mercoledì, 30 Settembre, 2020

Parla Emmanuele Emanuele: “Non si vive solo di arte”

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Non si vive solo di arte, bellezza e cultura, soprattutto ai tempi del Covid-19 e di un lockdown che ha messo in ginocchio un bel po’ di persone che oggi devono far quadrare il pranzo con la cena.
Lo sa bene uno che di arte se ne intende, il professor Emmanuele Emanuele, presidente della Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale e presidente onorario della Fondazione Roma, che ha destinato fondi alle famiglie bisognose di diverse città, alla ricerca sul Covid-19 ma che ha già ripreso a occuparsi di arte e di mostre, dei bisogni artistici delle persone, cosa alla quale dedica tutto il suo tempo. Lo abbiamo intervistato.


Emergenza Covid-19, lockdown, distanziamento sociale, blocco di gran parte delle attività, non hanno impedito alla Fondazione di essere in prima linea anche in un momento di grande crisi come questo. Come siete intervenuti?

«La Fondazione in sostanza non si è mai fermata durante il lockdown perché i bisogni della gente, in questa occasione non più di livello culturale, artistico, istruzione e quant’altro, si sono manifestati preminentemente nel bisogno di sopravvivere mediante aiuti atti a consentire ai bisognosi di cibare loro e le loro famiglie. La gente ha bisogno di consumare cibo per sopravvivere e noi abbiamo dato una risposta sentita con grande intensità attraverso la donazione di 1 milione di euro alla città di Roma che verrà distribuito dalla Caritas alle parrocchie. Inoltre, da uomo mediterraneo quale sono e resto, ho pensato di distribuire altre 700mila euro nel meridione d’Italia, nelle città di Napoli, Cosenza, Reggio Calabria, Trapani, Palermo, Enna, Agrigento, per consentire anche ai più bisognosi di quei Comuni di poter avere una risposta alla necessità elementare della sopravvivenza. Infine, abbiamo donato 500mila euro allo Spallanzani per la ricerca sul Covid-19 che, come dovremmo ben capire, è un virus mutevole e come tale potrebbe accadere che una volta trovata la soluzione, tra qualche tempo compaia un virus Covid-20 pronto a continuare la strage degli innocenti».

 

Anche in emergenza, però, non si vive di solo pane …

«Esatto. Nonostante queste priorità assolute, quindi, non ho dimenticato che la cultura e l’arte sono le attività che mi hanno consentito di mantenere in equilibrio il mio impegno esistenziale e pertanto non ho smesso un attimo di ipotizzare una grande mostra dopo quella di “Alsoudani”, che abbiamo dovuto sospendere a marzo scorso e che speriamo di poter inaugurare nella primavera prossima. Sto perciò organizzando una mostra di Manolo Valdès, a cura di Gabriele Simongini, e in collaborazione con la Galleria Contini di Venezia. L’apertura della mostra è prevista il 17 ottobre prossimo, sperando che il Covid ci consenta di realizzarla e non ne impedisca la fruizione».

 

C’è anche un altro progetto, un’idea che, in pratica, è figlia della pandemia. Ce ne vuole parlare?

«La mostra che ho in mente è quella che consentirà di mostrare le opere degli artisti italiani e internazionali che, durante il periodo del lockdown, sono stati reclusi nelle loro case e che hanno sfogato le loro disperazioni in maniera artistica. Questo progetto mi piacerebbe molto, e il titolo sarebbe: “L’arte non si ferma neanche di fronte alla pandemia”».

 

Arte e cultura che, anche se non si fermano, sono in grande affanno, in una crisi di cui è difficile ipotizzare tempi e modi di ripresa. La politica ha fatto tutto quello che poteva essere fatto oppure ci sono state delle manchevolezze?

«Ho sempre sostenuto che la cultura è l’unico vero grande asset del nostro Paese visto che, purtroppo, dobbiamo prendere atto che la grande industria statale non esiste più e l’industria privata è in grande difficoltà a causa della pressione fiscale e della oppressione burocratica. Io ho sempre pensato che la meraviglia del nostro Paese, che ospita le più belle e armoniose realtà estetiche naturali e quelle create dall’uomo, sia nell’universo mondo un punto assolutamente di bellezza irripetibile. Credo che la politica avrebbe dovuto tenere conto di quanto dico e intervenire in maniera massiva per sostenere gli imprenditori, come nel caso della Fondazione che presiedo, privi di interessi di lucro, potenziando, così facendo, queste attività. Non è stato così, e tra le tante promesse che sono state fatte agli italiani, è mancata quella che forse più mi aspettavo, una risposta che gratificasse almeno dal profilo estetico e intellettuale i cittadini del nostro Paese».

 

Durante la sua presidenza lei ha arricchito molto la collezione del Museo del Corso. non solo per numero di opere ma anche per l’ampiezza temporale, raccogliendo esempi di diversi periodi artistici. Vuole parlarcene?.

«Io credo di poter dire di essere protagonista nella creazione di un’istituzione museale, il Museo del Corso, che annovera tra i suoi capolavori opere dal ‘400 a oggi, convinto come sono che l’arte non ha tempo, non ha periodi, ma è un fluire ininterrotto che parte dalla mente e dal cuore dell’uomo, e che quindi bisogna farla ammirare in tutta la sua interezza. Sono orgoglioso di affermare che ho raccolto in un unico museo opere d’arte dal ‘400 fino a quelle degli street-artist di fama mondiale che hanno illuminato con le loro creazioni un quartiere periferico di Roma come Tor Marancia, ma sono addolorato di dover dire che a causa della burocrazia di questo Paese – in particolare di questa città, che da cinque anni mi denega la possibilità di aprire al pubblico gratuitamente lo spazio espositivo, nonostante io paghi tutte le spese per ristrutturarlo e renderlo fruibile -, questo progetto ancora non ha visto la luce».

 

Antonio Salvatore Sassu

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