione autoritaria dello stato e della società, modello Salazar. Quello che abbiamo avuto è stato, all’inverso, la socializzazione democratica della Chiesa. Per dirla in estrema sintesi, quest’ultima (prima attraverso la mediazione del partito cattolico e poi direttamente) non ha eretto barricate a difesa della religione contro l’avanzata del secolarismo; optando, piuttosto, per la sua penetrazione nella società (attraverso il partito cattolico e poi direttamente) così da rimodellarla secondo i suoi principi e i suoi valori; e in una logica del tutto temporale. Se l’Italia è quella che è – con una maggioranza di proprietari, con il suo sistema di welfare, con l’assistenzialismo, con la sua politica estera – è perché quella linea ha avuto successo.

Un successo che però ha effetti collaterali importanti, e non positivi, nell’altro campo. Parliamo di uno Stato e di un mondo politico che, già in deliquescenza di suo, delega di fatto al mondo cattolico la gestione di questioni centrali come quella dell’immigrazione; e che ha sempre più bisogno della Chiesa come portatrice di messaggi e di valori che esso stesso non è più in grado di concepire e di trasmettere. E parliamo anche di un rapporto, del tutto mondano, tra i due poteri, basato sullo scambio, del tutto improprio, tra sostegno politico e garanzia della “roba”. Un rapporto che assume talvolta il carattere di vera e propria complicità, condita da insopportabile ipocrisia: vedi l’epoca di Ruini e di Berlusconi.

Ora la difesa della “roba”poteva essere giustificata – nell’ottica di chi la praticava – in nome della centralità della Curia e dello spazio italiani; oppure come sostegno (ex malo bonum) alla strategia universale del Papato. Oggi non più: dopo il messaggio di papa Francesco siamo alla pura e semplice difesa del privilegio e del malaffare; logica la fortissima opposizione dell’apparato di potere clericale; stupefacente, ma ahimè comprensibile, la totale passività dei governi italiani.

Alberto Benzoni 

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