domenica, 25 Ottobre, 2020

Paolo Treves, dovunque e sempre col socialismo democratico

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Nacque a Milano il 27 luglio 1908 in una famiglia di tradizioni progressiste: il padre, Claudio, in particolare, era uno dei maggiori rappresentanti del movimento socialista, compagno di fede di Turati, Prampolini, ecc. Educato fin dall’infanzia alla scuola del socialismo, aderì senza riserve al movimento dei lavoratori, ma fu soprattutto all’indomani della Grande guerra, assistendo all’affermazione del fascismo e della reazione che si sentì spinto a un più concreto e coerente impegno per il socialismo e la libertà. Nel 1926 il padre, come Turati e altri antifascisti, espatriò in Francia. Rimasto coi familiari in Italia, Paolo visse per qualche tempo a Torino, dove  frequentò i corsi  di giurisprudenza presso la locale Università e dove si laureò nel 1929 con una tesi sul pensiero di Tommaso Campanella discussa col prof. Gioele Solari.

 

Avvicinatosi al movimento di Giustizia e Libertà,  venne  arrestato e  tenuto assieme ad alcuni studenti nel carcere del capoluogo piemontese. Nel 1937 tornò a Milano, dove riprese gli studi. Ostacolato per le sue idee nel tentativo di conseguire la libera docenza  in storia delle dottrine politiche, proseguì negli studi e nelle ricerche, che diedero validi contenuti a diversi suoi saggi. Nel 1938 per sottrarsi alle leggi razziali, approfittando dell’assegnazione di una borsa di studio presso l’università di Cambridge si trasferì coi familiari in Inghilterra. Lavorò  a Liverpool presso la locale Università, quindi a Londra presso il Bedford College. Nel 1940, iniziata la seconda guerra mondiale, venne arrestato nel quadro di interventi protettivi ordinati dal governo britannico e tenuto in un campo di concentramento assieme a numerosi antifascisti, ma di lì a poco venne rilasciato.

 

Lavorò successivamente  per la BBC svolgendo  una attiva propaganda avversa al  nazzifascismo. Tra l’altro dopo l’armistizio dell’8 settembre  1943 e fino all’inizio del ’45 tenne la rubrica Sul fronte e dietro il fronte italiano, che fu sempre molto ascoltata per l’ampiezza delle informazioni fornite e per lo spirito profondamente democratico e suscitatore che l’animava. Scrisse su diversi periodici  e più in particolare  sulla rivista settimanale The Left News, pubblicò inoltre una autobiografia e un  saggio –  “Italy. Yesterday, today, Tomorrow” sulle vicende storico-politiche dell’Italia  dopo l’Unità, e lavorò per il Free Italy Movement. All’inizio del ’45 tornò in Italia, dove prese a collaborare con l’Avanti!, organo del rinato Partito socialista. Nell’aprile di quello stesso anno seguì a Parigi Giuseppe Saragat, uno dei  maggiori esponenti del partito,  nominato ambasciatore in Francia, ma alcuni mesi dopo rientrò in Italia per partecipare alle elezioni della Costituente  e venne eletto deputato per il Partito socialista italiano di unità proletaria (PSIUP). Nel partito e nel parlamento fu fiero e coerente critico della politica autoritaria dell’URSS staliniana, e fin dall’inizio della guerra fredda si schierò  convintamente tra i sostenitori del blocco occidentale facente capo agli USA e tra gli autonomisti del PSI, fu favorevole alla firma del trattato di pace, anche se contenente  alcune clausole particolarmente dure, così come al Piano Marshall, che vide come strumento validissimo per la ripresa economica del paese, e nel gennaio del 1947 partecipò alla scissione socialdemocratica aderendo poi al PSLI. Nel nuovo partito fu tra i maggiori esponenti e per  breve tempo gli venne affidata la direzione de “L’Umanità”. Rieletto alla Camera nel 1948, si mostrò particolarmente interessato alle questioni di politica estera, fu favorevole al Patto atlantico e da convinto europeista nel 1949 venne eletto nel Consiglio d’Europa. Rieletto alla Camera nel 1953, sostenne la collaborazione con la Dc e fu sottosegretario per il Commercio con l’estero. Sempre interessato alle questioni di storia politica, approfondì il pensiero dei controrivoluzionari francesi e dei filosofi politici inglesi nel Seicento. A partire dal 1956 si mostrò sempre meno interessato alla vita politica. Non rieletto alla Camera nel 1958, si allontanò definitivamente dalla politica attiva. Morì improvvisamente a Fregene (Roma) il 4 agosto 1958.

 

Giuseppe Miccichè

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