martedì, 7 Aprile, 2020

Parla Umberto Gori: “La politica non dipenda dalla finanza”

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La gestione della crisi legata al coronavirus cambierà il sistema delle relazioni internazionali? Che cosa succederà al sogno europeo e quale sarà il ruolo dell’Italia negli scenari strategici continentali? Sono molte le domande che ci si può porre per capire come uscire dalla crisi, per ipotizzare scenari. Proprio per approfondire questi temi abbiamo chiesto un colloquio a Umberto Gori, professore emerito nell’Università di Firenze, già Ordinario di Relazioni Internazionali e Studi Strategici, Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri”, Università di Firenze e Presidente del Centro interdipartimentale di Studi Strategici, Internazionali e Imprenditoriali (CSSII).

Professore, la pandemia da coronavirus ci porta, inevitabilmente, a discutere delle relazioni tra stati. A suo avviso, e sulla base della sua esperienza, cambierà qualcosa negli equilibri internazionali? E se si, cosa?
Non ho alcun dubbio che cambieranno molte cose a livello internazionale. Ce lo insegna la storia delle pandemie. In quasi tutte quelle del passato vi sono stati rivolgimenti epocali nell’economia, nei rapporti sociali, nella politica, nella cultura e persino nella religione. Per fare un solo esempio, basti pensare che la seconda guerra mondiale, secondo alcuni storici, sarebbe stata originata, sia pure indirettamente, dall’influenza Spagnola (1918-1920) e dalla debolezza politica ed economica della Repubblica di Weimar (nata nel 1918) che ha prodotto poi, con l’ascesa di Hitler, il conflitto degli anni ‘40, considerato, infatti, il seguito della Grande Guerra. Anche l’equilibrio fra gli Stati muterà in maggiore o minor misura a seconda dei comportamenti delle maggiori potenze. Già da ora se ne vedono le avvisaglie con la Cina (seguita anche dalla Russia) che, pur in difficoltà economiche conseguenti all’epidemia, tenta, spesso con successo, di affermare il proprio ruolo nel mondo con l’utilizzo di quel soft power che gli Stati Uniti sembrano non essere più capaci di impiegare.

L’Unione Europea è sembrata sorpresa dall’arrivo di questa emergenza e in molti stanno dicendo che non è stata all’altezza della situazione. Qui sorge una domanda. Come hanno scritto sul Corriere Alesina e Giavazzi “il virus può distruggere il progetto europeo, oppure offrire l’incentivo per un colpo di reni”. A suo avviso che succederà? L’Europa morirà dopo questa crisi?
Come è ben noto, il futuro dipende in gran parte dalla volontà politica e dalle strategie dell’oggi. La nostra esperienza quotidiana non ci fa vedere niente di buono all’orizzonte, ma l’esperienza storica, ancora una volta, ci insegna che l’Europa progredisce solo quando è minacciata da un grave pericolo. E’ di buon auspicio la lettera al Presidente del Consiglio Europeo che, per iniziativa del Presidente Conte, è stata cofirmata da una diecina di Capi di Stato e di Governo, ivi incluse la Francia e la Spagna, per opporsi alla miope ortodossia dei Paesi nordici guidati da Germania e Olanda. Ma non nutro alcuna illusione.

Per restare all’Europa, sulla base della sua esperienza, quali sono stati i limiti più gravi che emergono in questo momento? L’esperimento di un’Europa degli stati è rilanciabile?
Una cosa è certa: una Federazione Europea non è all’orizzonte: troppa mancanza di solidarietà, troppi nazionalismi, troppa assenza di visione strategica. Passi in avanti sulla via di una Europa degli Stati saranno compiuti solo se crescerà la paura del COVID-19. Qualche timido assaggio di riflessioni di questo tipo già esiste, ma la strada è lunga e gli ostacoli sono molti.

L’emergenza Covid-19 non sta risparmiando nessuno, e ha colpito anche i due principali player dell’economia mondiale, Stati Uniti e Cina. Saranno queste due potenze a offrire un contributo decisivo alla neutralizzazione delle inevitabili conseguenze economiche della pandemia nel mondo? 
Può darsi, ma non sono un economista di professione e preferisco glissare sulla domanda. Posso solo dire: se non loro, chi?

Lei è un grande studioso di relazioni e di conflitti internazionali. Possiamo davvero dire che questa pandemia è come una nuova guerra? E quali risposte potranno essere prevedibili, un domani, di fronte a eventuali nuove pandemie?
Nonostante alcuni studiosi non amino parlare di ‘guerra’ quando il concetto si applica ad una crisi sanitaria, ritengo vi siano alcuni buoni argomenti, almeno in teoria, per poter qualificare gli avvenimenti odierni come una ‘guerra ibrida’. Quanto alle risposte del domani, non voglio pensare al peggio. Affermo solo la necessità di potenziare urgentemente la ricerca, preferibilmente a livello internazionale, sotto il controllo dell’OMS.

L’Italia è uno dei paesi più colpiti dall’emergenza. A suo avviso sta dando una risposta da grande paese? E potrà ridefinire un proprio ruolo nel contesto europeo ed internazionale?
L’Italia deve imparare una grande lezione: quella dell’unità, come richiesto anche dal Presidente della Repubblica. Solo con intelligenti riforme elettorali che assicurino stabilità e durata all’Esecutivo, nonché la possibilità di alternanza, essenza della democrazia, l’Italia potrà definire il ruolo e il rango che Le spettano, per la sua importanza e per la sua civiltà, nell’agone europeo e nella società internazionale.

Le relazioni internazionali sembrano oggi basarsi, in prevalenza, su relazioni economiche e finanziarie. Globalizzazione e interdipendenza sono state costanti degli ultimi vent’anni. È ipotizzabile pensare a un nuovo sistema di relazioni istituzionali politiche, una volta vinta e superata la crisi?
A mio parere è assolutamente necessario che la politica non sia subordinata alla finanza. Solo così potrà essere assicurato uno sviluppo sostenibile e una giustizia sociale. Quanto alla globalizzazione, la lezione del COVID-19 è stata, ed è, troppo amara per non convincerci a tentare di imporle delle regole valide per tutti. Siamo nell’era delle ‘interdipendenze complesse’. Le classi dirigenti dovrebbero esserne consapevoli e adeguare le proprie competenze.

Leonardo Raito

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