martedì, 11 Agosto, 2020

Buemi: funzionamento giustizia base per un paese civile

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Enrico Buemi, oggi il sit in dei socialisti per una giustizia giusta. Da dove partire?
“La necessità di mettere mano a una riforma seria della giustizia è una questione annosa. Non solo Tangentopoli ha messo in risalto i limiti della giustizia in Italia, ma è questo è successo anche in periodi precedenti. In particolare per quanto riguarda la terzietà del giudice e del pubblico ministero. Non si è mai voluto affrontare con decisione il tema della riforma anche se con l’art 111 della Costituzione e con il giusto processo si è introdotto l’istituto della imparzialità del giudice anche se poi nella sostanza questa impostazione non ha avuto sviluppo adeguato. Tanto che ci sono situazioni in cui il Pm è avvantaggiato rispetto a una difesa che ha dei limiti operativi evidenti. Il principio sostanzialmente ci sta. Le norme di principio sono indiscutibili, ma nell’attuazione pratica i limiti ci sono. Diciamo quindi che la questione ha avuto risposta ma non ha avuto attuazione”.

 

Poi?
Altra questione è quella della gestione della autonomia della magistratura. Non tutti i magistrati hanno le stesse prerogative. L’autonomia del giudice deve essere garantita. Il Pm, essendo di parte, deve avere una gestione diversa. Come si rende effettiva questa differente autonomia è il problema. La commistione tra Pm e Giudice mette in discussione l’autonomia tanto è vero che nella sua composizione il Csm è assolutamente sbilanciato a favore dei Pubblici ministeri. Da qui la nostra proposta di separare la gestione nel Csm. Insomma un Consiglio superiore della magistratura con almeno due sezioni. Altra questione che pone l’autonomia del magistrato è la quella dell’elezione della rappresentanza dei consigli superiori della magistratura. È evidente che il meccanismo di oggi prevede uno scambio quantomeno politico.

Cosa propongono i socialisti?
Noi proponiamo un meccanismo asettico dove si fa prima, tra chi si candida, una scrematura verificando i requisiti di base: anzianità, assenza di sanzioni, curriculum eccetera. Si tratta insomma di verificare chi si può candidare e chi no. Dopo, tra chi supera la griglia dei parametri necessari, si procede per sorteggio.

Poi proponiamo una commissione di inchiesta sullo stato della giustizia del Paese, una lente d’ingradimento su quanto successo negli ultimi decenni. Non per pareggiare i conti con Tangentopoli da cui sono passati quasi trent’anni,  ma per indagare sui limiti e sulle correzioni da introdurre.

Il Paese sta attraversando una grave crisi sociale, sanitaria ed economica. In situazioni come queste, parlando di giustizia, si rischia di trovare una platea vuota e con altre priorità?
Si ritiene solitamente che il meccanismo della giustizia non ci interessa e non ci riguarda. Almeno fino a quando non ci incappiamo. Ho visto persone fare i giustizialisti e poi diventare ultragarantiste. L’attenzione che si pone per il buon funzionamento della giustizia è alla base di ogni paese civile. Sia per guanto riguarda la giustizia civile che quella penale. Un sistema che sia in grado di valutare in maniera corretta senza farsi strumentalizzare è questione che deve interessare tutti. Anche il mondo economico e politico internazionale. Per esempio una azienda estera prima di investire in Italia ci pensa due volte sapendo che una eventuale disputa giudiziaria potrebbe risolversi dopo lunghi anni di processi. Infine un dato: ci dobbiamo chiedere perché oltre il 50 per cento di chi affronta un processo viene assolto. È una domanda che porta in se tante risposte.

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