martedì, 19 Novembre, 2019

Parole in ricordo di Fernando Santi

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Fernando Santi, anche quando si è allontanato da Parma per approdare a Roma, come leader della CGIL e come parlamentare, ha conservato e coltivato c on orgoglio la sua “parmigianità”. Il legame con la sua terra era e resterà solido ed affettuoso. Ma, fin dalla giovane età la sua “parmigianità” non è mai l’angusto provincialismo di chi pensa che il mondo finisca alle porte che segnano la vecchia cinta daziaria, dove si intrecciano i piccoli canali che portano al torrente.
Certo, un parmigiano verace, ma di periferia, vissuto, come racconta il poeta di Casarola Attilio Bertolucci, nella terra dove la città muore e inizia la campagna: in quel piccolo mondo dove l’umorismo, spesso disincantato e salace, si accompagna al desiderio, e alla volontà, di guardare alto e lontano: dunque di capire quel che sta accadendo nel mondo.
Fernando, anche quando è all’apice del successo, conserva la modestia ed il buonsenso, che è anche realismo, dei suoi compaesani di Porta Santa Croce di Golese, “un paese che non è un paese”, lo racconta Lui , in un suo indimenticabile scritto autobiografico. Un mondo piccolo, ma consapevole di quel che stava accadendo nel mondo “grande”: “L’Angeletta, la vedova Ildegonda, i sei Raffaldini, il cugino Otello e la ‘Celeste Aida’’ avevano capito prima dei generali di Badoglio, che la guerra era persa, che non c’era nulla da fare, altro che aspettare e patire”.

Santi ha le idee altrettanto chiare sul futuro. Non pensa e non vuole mai – lo dice con le parole schiette dei suoi paesani – che l’Italia “diventi tutta una Russia.”. Crede ed opera perché le cose “vengano voltate gradualmente con passo più lento perché più sicuro”.
Questo cambiamento graduale deve essere conquistato giorno dopo giorno con riforme sempre più innovative rispetto alla realtà esistente, frutto delle lotte del mondo del lavoro e delle forze di progresso. Questa è già allora l’essenza e la finalità del suo riformismo.
Anche le leggendarie “riforme di struttura” non sono per lui, a differenza di tanti predicatori di quel tempo, una giaculatoria: hanno il valore della concretezza, nei mezzi (una incisiva politica di piano deliberata dal Parlamento e attuata dallo Stato) e nei fini: piegare le resistenze dei potentati economici e dei gruppi politici moderati per far passare le riforme volte ad ampliare il potere politico dei lavoratori e a migliorarne le condizioni di vita ed anche il prestigio nella società.

Al servizio di questo progetto egli pone tutta la sua passione politica ed anche la sua intransigenza di militante battagliero. Santi non è massimalista: smentendo ogni interpretazione distorta del riformismo, non confonde mai il gradualismo con la rassegnazione allo status quo e neppure con i compromessi ad ogni costo.
Anche nei rapporti con il “grande fratello” comunista non accetta alcuna subordinazione.
Certo egli opera per l’alleanza delle forze della sinistra, ma non conosce la sottomissione e lo spirito gregario: insomma, mantenere e consolidare l’unità, ma da pari a pari.
Così scrive in una lettera a Giorgio Amendola: “A meno che Tu non ritenga che il PCI è la sola, naturale, valida espressione politica di tutta la classe lavoratrice: nel tal caso, limitiamoci, anzi limitatevi voi comunisti, a parlare di un Partito comunista egemone”.

Come leader sindacale Fernando Santi privilegia sempre l’unità , anche quando è impedita dalla contingenza politica legata dalla situazione internazionale. L’unità è l’esigenza naturale, reale ed essenziale dei lavoratori. Senza sostituirsi al partito, il sindacato deve svolgere una funzione decisiva nei processi politici.

Il Sindacato non deve mai “delegare ad altri quelli che sono i suoi compiti naturali, né soggiacere alla pressione padronale, alle esigenze politiche di questo o di quel partito, di questo o quel governo. E’ così che si tutela quel bene prezioso e irrinunciabile che è l’autonomia del Sindacato”. Come capo sindacale ha conquistato il massimo della fiducia, perché i compagni delle leghe sapevano che la sua era una scelta netta e sicura: ed era questa la sua massima gratificazione cui aspirava come premio del suo lavoro: i compagni delle leghe sapevano quando c’era da decidere se stare con gli agrari o con i ciclisti rossi che andavano la domenica per le campagne a distribuire L’Avanti!.

Così descrive i suoi anni di gioventù a Porta Santa Croce “Fatti di una miseria antica nelle case dismesse, nelle vesti aggiustate, nei volti smagriti, quando la nuda proprietà era la condizione naturale, perché mio padre l’aveva ereditata da suo padre”
Fernando si ribella. Fonda in una stalla con dieci compagni il primo circolo socialista. Comincia così la sua straordinaria e nobilissima avventura. Alcune sue intuizioni testimoniano la sua straordinaria lungimiranza politica.
“Non sorprendetevi se mi dichiaro europeista. L’Europa diviene sempre più una realtà. Sono europeista perché la lotta della classe lavoratrice varca le frontiere. Il giorno nel quale gli operai della Fiat, della Renault e della Wolkswagen sciopereranno insieme per comuni rivendicazioni, quel giorno l’Europa democratica e popolare, quella che vogliamo noi, avrà cominciato a vivere”. Sono parole scritte nel 1968.
In questo giorno di memoria e di riflessioni, dobbiamo prendere impegno di dar vita, qui, a Parma, ad un archivio Fernando Santi, destinato a custodire, oltre ai suoi discorsi parlamentari un reprint dei suoi saggi letterari, destinati a sicuro successo.
Penso con ammirazione alla prosa di “40 MORTI AL MIO PAESE” e al racconto “PRIMI TEMPI A MILANO”.
Il primo è un grido di dolore per i lutti provocati dal bombardamento delle fortezze volanti americane : l’Italia era scelleratamente in guerra.
Nel secondo Fernando racconta il suo viaggio in treno verso Milano, dove approda, dopo il frugale pranzo di nozze , in una fumosa terza classe piena di soldati.
Prenderà alloggio nel retrobottega di una drogheria di Porta Venezia, “nella camera ammobiliata con uso cucina, 250 lire al mese, in una zona frequentata dal alcune donne di varia età e di vara bellezza”.
Sono le ragazze che Turati aveva chiamato ‘le salariate dell’amore’. Queste ragazze, aggiunge Santi, “presero a conoscermi e mi davano soltanto la buona notte, semplice e cordiale”.
Anche in questa cesellatura narrativa si manifesta l’umanesimo di Fernando Santi.
In quella Milano – racconta ancora il Santi memorialista – organizza il suo “lavoro di venditore-viaggiante in profumi e saponette bon marché”.
Chi ha avuto il privilegio di conoscerlo ha potuto constatare che il ragazzo di Porta Santa Croce è stato sempre consapevole che il buon sindacalista deve essere sorretto, oltre che dalla fermezza nella trattativa in difesa del lavoratore, dalla saggezza politica, che associa combattività e realismo.

È stato interprete e difensore dei valori di giustizia sociale come componente essenziale della libertà e della dignità dell’uomo che lavora nei campi e nell’officina. Non conosceva il latino, ma applicava la regola secondo la quale si tollis dignitatem, tollis libertatem.
In questo spirito e nella consapevolezza di questa verità, Santi così firmò il suo messaggio fraterno ai lavoratori della Acli riuniti a Vallombrosa: “Vostro fratello Fernando Santi”.
Fernando Santi è stato non solo l’illustre sindacalista e uomo politico che ho cercato maldestramente di raccontare , meritevole degli onori che oggi Parma gli rende.
Fernando Santi è stato un grande parmigiano e un grande italiano.

Fabio Fabbri

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