domenica, 9 Agosto, 2020

Papa Francesco e le lucciole come lanterne

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PAPA-BergoglioForse dovrò ricredermi su papa Francesco, alias Jorge Mario Bergoglio. Prima però – mi si perdoni l’irriverenza – voglio fare come San Tommaso. Finché non infilo le mani nel costato, non credo. È difficile esprimere perplessità su un papa che ha uno stuolo sempre crescente di estimatori a sinistra. La popolarità è comprensibile, dopo il regno del ruvido conservatore Ratzinger. Anche a me Bergoglio ispira simpatia. Ma la questione è politica: si tratta di capire verso quali orizzonti sta veleggiando il suo pontificato. Scalfari è un bel po’ che dipinge Bergoglio come un rivoluzionario a tutto tondo. Ora anche Küng, il capofila dei teologi progressisti, si unisce al coro dei fan.

Ma cosa dicono i fatti? Bergoglio ha lanciato alcuni messaggi di rottura. Ma, quando si è trattato di trarne le conseguenze, si è rifugiato nel bozzolo della tradizione cattolica. L’omosessualità è un esempio eloquente. Prima Bergoglio critica l’omofobia vaticana. Ecco che si scatena un tripudio: i commentatori di sinistra o ‘liberal’ lo incoronano a degno successore di Giovanni XXIII, l’unico Papa laico e riformatore della storia moderna. Dopo arrivano i chiarimenti: commenti a margine o interviste in cui Bergoglio precisa che le sue affermazioni non sono assolutamente in contrasto con la dottrina della Chiesa cattolica.

Quindi: io, Papa, non giudico gli omosessuali. Anzi: manifesto tutta la mia comprensione nei loro confronti. In fondo, mica è colpa loro se sono nati così! Ma ribadisco che non devono cadere nel peccato. Il problema non è l’omosessualità in quanto tale, bensì l’atto omosessuale. Che si astengano dunque da rapporti promiscui, (omo)sessuali. Che si sacrifichino come gli eunuchi citati da Cristo. Allora sì che la Chiesa li accoglierà come pecorelle smarrite. L’unica novità è questa: Bergoglio scalda i cuori: sventola la bandiera della caritas cristiana.

In sintesi: Bergoglio è un innovatore sotto tre aspetti: (a) umiltà/caritas (“chi sono io per giudicare?”); sobrietà (vita modesta, lontana dai fasti; lotta alla corruzione e all’affarismo in Vaticano); evangelismo (ritorno allo spirito autentico del cristianesimo, offuscato dai dogmi posticci della tradizione).

Non sono cose di poco conto. Ma bastano per collocarlo nella schiera dei rivoluzionari? La recente lettera a Scalfari (Repubblica l’11 settembre 2013) contiene in nuce la scintilla che può dar fuoco alle polveri, e scatenare una rivoluzione liberale nella Chiesa cattolica: “Io non parlerei, nemmeno per chi crede, di verità ‘assoluta’”. Non mi addentro nell’ermeneutica di questa frase, seguita da precisazioni dotte e sottili che si prestano a varie letture. Mi chiedo solo: trarrà, colui che l’ha pensata e scritta, tutte le conseguenze sul piano dogmatico e ‘politico’?

È in gioco il principio della libertà di coscienza, cardine della Riforma Protestante e, al tempo stesso, negazione del primato di Pietro: come può la Chiesa essere depositaria di una verità assoluta che non esiste più?

La Chiesa è una monarchia semi-assoluta che opera ancora all’interno dei parametri fissati da Papa Sisto V nel 1588. Dico semi-assoluta con cognizione di causa: il Concilio Vaticano II, primo passo verso la modernità, ha tentato di erodere l’assolutismo: forme inedite di collegialità hanno delegato ai vescovi parte del potere papale. Il problema è che il papa… è rimasto il papa! Sicché, per riformare in senso democratico la Chiesa, pendiamo tutti dalla labbra di un monarca. Un paradosso che salta agli occhi. La democrazia non è una concessione dall’alto. È una conquista, appunto, del demos, che la ottiene strappandola ai principi, ai re, agli imperatori – i quali hanno un concetto auto-referenziale di legittimità dinastica. I sudditi si ribellano all’autorità costituita perché vogliono essere considerati cittadini. Così, mediante rivoluzioni politiche o sociali, stabiliscono che la fonte della legittimità politica non è più nell’alto dei cieli: è su questa terra.

Certo, la Chiesa è un’Istituzione sui generis: il Papa un rapporto con Dio lo può rivendicare, e il popolo cristiano è il più disperso che si possa immaginare. Il fatto bizzarro rimane: solo il Papa-Re può – in virtù di un potere di origine divina –decretare la fine del proprio potere assoluto. Insomma: colui che è infallibile (quando si pronuncia ex cathedra) ha facoltà di rinunciare alla propria infallibilità.

Se Bergoglio non avrà il coraggio di spingersi fino a tanto, passerà alla storia, al massimo, come un sovrano illuminato. L’equivalente cattolico-moderno di quei monarchi settecenteschi, mecenati e amanti dell’arte, che inorridivano di fronte alla barbarie della tortura. Ma che si guardavano bene dal consegnare le chiavi del palazzo alla plebaglia.

Programma minimo: Bergoglio potrebbe accettare i preti sposati; le ‘donne sacerdote’, cioè piena parità tra suore e preti; le donne vescovo; il matrimonio omosessuale; il divorzio; la contraccezione libera. Conquiste aleatorie finché permane il primato di Pietro. C’è sempre il rischio – morto un Papa, se ne fa un altro – di una restaurazione conservatrice. Un uragano reazionario può spazzar via ogni traccia di modernità. Ciò è già avvenuto: come argomenta lucidamente Küng, i ‘beati’ (e fin troppo osannati) Woytila e Ratzinger sono gli affossatori del Concilio Vaticano II, unico sprazzo di luce in una storia che è stata per troppi secoli triste e buia.

Programma massimo: c’è bisogno di un solo atto – che rivoluzionario era 500 anni fa e tale è tuttora – affermare solennemente, urbi et orbi, il principio del libero esame dei testi sacri. Non è una questione oziosa: ci riguarda tutti, e da vicino anche. Secoli di cattolicesimo hanno steso sull’Italia un’asfissiante cappa conformista. Abbiamo un gran bisogno di una ventata di spirito critico. Solo il compimento della Riforma protestante, sia pure con mezzo millennio di ritardo, può iniettare il siero della libertà di coscienza – base della responsabilità individuale – nella nostra cultura. Ecco perché su questo non mi sento un riformista, ma un rivoluzionario-massimalista. O tutto, o niente.

Edoardo Crisafulli

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