martedì, 22 Ottobre, 2019

Parliamone, non facciamo gli Indiani

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“Non fare l’indiano”, si diceva quando ero piccolo. Nel senso erroneo degli indiani d’America, i nativi americani di cui la leggenda tramanda l’abilità nel comunicare senza parlare. E io l’ho sempre interpretata al contrario, cogliendo la sfida e parlando, per ritorsione, a più non posso. Oggi mi ritrovo invece sempre più spesso a bocca aperta, quando guardo al lavoro incredibile che gli indiani – dell’India – riescono a produrre in tema di innovazione, in particolare nel web design.

Concept avveniristici, creatività, funzionalità che nella vecchia Europa, e nell’archeologica Italia, non esistono. Rovesciando la disparità tra vecchie e nuove potenze globali sul digital divide, ci fan mordere la polvere. Su LinkedIn si ricevono regolarmente proposte commerciali da programmatori indiani: disegnano un sito web e lo mettono online, curandone ogni dettaglio, incluso l’hosting e l’antivirus, per poche decine di euro l’anno, contro le mille e passa che dovrei pagare a Roma o a Milano. Offerta interessante per chi vuole spendere poco e addirittura irresistibile se si ha modo di valutare la qualità del prodotto. Sarà il caso di correre ai ripari, prima di dover correre a lavare i panni nel Gange.

Valorizzare gli studi scientifici, le borse di studio per ingegneri, premiare e finanziare le idee innovative sul web. Informatizzare il Paese, a partire dalla Pubblica Amministrazione, e interessarne tutte le fasce d’età. E poi, nel dettaglio del caso sollevato: software house miste italo-indiane? Neanche una. Corsi organizzati da indiani in Italia? Neanche l’ombra. L’information technology avanza e in India sembra si stia diffondendo un modo di dire, come rimprovero per i bambini che non vogliono lavorare al computer: “Oh, non farai mica l’italiano?”.

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