domenica, 29 Novembre, 2020

Romanzi: Covid stimolo per ragionamento su sanità e sociale

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LUCIANO ROMANZI, sindaco di Licenza (Roma) e segretario regionale del P.S.I., ha ricoperto numerosi incarichi istituzionali, da semplice consigliere a Primo Cittadino, da assessore al bilancio e vice Presidente della X Comunità Montana dell’Aniene a Presidente, da consigliere del Parco regionale dei Monti Simbruini, ad assessore delle Risorse umane della Provincia di Roma, a consigliere regionale. E’ stato attuatore di innovativi programmi e progetti nel suo territorio, la Valle dell’Aniene. Per Romanzi, l’emergenza Covid 19 ha avuto il merito di evidenziare le carenze croniche in ambito sanitario, in particolare nelle aree interne, e dovrà diventare occasione e stimolo per riprendere un ragionamento su temi quali sanità e sociale, traendo ispirazione da leggi, come la 142 del 1990 voluta da Bettino Craxi, perché le “buone leggi” sono quelle che mettono al primo posto gli interessi del cittadino e non la “burocrazia”.

Sindaco, nel 1998 c’erano in Italia 1381 istituti, 61,3% pubblici e 38,7% privati accreditati, con 5,8 posti letto per 1.000 abitanti. Nel 2007 scendiamo a 1.197 istituti di cura, 55% pubblici e 45% privati accreditati, con 4,3 posti letto ogni 1.000 abitanti. Nel 2017 gli istituti di cura in Italia sono 1.000, 51,80% pubblici e 48,20% privati accreditati, con 3,6 posti letto ogni 1.000 abitanti. Tra il 2009 e il 2017 la sanità pubblica nazionale ha perso oltre 8.000 medici e più di 13 mila infermieri. Questa riduzione potrebbe essere una delle cause che ci ha fatto cogliere impreparati nella gestione Covid, con maggiori problematiche nelle zone disagiate montane e interne?

“Relativamente agli interventi che ha bene illustrato va detto che all’origine sono stati motivati e voluti da direttive europee e conseguenti ad una valutazione degli oneri economici in rapporto allo spazio, perché poi quando parliamo di posti letto parliamo di spazio. Una tendenza che è andata però preoccupandosi soltanto del riequilibrio dei costi economici, per dare una risposta al problema di gestione delle risorse, in quanto, soprattutto nel Lazio, si era creato uno squilibrio importante nel senso che si erano spesi molti soldi senza alcuna preoccupazione, uscivamo cioè da un sistema pubblico/privato dove purtroppo la spesa spesso era di gran lunga superiore al bisogno vero e questo non ce lo possiamo nascondere. Non è successo solo nella sanità, è accaduto anche in altri ambiti”.

Quando nasce questo dissesto, spreco di risorse?
“Direi già prima del 1998 (specialmente negli anni dal 2002 al 2007, e fino al 2010). Non esisteva un limite alle spese, specialmente nella sanità non c’era fondo (io sono stato un consigliere regionale). Su questo punto molte responsabilità le ha avute proprio la modifica del titolo quinto (siamo nel 2001) della Costituzione delegando alle regioni la modalità di gestione della sanità e non solo. Il debito accumulato fu enorme, questo lo zoccolo che ci ha portato al Decreto Polverini (nel 2010), cioè quel Governo non interviene direttamente nella chiusura degli ospedali ma, firmando i decreti nel settembre del 2010, rende operativi i provvedimenti in merito. Parliamo di chiusure e di ridimensionamenti, le porto ad esempio il mio ospedale di riferimento, quello di Subiaco, che passa in quel periodo da 80 posti letto a soli 8”.

Ricordo varie manifestazioni di protesta!
“Certo, anche nell’ultima fase della Polverini, la quale prese atto delle problematiche ma non assunse un atteggiamento propositivo per una eventuale soluzione, analoga posizione dei direttori generali. Con le sue dimissioni la palla passa a Nicola Zingaretti, che eredita le chiusure ma di fatto tutto parte dal dissesto economico creato negli anni precedenti. Le regioni (specialmente il Lazio) hanno speso quello che non avevano e Zingaretti ha dovuto rendere operativi i provvedimenti di ristrutturazione del sistema ospedaliero, durante il periodo di Commissariamento (partito nel 2008 e finito nel 2020). Con Marrazzo la Sanità era già commissariata (la sua gestione va dal 2005 al 2009) poi si è passati alla Polverini e infine a Zingaretti. Prima di Marrazzo abbiamo Storace (dal 2000/2005), ma è inutile attribuire responsabilità in questa fase, a Marrazzo o a Storace, perché non si finisce più…”.

E non poteva essere bloccato ugualmente il meccanismo, salvando alcuni piccoli ospedali necessari ai territori?
“Secondo me sì, qualcosa si poteva fare. Nel momento nel quale è stato deciso il taglio non si sono valutate situazioni specifiche e forse, per presidi come l’ospedale di Subiaco e qualche altro piccolo ospedale, si poteva ragionare in maniera diversa, cosa che è accaduta successivamente, ma quando un danno è stato fatto recuperarlo non è facile e la politica non ne esce bene. Però dobbiamo riconoscere che il primo periodo Zingaretti è stato importante anche per la sanità, per gli ospedali, perché sono stati effettuati interventi sulla ristrutturazione, la sicurezza, di modernizzazione, di acquisto di nuovi macchinari, il sistema sanitario è cresciuto però ci si è allontanati dalle zone interne, in queste aree, così come nelle periferie, sarà ancora più difficile recuperare, anche se il primo ragionamento che dovrà essere fatto post – Covid è proprio quello legato alla sanità e al sociale, al rilancio di questi due ambiti”.

Quanti ospedali di riferimento avevate nella vostra area?
“Solo l’Ospedale di Subiaco. Dobbiamo però dire che, con impegno, siamo riusciti ad ottenere un sistema avanzato, abbiamo fino a 20 posti letto, però quello che manca è l’emergenza nel senso che non c’è un pronto soccorso h24 e sono pochi i posti per la terapia intensiva. Ci siamo resi conto, proprio causa Covid 19, che avere uno spazio ospedaliero funzionante su questi territori, anche di piccole dimensioni, è strategico per la stessa sanità laziale. Individuando specializzazioni particolari il Nosocomio diventa riferimento di un sistema intero, in grado di sostenere anche le emergenze. Fermo restando che a Roma sono presenti eccellenti ospedali e professionalità da salvaguardare (lo abbiamo visto in questi giorni, si è mossa una macchina straordinaria) è un peccato non avere qui ulteriori disponibilità. E’ chiaro che i giovani, per curarsi, preferiscano le strutture all’avanguardia dei grandi presidi, ma dobbiamo anche cercare di non ingolfare gli ospedali romani.
Per il Covid, nel Lazio, siamo riusciti a dare una risposta più concreta che in altre regioni, ovviamente facilitati dal fatto che il virus è arrivato in un secondo momento, se fosse esploso nella nostra regione probabilmente ci saremmo ritrovati nella stessa situazione della Lombardia, però lì abbiamo anche visto (non dobbiamo stare a criticare, sarà il futuro a giudicare), che la mala gestione la fa da padrona, ci hanno quasi dimostrato che sono tornati sul fare gli affari, regalando soldi al privato”.

Un privato che non riesce a garantire alcuna sicurezza.
“Abbiamo assistito ad affari fatti in maniera sciagurata nelle RSA o negli istituti dedicati agli anziani, perché inserendo negli stessi locali convalescenti Covid è stato perpetrato un disastro totale. Ma nel Lazio, come ci dicono dalla Lombardia, sarebbero stati adottati gli stessi principi”.

E’ la critica fatta dal Governatore Fontana.
“Sì, è avvenuto anche qui, per fortuna c’è solo qualche focolaio, certamente non lo dovevamo fare, non solo non lo avremmo dovuto fare ma se avessimo avuto gli spazi che rivendichiamo da anni non sarebbe accaduto. Rendere disponibili in ogni struttura ospedaliera (quale ad esempio l’Ospedale Angelucci di Subiaco), posti in numero adeguato riservati alla emergenza, potrebbe rappresentare una valida soluzione. Ma non ho intenzione di criticare ciò che è stato fatto, il mondo è andato così negli ultimi 30 anni…Mi viene però in mente la legge 142 del 1990 approvata nel periodo di presidenza del Consiglio di Craxi e mi chiedo cosa sarebbe avvenuto se avessimo avuto la possibilità di approfondirla e capire fino in fondo la strategia di Bettino Craxi. Ritengo che si potrebbe ripartire proprio da questa legge, ideata per un sistema avanzato di gestione degli enti locali”.

Cosa prevedeva?
“Conteneva la modernizzazione vera dello Stato, era la prima legge approvata per dare slancio all’azione amministrativa, parlava già di città metropolitane, di ridefinizione degli enti che compongono lo Stato, dando ai piccoli comuni l’input a fondersi. Era concepita alla stregua di quelle norme principali che hanno dato possibilità di progresso e di futuro al Paese e cioè non soltanto dal punto di vista dello sviluppo economico, ma anche sociale che è il più importante, quindi incideva sul lavoro, sulla persona, sui diritti civili. Di lì a poco nel 1990 succede il finimondo, figuriamoci se potevamo continuare a parlare di 142, però da questa legge si poteva ripartire veramente per riscrivere la storia del Paese legata alla pubblica amministrazione che deve essere snella, puntuale, veloce e deve spendere il giusto, questi i principi in essa contenuti. E cosa accade invece, che viene azzerata, annullata dagli effetti della Bassanini del ’97-’98, concepita non in funzione dei bisogni del cittadino ma per gestire bene l’apparato amministrativo, le carte, esplode la famosa burocrazia, tutto questo non funziona e questo è successo in maniera drammatica con la sanità”.

Quale potrebbe essere la soluzione?
“Serve un’azione più forte dello Stato, non sto parlando di controllo che spetta ai Carabinieri, ma di coordinamento, che vuol dire coordinare bene ciò che accade sui territori, garantire lo stesso sistema in tutto il Paese. Se io ho una iniziativa ben fatta la vado a replicare, se la Lombardia raggiunge un obiettivo importante lo devo trasferire immediatamente in Sicilia, o nel Lazio. Non è che dove il sindaco è bravo i servizi funzionano e, dove dorme, il bambino non ha lo scuolabus, tutti i cittadini hanno il diritto di usufruire dei servizi fondamentali, poi chi è più bravo corre di più. Tornando alla sanità dalla Sicilia, dalla Calabria, ma anche dal Lazio corriamo a Milano o a Firenze per curarci, perché esistono specializzazioni presenti solo in determinate strutture”.

Tutti invece dovrebbero avere le stesse possibilità di cura?
“Certo, perché esistono i protocolli, ad esempio la cura dei tumori dovrebbe essere per tutti uguale, invece ci sono presidi dove c’è attenzione e in altri sciaguratezza”.

E quale potrebbe essere il ruolo dei piccoli ospedali?
“Vanno rivalorizzati e recuperati, restituendo loro dignità e dotandoli di adeguate strumentazioni, nei territori svantaggiati non ci può essere una sanità che ti deve solo accogliere per poi mandarti a Roma, vista anche l’esistenza di protocolli per molte patologie, il principio è ‘ti trasferisco fuori solo se devi fare un intervento speciale’. Devono diventare luoghi di cui fidarci, nei quali trovare un sicuro e qualificato riferimento e in grado di gestire l’emergenza. Tutti, ad esempio, dovrebbero possedere la pista di elisoccorso, qui a Subiaco abbiamo iniziato 10 anni fa i lavori, come Comunità Montana, e mi sembra che siamo arrivati finalmente al termine”.

I vostri malati di Covid 19 vengono portati a Roma?
“Sì, allo Spallanzani dove hanno ottime possibilità di cura. Va ricordato che anche a Roma hanno eliminato ospedali eccezionali come il San Giacomo o il Forlanini, hanno chiuso gli ospedali come hanno chiuso i supermercati”.

Quanti casi avete avuto sul territorio, nel comune da lei governato, Licenza, mi sembra non ce ne sia stato nemmeno uno!
“Vero, possiamo dire di essere stati fortunati, se andiamo a guardare non sono più di 45 – 55 casi in tutta la Valle, da Olevano a Licenza. Ma c’è stata anche la capacità dei sindaci, ci siamo dati tutti da fare, è scattato l’orgoglio. Il nostro esempio ispiratore è stato un paesino vicino Bergamo dove hanno bloccato tutto veramente. Io a Licenza ho chiuso la piazza e smontato anche le panchine, aperto i supermercati dalle 7,30 alle 13,30 e incentivato la consegna a casa della spesa per anziani, ma anche per famiglie”.

Passiamo alla Fase 2.
“La difesa della salute rimane in primo piano, certamente si vede già un bel movimento con la sola riapertura di attività agricole a conduzione familiare, però c’è da salvaguardare l’aspetto economico, nel Lazio ci sono molti statali e chi ha un posto fisso ha lo stipendio che arriva sul conto a fine mese, il problema sono le piccole partite iva e chi lavora in nero e non ha più soldi nemmeno per la vita quotidiana. Queste persone si aspettano un aiuto da noi amministratori”.

Ed anche nel vostro territorio c’è molto lavoro sommerso?
“Certo, la gente che lavorava in nero recuperava quelle 500-600 euro al mese e non era di peso nemmeno allo Stato, ora sono tutti senza stipendio. Un conto è parlarne a livello regionale e nazionale e un conto guardare in faccia i tuoi concittadini ogni mattina, persone che hanno già lo sguardo vuoto. Anche se il 4 maggio dovesse ripartire tutto, dopo giorni di inattività non sapranno nemmeno dove andare a bussare. Ritengo vada fatta una azione complessiva generale per mettere in tasca alle famiglie almeno 1000 euro al mese, lavorando e non con vari redditi di cittadinanza, perché specialmente nei piccoli centri si creano sacche di impoverimento in quanto in molti si vergognano a chiedere aiuto, riguardo le partite iva, nei centri fino a 2000 abitanti, va individuato un sistema per non pagare le tasse”.

Ma come mai nessun Governo riesce ad abbassare le tasse?
“Perché la tassa è il veicolo più semplice per drenare soldi allo Stato, inoltre perché non c’è interesse, attenzione, solidarietà”.

Che poi vorrebbe dire diminuzione di attività in nero e non costringere gli imprenditori a trasferirsi all’estero con le aziende.
“Certo, ma le pare normale quello che accade in Italia dal 1995 ad oggi? Tra politici ci scanniamo dalla mattina alla sera e infatti riusciamo solo a fare provvedimenti in extremis, come per il Covid 19. La cosa che mi infastidisce di più è farci rincorrere dalle opposizioni e da una destra becera. Vedi il caso Coronavirus, il balletto sulle cifre da investire (che da 3 milioni e mezzo di euro, perché non se ne potevano avere di più, diventano inaspettatamente addirittura 100…) crea sfiducia in chi ci segue, nei cittadini”.

Che poi è evidente che non esiste una mente unica in grado di garantire che questi soldi andranno a adeguare ed uniformare in tutti i territori il sistema sanitario, ad esempio nei diversi approcci della gestione Covid emergono notevoli differenze. Nella provincia di Rieti è ancora presente un corto circuito, l’inadeguata assistenza domiciliare porta al ricovero di pazienti già in affanno e non si riesce a sapere che tipo di terapie siano usate (o meno) presso il Nosocomio di Rieti…
“Naturalmente la presenza di ospedali come quelli di Magliano Sabina ed Amatrice avrebbe potuto drenare molto. La battaglia che stiamo portando avanti adesso nel nostro territorio è a favore del cosiddetto Ospedale montano”.

Di che si tratta?
“Se un reparto in un ospedale che serve un bacino di 500 mila abitanti ha bisogno, per funzionare, di 20 posti letto, con 35mila abitanti va previsto ne siano necessari solo 10, la spesa per il Pronto Soccorso non può essere giustificata dalla presenza di 100 accessi al giorno (ne bastano 50), e laddove non è più possibile la presenza di un reparto neonatale è grave non siano invece disponibili né il ginecologo e né il pediatra, è una vergogna. Le ambulanze devono essere attive e nuove. Noi, come Comunità Montana, ne abbiamo donate tre, a Subiaco, Olevano e Tivoli. Diciamo che questa emergenza sta riscoprendo alcune necessità finora sostenute da pochi, nella distrazione generale, e annullate da chi vuole costruire solo poli importanti perché si fanno più affari”.

Come a Rieti, anche da voi c’è stata carenza di DPI?

“Solo nei primi 10 giorni, poi li abbiamo acquistati come comune e distribuiti veramente a tutti i cittadini, inclusi medici e persone che operano in relazione con il pubblico”.

Secondo lei dovranno essere obbligatori nella fase 2?
“Certamente per tutti, sia mascherine che guanti”.

Per l’apertura di bar e ristoranti sarà più complicato?
“Abbiamo già fatto un esperimento prima del lockdown, disegnando strisce per terra per coordinare gli ingressi che, ad esempio, nei bar potranno prevedere max due persone alla volta. Credo che ogni esercizio debba dotarsi di guanti usa e getta, tipo quelli che si utilizzano nei supermercati e che costano pochissimo, perché possono essere trasportatori di batteri e virus, se non usati nella maniera giusta”.

Parliamo di assistenza domiciliare.
“Il paziente dovrebbe essere preso in gestione e monitorato quotidianamente dalla Asl, al secondo giorno di febbre va ricoverato subito, non si deve arrivare in stato di ventilazione forzata”.

E i protocolli medici devono e possono essere uniformati?
“Certo. Nella ASL Roma 5 si è già verificata una uniformità nelle cure dei medici di base, riguardo i farmaci utilizzati a domicilio. Su questo tema specifico ci siamo rivolti al direttore generale della Asl chiedendo un atto di indirizzo univoco, in modo che nei trenta comuni sia adottato lo stesso approccio di cura. Inoltre siamo riusciti ad ottenere la possibilità di effettuare test sierologici nei centri a più alta incidenza di contagiati e, presso l’ospedale, l’attivazione di un presidio Asl, per le analisi di coloro che ritengono di essere stati esposti o hanno presenza di sintomi, o esercitano attività a contatto con il pubblico”.

 

Maria Grazia Di Mario

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