sabato, 17 Agosto, 2019

PARLARE AGLI ITALIANI

8

NENCINI-Festa-Riformisti

Il riformismo, più che da partiti monolitici, é stato rappresentato in Italia da tendenze culturali figliate nell’associazionismo e nel mondo accademico e da correnti minoritarie nate dentro le forze politiche. Isole comuniste, scogli liberaldemocratici, esperienze cattolico-sociali, interi arcipelaghi socialisti. Solo il PSI, tra i grandi partiti, ha saputo alimentare, con crescente tenacia nella storia repubblicana, la fonte del riformismo dedicandosi con tutte le sue energie ad una complicatissima missione.

Questa tensione, un mix di passione politica e di capacità realizzatrice (il triangolo voto alle donne/repubblica/costituzione, il primo centro-sinistra, il binomio Quirinale/Palazzo Chigi con relativa affermazione dell’autorevolezza italiana nel mondo e crescita del nostro benessere), è caduta nell’ultimo ventennio. Di quegli anni ricordo solo le speranze sollevate dal primissimo Berlusconi e la ‘campagna per l’Euro’ condotta con successo da Prodi. Troppo poco.

La domanda che in molti mi fanno riguarda Renzi e se il suo attivismo politico non sia una scorciatoia. Proverò a rispondere senza tacere. La lista PD-PSE, ma Renzi innanzitutto, ha raggiunto un risultato elettorale (europeo) sconosciuto a sinistra. La somma dei voti di PSI e PCI nel ’46, sette punti in più rispetto al consenso di Socialisti, PDS e PSDI nel ’92, molto più dei tanti ‘Ulivo’ degli anni recenti, sei punti oltre l’esperienza di Veltroni nel 2008. Un consenso ‘innaturale’ in Italia – due eccezioni in 68 anni – un’ottima base per costruire una storia nuova ma tutt’altro che una vittoria definitiva. Per due ragioni, soprattutto. La fluidità elettorale si é moltiplicata e ha rotto gli argini tra politiche ed europee (Monti scomparso, sinistra tutta attorno al 45%, in calo deciso Forza Italia e Grillo). Una parte decisamente alta di cittadini ha investito sul capo del Governo. I motivi essenziali della scelta: non esistono alternative, è l’uomo giusto per cambiare, rottama la politica, parla un linguaggio diverso.

Una considerazione. Il flusso emotivo leader-popolo necessita di fatti e richiede alimentazione continua. Stabilizzare il consenso in società parcellizzate e con i partiti in crisi non è operazione tra le più facili. Proprio per questo la madre delle priorità ruota attorno al tema in parola. Della seconda ragione ha discusso Galli della Loggia un mese fa: ‘un immediato consenso non sempre si traduce in qualcosa di più ampio’ in assenza di ‘un consenso ideologico – culturale quale è quello che serve per cambiare davvero verso all’Italia’.

Imprimere una ‘direzione culturale’ richiede l’esercizio di alcune virtù: strabismo – un occhio all’oggi e l’altro al domani – continuità di azione e solidità degli strumenti di attenzione sociale. E, aggiungo, capacità di anticipare gli avvenimenti e di leggere le emozioni che ci circondano attenuando i sensori della tradizione per illuminare con efficacia gli angoli bui. Gli strumenti per l’azione – le forze politiche – sono decadenti mentre il presentismo rischia di uccidere l’avvenire togliendo ossigeno a ogni strategia. Vanno meglio sia le energie messe in campo, oggi più vitali di ieri, che la capacità di intuire ciò che accade fuoriuscendo da canoni antichi che hanno tenuto a lungo prigioniera larga parte della sinistra. Prigioniera e supponente.

Noi per primi abbiamo fatto del viottolo in cui era stato infilato il riformismo italiano una strada. Addirittura quando il solo parlarne provocava prurito. Il riformismo non è una tecnica, é una disposizione della mente, implica un comportamento laico, è il coraggio di chi si sporca le mani frugando dove la consuetudine è cieca. Quando Gino Giugni scrisse che i partiti socialisti europei erano ‘veri e propri crocevia culturali’ aveva intuito la loro direzione di marcia. Uno stato di necessita’ a fronte delle faglie imponenti che si stavano aprendo nel mondo con l’avvento della globalizzazione, la crisi degli stati nazionali e le difficolta’ crescenti della spesa pubblica a risolvere tutti i problemi. Storie che mescolavano – e tuttora mescolano – dottrina liberale ma non liberista con la bandiera della creazione e della redistribuzione della ricchezza, l’uguaglianza – ma non l’egualitarismo – con un europeismo non di maniera ma critico dell’Unione così com’è.

Noi stessi, a Venezia, abbiamo offerto munizioni a una lettura realistica della nostra epoca. Quando abbiamo accusato la sinistra di avere risposte balbettanti all’emergenza delle nuove povertà, ceto medio impoverito in testa. Quando abbiamo posto la questione ‘migranti’ evitando la chiave di lettura cattocomunista e rilanciando il binomio ‘rispetto della legge e godimento dei diritti’. Quando abbiamo parlato di un’altra Europa ben prima che lo facesse la lista Tsipras. Quando abbiamo individuato le fragilità di una generazione di ventenni indagando tra le professioni a basso reddito e il terziario senza tutele, ragazze e ragazzi che hanno studiato vent’anni e annaspano in cerca di futuro. Intuizioni che si sono rivelate giuste. Giuste come le battaglie parlamentari sui temi cari a una lunga storia di civilta’: giustizia, diritti dei cittadini, libertà individuali, clausole sociali. Andate a leggere le proposte di legge avanzate, le iniziative assunte sul diritto di voto ai sedicenni nei Comuni, la lotta al gioco d’azzardo, la richiesta di un’Assemblea Costituente come luogo deputato a discutere le riforme della Carta, la responsabilità civile dei magistrati, la difesa e soprattutto la valorizzazione della scuola pubblica, i progetti su innovazione culturale e tutela del patrimonio artistico, le iniziative in politica estera, dalla vicenda Maro’ al conflitto israelo-palestinese.

Buone idee che camminano su gambe deboli. Deboli fino dall’inverno del lontano ’92 quando, alla prima prova elettorale nel fuoco di tangentopoli, alla Provincia di Mantova se non ricordo male, perdemmo oltre i due terzi dei voti. Andò ancora peggio a Roma l’anno successivo. E ancora peggio andarono le Politiche e le Europee del ’94. Sempre attorno al 2%, un piccolo patrimonio dimezzato infine nel 2008 quando, con il precipizio elettorale, vengono meno anche gruppi parlamentari e Costituente Socialista. Dei partiti che hanno costruito la Repubblica siamo rimasti gli unici. Tra i pochissimi se contiamo quelli che hanno attraversato la lunga recente transizione.

Sbarramenti elettorali e abolizione del finanziamento pubblico non favoriscono né i partiti medi né quelli piccoli, in un sentimento popolare che fa dei partiti i responsabili di ogni malefatta. Ma senza partiti e in assenza di corpi intermedi rappresentativi e autorevoli è complicato dare corpo alla stabilità di un processo. L’asse popolo-leader, nella società della comunicazione veloce e dell’immagine, è destinato a mutare di segno con una rapidità ignota alle comunità della seconda parte del Novecento. Ha ragione Gigi Covatta. Va ristabilito un nesso tra politica e razionalità e vanno riannodati i fili del riformismo italiano, fili spezzati più volte da errori e dalla violenza degli oppositori.

Può farlo Telemaco? E qual è la frontiera che i socialisti devono presidiare?

Telemaco non ‘rottama’ il padre ma affronta con lui i Proci che lottavano per raccogliere l’eredità del padre. Poi sceglie l’avventura. Se Renzi (Telemaco) non pretenderà – come consiglia ‘Civiltà Cattolica’ – di riscrivere il riformismo sociale depurandolo dalla matrice socialista e invece tenterà la strada indicata dal direttore di “MondOperaio”, non v’é dubbio che il cammino possa procedere spedito. L’adesione al Pse e la ‘naturale’ divisione del campo politico europeo in famiglie ‘identitarie’ favoriscono l’evoluzione che ci sta a cuore. Famiglie allargate, peraltro, perché sia il Pse che il Ppe sono raggruppamenti l’uno di centrosinistra e l’altro di centrodestra, soggetti ben diversi dai raggruppamenti conosciuti solo una ventina di anni fa.

Quanto a noi, non ci basta dire che ‘avevamo ragione’. Ritirarsi sotto la tenda del risentimento è inutile e dannoso, affidarsi in esclusiva, come taluni fanno, alla piazza telematica vomitando insulti senza mai confrontarsi in una piazza vera con un cittadino in carne e ossa é inutile e dannoso, tacere i profondi cambiamenti rappresentando un’Italia che non c’è più è inutile e dannoso.

Se c’è un Telemaco, allora c’è un Ulisse. Non solo la memoria antica ma il pungolo per tenere insieme etnie diverse con un abbecedario che non soffra il condizionamento di ideologie stantie. Nell’ultimo mese, gruppi consiliari socialisti sono sorti a Pescara, Taranto, Napoli, Catanzaro, alla Provincia di Lucca e in comuni minori. Tra il Molise e la Campania, sono una decina i sindaci che hanno aderito al partito. Tornano a casa perché la casa è ancora in piedi e perché intravedono un progetto.

Non dobbiamo diventare Telemaco. Dobbiamo restare Ulisse. Guardando a questa Italia e non all’Italia del secolo passato. La massa dei nuovi elettori sceglie schieramenti alternativi ed è stata educata al bipolarismo, reputa il pansindacalismo un eccesso, giudica la quantità’ elevata di enti territoriali un costo insopportabile, sa che gli ammortizzatori sociali tradizionali proteggono solo i già protetti, sostiene che questa Europa incompiuta, se resta tale, produce squilibri. Riflessioni che abbiamo fatto anche noi, talvolta per primi e spesso da soli, fino dagli anni Ottanta.

I socialisti devono tenere saldamente questa rotta se vogliono partecipare al processo fondativo di una nuova storia riformista. Legati da un disegno condiviso alla sinistra riformista ma liberi, alternativi ai movimenti radicali, con una identità marcata nelle aule parlamentari, nei comuni e nelle regioni maneggiando temi ‘nostri’. A cominciare dalle modifiche alla legge elettorale. Attenzione però. La politique d’abord di nenniana memoria non ha oggi il significato che aveva un tempo. Pensare di raccogliere consenso dibattendo solo di alte questioni politiche in una società depoliticizzata porta fuori strada. E’ il servizio al cittadino che conta. Un esercizio da praticare ovunque, affittando parte delle nostre sedi alle associazioni, facendo dei comuni – dove la presenza socialista è diffusa – i terminali delle iniziative nazionali, convocando meno direttivi e organizzando qualche gazebo in più oppure assumendo posizioni pubbliche sui nodi che logorano le comunità locali.

Perché non c’è salvezza nella evocazione apatica del passato. E perché il meglio è nemico del bene.

Riccardo Nencini

 

Condividi.

Riguardo l'Autore

Leave A Reply