martedì, 20 Agosto, 2019

Rosato: “Governo di apprendisti, superficiali e impreparati”

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Ettore Rosato, uno degli uomini di punta del Pd, vicepresidente della Camera, interviene sul suo ultimo impegno come coordinatore dei Comitati Civici “Ritorno al futuro” e, più in generale, sulla situazione della sinistra riformista in Italia e in Europa.

Il paese trainato da questa maggioranza abortita giallo-verde, ha indicatori estremamente negativi. La crescita è la più bassa dei paesi dell’area Euro, perdiamo posizioni in molti settori. che succede all’Italia?
Abbiamo alle spalle un anno difficile che non sappiamo come andrà a finire. I governi Renzi-Gentiloni avevano lasciato tutti gli indicatori economici con il segno più, ora ci ritroviamo fanalino di coda dell’Europa. Colpa in primo luogo di una legge di bilancio senza investimenti e con prospettive di sviluppo inesistenti. Al governo gialloverde manca una progettualità, la voglia di lottare per l’Italia. C’è solo lo scontro interno tra due forze che hanno firmato un contratto, ma non hanno un’idea comune di Paese. Non si cresce con le dirette Facebook, ma con progetti adeguati e sostegni alle imprese.

In questo contesto come è nata l’idea dei comitati e quale ruolo svolgeranno?
I comitati civici nascono da un’intuizione di Matteo Renzi e dall’esigenza di creare una resistenza civile a un governo di apprendisti, superficiali e impreparati, quando non arroganti e violenti. Sono aperti a chi vuole con il proprio agire dare testimonianza che un’altra strada è possibile.
Sono luoghi dove stiamo aggregando tante persone, per lo più non iscritte a partiti, ma che vogliono dare una mano, sulle fake news, sullo ius culturae, sul rilancio di misure economiche che diano fiato nuovamente alla nostra economia, sull’educazione e sulla cultura come base per una società migliore. O che vogliono impegnarsi sui temi a loro cari come l’ambiente, l’Europa, la situazione amministrativa del loro piccolo o grande comune. Non c’è una discussione partitica tesa a costruire distinguo che spesso allontana anche i più coinvolti. Si parla sempre di questioni concrete.

 Molti politologi e commentatori spiegano come, mai tanto quanto oggi, la politica è comunicazione. Il Pd pare non avere un gran rapporto con i social network. Accadrà questo anche per i comitati civici?
Vorremmo evitare gli errori del passato. Stiamo lanciando una nuova piattaforma. I comitati saranno competitivi anche in questo: la piazza virtuale sarà davvero il luogo dove discutere ma anche dove fare cose concrete, dagli appuntamenti, alla definizione degli argomenti, dalle campagne di mobilitazione all’agenda politica. Comunque è vero che il web è uno strumento potente, che va usato, ma non può essere il fine. Noi vogliamo stringerci la mano, parlarci di persona, costruire legami e relazioni.

A proposito di impegni concreti e web, la campagna contro le fake news come procede?
Negli ultimi anni la battaglia politica si è svolta a colpi di fake news, distorsioni consapevoli delle informazioni, offese e minacce personali da parte di Lega e M5s o di soggetti da loro mobilitati o creati. Tutte operazioni molto costose che potrebbero aver indotto alcune forze politiche anche a ricorrere a finanziamenti non trasparenti, addirittura – è questione di stretta attualità – a finanziamenti da paesi esteri. Se ne parla per la Lega, ma l’opacità dei 5 stelle è totale. I social possono trasformarsi in macchine infernali in grado di alterare i contenuti, diffondere denigrazioni e distorcere il dibattito politico. Per questo, qualche giorno fa a Milano abbiamo lanciato una campagna contro le fake news che stanno inquinando la nostra democrazia. Abbiamo detto che sono pericolose non solo per le singole falsità che trasmettono, ma perché hanno cambiato culturalmente e radicalmente il modo di porci di fronte alle informazioni. Dopo la discussione dei mesi precedenti, a Milano Renzi ha sintetizzato alcune proposte forti: una legge sull’anonimato protetto per i social per combattere le false identità rispettando la privacy, una commissione d’inchiesta sulle fake news e la class action dei comitati sul territorio contro chi diffonde bufale.

In giro per il paese c’è ancora un centrosinistra che vince ed è quello di tanti amministratori locali in trincea ogni giorno per far funzionare enti e istituzioni e per risolvere i problemi. Come è possibile dare loro una mano ma anche coinvolgerli di più nel processo politico?
Intanto sostenendoli nel loro impegno quotidiano: quando c’è un sindaco che lavora per la sua comunità va appoggiato e aiutato. Poi stiamo ad ascoltarli: sono i terminali ultimi nel rapporto coi cittadini, conoscono più di tutti quali sono le aspettative concrete e immediate di chi vive in questo nostro Paese. Sono anche i primi a dover dare risposte nelle emergenze e per questo non vanno mai lasciati soli. La scorsa settimana ho incontrato una delegazione di sindaci di comuni che sono nati dopo difficili procedure di fusione e hanno visto ridurre drasticamente e improvvisamente i finanziamenti da parte del Governo. Una decisione univoca che li costringe a tagliare servizi e investimenti. Ecco gli ho assicurato il nostro sostegno. Può uno stato tradire un patto con sé stesso? Può lasciare soli i suoi rappresentanti? È lo stesso errore che questo governo ha già commesso con i tagli alle risorse sulle periferie, ritorsione contro una scelta strategica del governo Renzi. Abbiamo sempre guardato con grande interesse a ciò che si muove nelle realtà locali. Credo che se vogliamo tornare al governo del paese dovremmo creare un contatto diretto con le liste civiche che anche in questa stagione difficile sono riuscite a creare un baluardo – sia pur locale – al sovranismo e al populismo. Una risorsa preziosissima: da Bergamo a Bari, in migliaia di piccoli comuni, ovunque lo stesso schema, liste civiche e persone comuni che scendono in campo per la loro comunità.

Le elezioni europee hanno evidenziato la presa che la Lega salviniana ha nell’elettorato italiano. Eppure, il voto nazionale ha segnato un’Italia che in Europa conta sempre meno e che è fuori dai luoghi decisionali e decisivi. Come si recupera la fiducia dell’elettorato con un progetto di Europa rinnovata?
Negli anni più difficili della crisi è mancata una reale cooperazione tra gli stati e l’Unione non è stata più percepita come un vantaggio ma addirittura come un ostacolo.
Per questo l’Unione va cambiata. La nostra Europa è quella concreta e realizzabile di un continente aperto e vivace, dove la politica e i tecnici lavorano al bene comune, dove i giovani crescono con gli scambi continui degli Erasmus, dove le grandi infrastrutture si progettano insieme, dove c’è una difesa comune e una comune politica estera. Il futuro dell’Europa non può che essere in una visione politica concreta e lungimirante al tempo stesso. È nell’elezione diretta da parte dei cittadini europei di una figura istituzionale che sommi il ruolo del presidente della Commissione e di quello del Consiglio europeo. È nel capitale umano, nei programmi universitari di mobilità, nel servizio civile europeo su cui bisogna investire per far sì che crescano cittadini europei. È nella semplificazione dei bandi comunitari e delle procedure di accesso ai fondi europei, affinché sia favorita la reale fruizione da parte dei cittadini europei dei tanti benefit che pure esistono. Devono cambiare regole, aumentare gli investimenti e affrontare il tema dell’immigrazione con coraggio e lungimiranza. Solo così si salva l’Europa. Questo si fa non offendendo e attaccandola tutti i giorni, ma credendoci. E questo governo all’Unione Europea non ci crede.

Si dice che i temi toccati dai sovranisti sono temi che parlano alla pancia della gente. Io credo, più semplicemente, che siano temi sentiti. Possibile che per fenomeni come immigrazione e temi come la sicurezza la sinistra non riesca ad uscire da un approccio ideologico per proporre soluzioni pragmatiche?
Siamo convinti che non si possa e non si debba lasciare il tema della sicurezza alla destra di Salvini, ma neanche al populismo di Grillo. Non viviamo nel far west, ma dobbiamo garantire sicurezza a tutti perché significa permettere ai cittadini di vivere la democrazia. Questo principio non dovrebbe avere sfumature ideologiche e tradursi in fatti concreti: controllo del territorio con il presidio delle forze dell’ordine, coesione sociale e qualità dello sviluppo urbano. È per questo che col governo Renzi lanciammo: “un euro in sicurezza, un euro in cultura” per progetti concreti di riqualificazione, integrazione e vivibilità da far gestire direttamente ai comuni, alle associazioni sportive, alle organizzazioni del volontariato. C’è poi un problema legato all’immigrazione e anche su questo si può fare molto per una controllo legale e quindi sicuro per tutti. Penso alla riforma del trattato di Dublino, al superamento della Bossi Fini, ai corridoi umanitari e all’aiuto ai paesi in via di sviluppo. Perché Salvini invece di fare dirette Facebook e disertare i vertici europei dove si parla di immigrazione, non comincia a lavorare almeno ad una di queste iniziative? Perché l’Italia ha votato a favore della cancellazione dell’obbligo di redistribuire gli immigrati? Infine c’è la lotta alla grande criminalità, alla mafia: il vero cancro del nostro paese, trascurato dal governo gialloverde. Eppure fa molti più danni di qualche barcone di disgraziati. Ciò detto, in Italia diminuiscono i crimini da almeno 10 anni, e continua ad accadere con diversi governi. Stando ai numeri (min.Interni) siamo diventati uno dei Paesi più sicuri dell’Unione Europea. Omicidi volontari, quasi dimezzati, rapine in calo del 33,3%. Ad incidere di più sulla sfera personale sono i furti in casa, perché diffondono insicurezza: eppure anche in questo caso meno l’8,5%, nel 2017 rispetto al 2016. Non dobbiamo abbassare la guardia e continuare a chiedere più controllo e più sostegno a chi si sente indifeso.

La crisi della sinistra riformista in Europa è una crisi ideale, strategica o tattica? Frutto di un eccessivo autocompiacimento, di autoreferenzialità o di scarsa capacità di intercettare una società profondamente cambiata negli anni?
Purtroppo un po’ tutto questo. Il mondo è cambiato e alcune ricette che pensavamo sarebbero bastate per sempre non sono più attuali. Ma soprattutto la sinistra riformista è apparsa quanto mai impreparata di fronte alla più grande crisi economica mondiale del dopoguerra. Ora bisogna ricominciare a costruire più welfare, più scuola, più inclusione. E in Italia creare una barriera forte e credibile alle spinte antieuropee. Io credo che i comitati civici possano svolgere un ruolo protagonista in questa fase. Possono diventare un argine ai nazionalismi e ai totalitarismi: contribuire con un movimento dal basso a contrastare la paura, la chiusura, la superstizione, l’odio, l’intolleranza, l’ignoranza e l’arroganza. Sono già un luogo di ragionevolezza e di speranza, di resistenza civile, il luogo dell’Italia che ha cura e protegge i suoi valori e che crede in se stessa.

Da “padre” della legge elettorale, le chiediamo: riproporrebbe il sistema attualmente in vigore? Lo ritiene ancora il più veritiero nel fotografare la situazione politica dell’elettorato italiano o, se potesse, apporterebbe qualche correttivo?
Le verifiche fatte dopo il voto hanno dimostrato che la legge fotografava in modo consono l’elettorato: con qualsiasi altro sistema avremmo avuto una ripartizione analoga dei seggi parlamentari. Dopo anni di promesse, il “Rosatellum” è stata l’unica proposta su cui si è trovata una maggioranza. E pure numerosa, se pensate che è stata la legge elettorale che ha raccolto maggior numero di voti – nonostante lo scrutinio segreto – nella storia della Repubblica. In quell’ultimo scorcio di legislatura abbiamo lavorato con l’obiettivo di introdurre la maggiore dose di maggioritario possibile nelle condizioni politiche che mi trovano di fronte. Volevamo un sistema che incentivasse la formazione di coalizioni con un premio che fosse insito nei collegi. Ovviamente si può cambiare ma non credo che faccia bene al paese votare ogni volta con una legge differente.

Leonardo Raito

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