sabato, 21 Settembre, 2019

Palestina, anche l’Ue
voterà per il riconoscimento

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Palestina-riconoscimento-EuropaNell’eterno conflitto israelo-palestinese tenta di far da paciere l’Unione Europea, dunque lì dove hanno fallito i tentativi di mediare da parte del segretario di Stato americano, John Kerry, prova a fare uno sforzo l’Europa, iniziando con il riconoscimento dello Stato della Palestina.

Il 18 dicembre, infatti, il Parlamento Europeo voterà una risoluzione a favore del riconoscimento dello Stato della Palestina, con questo voto il PE seguirà l’esempio di altri Parlamenti dell’Unione europea. In questo modo si potrebbe trattare una soluzione di dialogo per la pace e soprattutto per la fine delle occupazioni in Cisgiordania da parte di Israele.

In questo senso la scorsa settimana era stato reso noto un appello proposto dagli scrittori Amos Oz, David Grossman e Abraham Yeoshua, firmato da altri 878 concittadini, tra cui anche il premio Nobel Daniel Kahneman, per invitare i governi europei a riconoscere lo Stato di Palestina.

L’appello, accompagnato da una lettera, è stata inviato al Parlamento irlandese prima del voto di mercoledì su una mozione, non vincolante, che aveva già avuto il sì dalla Camera alta, a favore di uno Stato palestinese, al Parlamento danese, a quello belga e al Parlamento europeo, anch’essi in procinto di votare mozione analoghe nel corso di questo mese. I Parlamenti di Gran Bretagna, Spagna, Francia hanno già approvato mozioni che propongono il riconoscimento dello Stato di Palestina, mentre fino a oggi solo il governo svedese lo ha formalmente fatto.

Trainanti del riconoscimento palestinese sono stati soprattutto i socialisti europei: il capogruppo S&D, Gianni Pittella, ieri ha formalmente firmato con Nabil Shaath, responsabile delle relazioni internazionali, il rinnovo dell’accordo di collaborazione con Fatah, il partito del presidente Abu Mazen, siglato per la prima volta nel 2010 da Martin Schulz. Accordo analogo, ha spiegato Pittella, i socialisti cercheranno di chiuderlo con il Labour israeliano, considerato unica possibile opposizione alla destra di Benjamin Netanyahu in vista delle elezioni.

Il tema del riconoscimento e della questione mediorientale sarà anche oggetto dell’incontro della prossima Internazionale Socialista che si terrà a Ginevra, nella sede delle Nazioni Unite, domani e dopodomani. All’ordine del giorno dell’organizzazione storica dei partiti socialisti e socialdemocratici, i temi della pace e della sicurezza. Al consiglio generale parteciperà una delegazione del PSI composta dai parlamentari Marco Di Lello e Pia Locatelli e dal responsabile per le relazioni con la IS, Luca Cefisi e in vista dell’incontro di Ginevra, Locatelli e Cefisi hanno incontrato a Roma ieri (mercoledì 10 dicembre) l’ambasciatrice palestinese Mali Alkaila, rappresentante in Italia del governo palestinese di Fatah, partito membro della Is, per discutere della mozione promossa dalla deputata Psi alla Camera per il riconoscimento dello Stato palestinese da parte dell’Italia.

Il riconoscimento dello Stato palestinese, anche se solo formale e non vincolante per gli Stati membri, sembra ormai un dato di fatto, tanto che il segretario di Stato americano John Kerry domenica a Roma incontrerà il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, al centro dell’incontro i progetti di risoluzione Onu per rilanciare i negoziati di pace con i palestinesi. Inoltre fonti diplomatiche rivelano che entro l’anno, o al massimo a gennaio, potrebbe essere sottoposta al voto del Consiglio di sicurezza la bozza di risoluzione palestinese che chiede la fine dell’occupazione israeliana in Cisgiordania entro il 2016.

Il Governo di Nietanyauh è quindi sempre più alle strette e si ritrova in una situazione anche di opposizione interna, molti israeliani contestano infatti le politiche di occupazione e di sicurezza che stanno portando solo all’inasprimento del conflitto. Tanto che un ong israeliana “Zochrot” è intenzionata a convocare una “Commissione Verità sul 1948”, scopo della commissione, in preparazione da due anni, è di redigere un “rapporto finale” con delle “raccomandazioni” al governo israeliano al fine di “creare un modello di risoluzione per futuri conflitti”. Insomma ripetere lo stesso modello di riappacificazione avvenuto in Sudafrica fra bianchi e neri dopo la fine del regime dell’Apartheid, intervistando ex soldati israeliani, che negli anni della della fondazione di Israele avevano 18-19 anni, e palestinesi che lasciarono i villaggi ed ora risiedono fuori da Israele.

L’intervento di mediazione europea, in questo momento storico, è la soluzione più appropriata, specie dopo l’escalation di violenze tra esercito e palestinesi di questi giorni che hanno provocato la morte di un ministro palestinese, Ziad Abu Ein.
Certamente il riconoscimento non porterà alla fine delle occupazioni, ma un voto a favore delle aspirazioni nazionali palestinesi sarebbe un appoggio all’impegno del Presidente Abbas per una soluzione diplomatica, in un momento in cui il 44% dei palestinesi crede che il confronto armato sia il mezzo più efficace per costruire uno Stato, gli europei in questo modo potrebbero mostrare ai palestinesi che esiste un’alternativa politica alla “resistenza armata” per promuovere i propri diritti.

Maria Teresa Olivieri

La notizia sul Jerusalem Post

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