lunedì, 30 Marzo, 2020

Parlare non significa proporre

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Ho sempre pensato che lo studio della storia fosse importante per interpretare il presente. In Politica, ancora di più, la conoscenza dei fatti, dai quali discende il presente è una condizione indispensabile. Il presente, però, deve essere proiettato in avanti, per capire la direzione da intraprendere e le scelte da fare per costruire il futuro.

Calamandrei, in questa logica, affermava che la Costituzione Italiana, bussola del potere legislativo, doveva essere presbite. Capire dove va la società, quale sarà il suo linguaggio e quali culture la influenzeranno, è molto difficile. Una buona base di conoscenze stimola le intuizioni necessarie. Perciò, oltre lo studio, ritengo indispensabili convegni, confronti e approfondimenti. Da quando la società si va evolvendo velocemente, la sintonia tra mentalità e ciò, che provoca cambiamento, è vitale. E, la politica deve porsi il problema di “governare il cambiamento”. Con ciò, non voglio dire che non sia utile organizzare occasioni per “rinfrescate intellettuali”, ma, secondo me, non bisogna considerarle comprensive di tutto quello che ci vuole per organizzare una buona politica. Anche perché, quelli che potrebbero trarne utilità, le snobbano, attratti più dalla stupidità delle frasi fatte, che dagli argomenti impegnativi. Un Convegno, che non provoca stimoli e non arricchisce, provoca allontanamento dalla strada della conoscenza.

Pochi giorni fa, come al solito, mi fermai al Circolo della Stampa, dove si stava svolgendo il “Forum di SOS IMPRESA”. C’erano, anche, i Commissari Antiracket Malvano e Porzio, il Prefetto Spena, autorità Militari, il Presidente della Provincia e il Sindaco di Avellino. Quando entrai, un imprenditore stava parlando della sua esperienza di vittima dell’usura. Un racconto commovente, che mi fece andare con la mente a quando ero giovane. Nell’estate del 1960, da convalescente, stavo davanti casa mia. Ad un tratto, fui attratto da un signore del mio Comune, che camminava agitandosi e bofonchiando. Sentii queste parole: “Vuole farmi uccidere”. Non capii a cosa alludesse. Dopo pochi giorni, Don G. si suicidò, gettandosi a mare, nei pressi del Ristorante “Zi Teresa”, a Napoli. Nel Paese si diceva che, avendo eseguito un lavoro per il Comune, doveva riscuotere una grossa somma. L’amministrazione non si decideva ad emettere il mandato di pagamento, costringendolo a ricorrere agli usurai. La disperazione e la vergogna, essendo una persona perbene, lo portarono al suicidio.

Parlò un’altra vittima degli usurai, descrivendo lo stato di povertà nel quale era finito e le cause che lo avevano determinato. Poi, presero la parola i rappresentanti delle Istituzioni. Iniziò, la cascate delle frasi fatte, come: “siamo a disposizione”, “purtroppo pochi denuncino gli usurai”, ecc. Nessuno accenno alle cause che costringono le imprese a ricorrere agli usurai. Ho sempre pensato che i migliori alleati degli usurai e della camorra fossero i cattivi amministratori, i dirigenti politici, che dovrebbero supportare i loro rappresentanti nelle istituzioni, e i rappresentanti del Governo sul territorio. Il Convegno si concluse senza una seria proposta, ma solo con l’esortazione alle vittime “di denunziare gli usurai”. Fu naturale dire tra me e me: “Come volevasi dimostrare”. A rafforzare le mie convinzioni, Il Quotidiano del Sud, del 5.2.2020, ha pubblicato un articolo dal titolo “PAGAMENTI DELLA PA AI FORNITORI- I TEMPI BIBLICI AFFOSSANO LE IMPRESE”. Apprendiamo che in Italia i debiti della PA nei confronti di fornitori ammontano a 53 miliardi. Nel Meridione, i giorni di attesa dei mandati di pagamento, in media, sono 67, mentre al Nord sono 51.

Inoltre, mentre al Nord il tasso di interesse per le piccole imprese, nel 2017, era del 6,5%, al Sud era dell’8,2%. A questi argomenti, nessun riferimento e nemmeno alle altre cause, tra le quali, c’è l’inefficienza, a volte interessata, della burocrazia. Restano, così, immutate le condizioni, nelle quali gli usurai si ingrassano. Chiedere alle vittime dell’usura di denunziare gli usurai è da incoscienti e ignavi. Un’altra serie di Convegni e di interventi riguarda lo sviluppo del territorio. Purtroppo, si sprecano energie intellettuali più per fare fotografie dell’esistente che per avanzare proposte. Un’altra lacuna, che ogni tanto si appalesa è la seguente. Si richiamano fatti e iniziative partorite dal territorio, a cui si affida il compito di provocare sviluppo. Dovrebbe essere assodato che ciò, pur avendo valore culturale, non ha prodotto sviluppo.

Ci vogliono altre idee, che non potranno essere partorite da una Classe Dirigente con un’istruzione, quando c’è, monovalente, che guarda più al passato, per specchiarsi, che al futuro. Chiediamole di cedere il passo a chi ha una mentalità polivalente e vuole far migliorare la società. Chiederei al Presidente della Provincia di coinvolgere tutte le energie irpine, che hanno ruoli a livello universitario e a livello culturale, per formulare un progetto di sviluppo dell’Irpinia.

Luigi Mainolfi

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