martedì, 12 Novembre, 2019

Paolo Sofia e l’albero di more. Il canto del riscatto tradito del sud

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Paolo Sofia è un cantore raffinato, la sua adesione alla sua terra d’origine ha prodotto l’album “L’Abero di More” ispirato al romanzo di Gioacchino Criaco “La maligredi”. E’ il canto di una Calabria del ‘novecento, un canto intenso di una storia di formazione e di un’educazione sentimentale e civile. Un romanzo in musica. L’impianto narrativo si percepisce attraverso le nove canzoni che possono essere ascoltate come nove capitoli del romanzo a cui si ispirano. Il suono folk è estremamente curato e suonato da mani sapienti che danno vita a una sensazione da “neorealismo” puro. Storie di sfruttamento, di fatica, di emigrazione e poi di presa di coscienza dei diritti sociali e voglia di riscatto e di emancipazione. Crescendo si impara, sbagliando si cresce, e da adolescenti di diventa adulti in fretta in mezzo a dolori, sogni e inevitabili disillusioni. La magia del sound che avvolge “L’Albero di More” si avvale di una strumentazione tipicamente mediterranea , calabrese e non solo. E’ un suond che vuole essere il suono di tutti i sud che esistono. Ovunque c’è fame e bisogno di diritti e lavoro lì ci sarà sempre un cantore con una chitarra battente o un bouzuki capace di trasformare il dolore in canto.
Particolarmente toccanti sono i momenti in cui il dialetto cantato incrocia il narratore in lingua. E dal disco si torna al romanzo e diventa una scena filmica. Quasi una sceneggiatura. Un’emozione forte che colpisce con tutti i colori di una sapiente tavolozza. “Noi non vogliamo padroni. I diritti ci toccano senza che li chiediamo per favore. Ci devono portare le strade, la stazione, lavoro ci devono portare, qui a casa nostra. E’ tempo di indossare camice nuove, di sfidare chi ci comanda fino a riprenderci i nostri giorni. Questo mondo ci appartiene come la piazza. La nostra gente non ha mai voluto Re….”. Questo è il recitato tratto dal brano “A lupa” magistralmente interpretato dalla voce di Fabrizio Ferracane. E Poi “U trenu”…ecco che il ritorno degli emigranti porta con sé la consapevolezza di un mondo dove esiste il riscatto. “Passa lu trenu, lu trenu….dal finestrino spuntò un ragazzo…occhi di cielo d’aprile era Papula.” Quasì echi di De Andrè… già celebrato da Sofia coi i QuartAumentata. “E Nino corre tra i borghi…un bastone , una ruota di bici è quello che ha. Grida sono Gimondi e mio fratello si chiama Merks….” E via, via si dipana la storia del romanzo e i personaggi prendono forma consistente con i loro corpi, le loro voci, i loro sentimenti. Lungo la narrazione musicata si palpano finalmente i sogni e le speranze. Allora un futuro diverso è possibile? Ma il disincanto incombe, e come in un “buildungsroman” che si rispetti è proprio il duro scontro con il male che ti spinge a crescere. Quando sembra che ce l’hai fatta, quando stai per toccare con mano i tuoi sogni arriva implacabile l’amara verità….”L’Aspromonte non ha parole, vede figli andare altrove, ognuno che parte colpisce e orgnuno che parte tradisce…l’Aspromonte non ha parole, è una madre che indossa solo un colore…l’Aspromonte è l’alba crudele, toglie la vista al cuore.” E a chiudere “Fuori c’è solo tempesta” con la voce narrante dello stesso Gioacchino Criaco, autore del romanzo.
Opera musicale incredibilmente sofisticata perché pura. Perché vera. Autentica. Come autentici i suoni e la scelta degli arrangiamenti a cura dello stesso Paolo Sofia e di Mujura. In un’epoca di post-verità quest’opera arriva come ossigeno a rinfrancare, anche se con un retrogusto agrodolce, le nostre menti e i nostri cuori.

MASSIMO RICCIUTI

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