giovedì, 2 Luglio, 2020

Paul Collier. Solidarietà smarrita e crisi della socialdemocrazia

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La socialdemocrazia è oggi in crisi, a causa del peggioramento delle disuguaglianze economiche, dopo ch nei primi decenni postbellici erano state attenuate. Alle “nuove ansie” – sostiene Paul Collier in “Il futuro del capitalismo” – hanno risposto “le vecchie ideologie”, che sono valse a ricondurre le società in cui la socialdemocrazia si era affermata “al trito e abusato scontro fra destra e sinistra”; scontro dominato da un’altra “specie di politico”, quello populista, la cui strategia è consistita nel distrarre gli elettori dalla salvaguardia delle conquiste sociali rese possibili dal riformismo socialdemocratico.
Il motivo di questa involuzione politica – a parere di Collier – è da individuarsi nel fatto che i “socialdemocratici di destra e di sinistra si sono entrambi allontanati dalle proprie origini, risalenti alla pragmatica reciprocità delle comunità”, lasciandosi catturare dalle idee di leader politici riconducibili ad antiche e nuove ideologie individualiste. I leader della sinistra socialdemocratica sono stati attratti dalle idee del filosofo ottocentesco Jeremy Bentham, il cui utilitarismo si fondava sul primato dell’azione individuale, ritenendola moralmente giustificata, quando avesse promosso la “maggior felicità” per il maggior numero possibile dei componenti la società.
La riproposizione dell’utilitarismo non ha però retto alla critica di chi sosteneva l’inesistenza di un “automatismo” che comportasse la possibilità di passare dall’utilità individuale al benessere della società. Ciononostante, sulla base delle idee utilitariste, una robusta schiera di economisti – afferma Collier – si è infiltrata “rapidamente nel campo delle politiche pubbliche”, sostenendo che scopo dello Stato fosse quello di massimizzare l’utilità sociale, attraverso la redistribuzione a favore di chi si fosse trovato in stato di bisogno. E’ accaduto così che, in modo inintenzionale, le politiche socialdemocratiche si modificassero, “diventando qualcosa di diverso dalla costruzione di reciproche obbligazioni fra tutti i cittadini”.
Ciò ha prodotto un risultato nefasto, perché, investendo lo Stato della responsabilità di massimizzare l’utilità sociale, i cittadini hanno cessato di essere soggetti responsabili, in quanto ridotti al ruolo di semplici consumatori. In tal modo, il “pianificatore sociale” è divenuto l’unico “deus ex machina” depositario del sapere necessario per il conseguimento della massima felicità sociale; al comunitarismo socialdemocratico originario, fondato sul “solidarismo sociale” fra tutti i cittadini, è subentrato una sorta di “paternalismo sociale”, che esentava i componenti la comunità dall’essere reciprocamente solidali.
Tuttavia, la reazione a questa forma di paternalismo non ha tardato a manifestarsi, registrando un notevole sviluppo nel corso degli anni Settanta del secolo scorso; ma anziché essere orientata a ripristinate i valori del comunitarismo socialdemocratico, essa è stata volta a realizzare il potenziamento della difesa dei singoli dall’azione sempre più espansa e pervasiva dello Stato, affermando l’opportunità di allargare la sfera dei diritti naturali degli individui, aggiungendone di nuovi. Cosicché, la causa utilitarista e quella dei diritti sono entrate tra loro in competizione: la prima sostenuta dagli economisti, la seconda dai giuristi.
Su alcune tematiche, le due “cause” si sono trovate d’accordo, mentre su altre non hanno tardato a dividersi; una contrapposizione che ha visto prevalere inizialmente i tecnocrati economisti, poi gradualmente sostituiti dai giuristi. Per quanto divisi, utilitaristi e giuristi hanno fondato le loro argomentazioni sulla dimensione individuale dell’impegno dei cittadini e non su quella collettiva, rimarcando l’importanza – osserva Collier – delle differenze fra i gruppi sociali: gli utilitaristi con riferimento al reddito, i giuristi agli “elementi di svantaggio” dei gruppi più penalizzati. Entrambi hanno influenzato, distorcendole, le politiche della socialdemocrazia: gli utilitaristi, premendo per una costante ridefinizione dello Stato sociale agganciata alla consistenza dei contributi assicurativi; i giuristi, optando per un continuo allargamento dei diritti (indipendentemente dai contributi), correlato alle condizioni di svantaggio dei singoli gruppi sociali.
Mentre i partiti della sinistra aperti alle idee dell’ideologia utilitarista ed a quella dei giuristi abbandonavano i valori della socialdemocrazia comunitaria, i partiti del centro-destra si sono aperti alle idee di Robert Nozick e di Milton Friedman, secondo i quali “la libertà di perseguire il proprio interesse, trovando un limite solo nella concorrenza”, genera risultati superiori a quelli raggiungibili mediante l’intervento dello Stato o il continuo allargamento dei diritti. In definitiva, si chiede Collier, “cos’era andato storto nella socialdemocrazia se i partiti sia di sinistra che di centro-destra l’avevano abbandonata?”. Nel suo massimo splendore, nell’arco dei “gloriosi” trent’anni 1945-1975, essa era stata largamente accettata, perché era sorretta dal grande patrimonio ideale che era stato accumulato nel corso della seconda guerra mondiale. Quando quel patrimonio si è “liquefatto”, la legittimazione dello Stato paternalista ed elargitore di diritti ha cominciato ad essere sempre meno accettato, a causa dei costi crescenti che la crescente ridistribuzione del prodotto sociale e il continuo ampliamento dei diritti hanno comportato a carico dello Stato.
Una volta, però, che la politica dei partiti del centro-destra si è “rivelata più distruttiva e meno efficiente del previsto”, a causa dei dirompenti effetti collaterali del libero mercato e della globalizzazione, i partiti di sinistra sono tornati al potere, non per riproporre i valori del comunitarismo della socialdemocrazia d’antan, ma col proposito di perseguire in termini più efficienti e meno discriminatori gli obiettivi dell’ideologia neoliberista dei partiti di centro-destra, ma senza riuscire a rimuovere i disagi economici e sociali consolidatisi nella fase precedente, nella quale al governo erano i partiti di sinistra.
Che possibilità si offrono oggi alle forze di sinistra, di “lasciar perdere quello che è andato male e pensare a cosa fare per rimettere le cose a posto?”. A tal fine, a parere di Collier, la socialdemocrazia ha bisogno d’essere ripensata, se si vuole realmente riportarla dalla sua crisi attuale “a una condizione che le permetta di essere nuovamente la filosofia” idonea a suggerire i rimedi ai problemi del tempo presente; una nuova filosofia, cioè, che consenta di prefigurare su basi pragmatiche il “futuro del capitalismo”. La società capitalista dovrà essere socialmente condivisa, oltre che economicamente fiorente; il capitalismo, inteso come fenomeno logico (ovvero come sistema idoneo ad assicurare la più efficiente valorizzazione delle risorse che una società ha a disposizione) e non come fenomeno storico, è essenziale per massimizzare la prosperità sociale. Il capitalismo che si è storicizzato nella nostra epoca si è rivelato non in grado di suggerire politiche pubbliche per la soluzione dei problemi delle società moderne.
Per risolvere i problemi delle società contemporanee, sono necessarie politiche pubbliche attive, rispetto alle quali il paternalismo utilitarista, l’allargamento continuo dei diritti e le libere forze del mercato hanno fallito. I partiti di sinistra hanno creduto che una regolazione della società da parte dello Stato e la continua espansione dei diritti fossero le uniche alternative politiche in grado di garantire l’equità distributiva e la pienezza della possibilità dei cittadini di difendere la loro dignità esistenziale; si è trattato, a giudizio di Collier, di una sopravvalutazione della capacità di queste alternative di assicurare la felicità sociale; esse sono valse però specularmene a sminuire la capacità di tutti cittadini di concorrere alla creazione della felicità sociale su basi spontaneistiche e solidaristiche.
Per converso, i partiti di centro-destra hanno invece creduto che, “rompendo le catene della regolamentazione statale […] si sarebbe dato libero sfogo alla forza dell’interesse personale, consentendo a tutti di arricchirsi”. In questo modo, tali partiti hanno sopravvalutato i “poteri magici del mercato”, ridimensionando anch’essi specularmene l’importanza del ruolo dei cittadini. Dal punto di vista dei partiti di sinistra, è certamente necessario l’intervento dello Stato, senza però che esso giunga a surrogare tutti gli aspetti della vita dei cittadini; per i partiti di centro-destra è invece necessario il mercato, senza però che esso sia svincolato dallo scopo di contribuire a soddisfare i bisogni della collettività, oltre che dei singoli.
L’ultima volta in cui il capitalismo ha funzionato bene è stata, per Collier, tra il 1945 e il 1975, quando la politica dei partiti era ispirata ai valori della socialdemocrazia; questa, dopo essere stati originati dai movimenti cooperativi dell’Ottocento, tali valori di solidarietà sono diventati, come si è già ricordato, “la base per una sempre più profonda rete di obbligazioni reciproche”, che hanno consentito di affrontare con successo i problemi che avevano devastato la pace sociale nel periodo compreso tra le due guerre mondiali.
Ma la guida politica dei partiti socialdemocratici è stata successivamente sostituita dai tecnocrati utilitaristi e da quelli di estrazione giuridica, le cui politiche sociali non hanno avuto il successo sperato, al pari di quelle suggerite dalle forze politiche di centro-destra. E’ accaduto così che il vuoto lasciato dall’abbandono della socialdemocrazia sia stato, in ultima istanza, “riempito” da movimenti politici populisti, che hanno approfondito la polarizzazione politica e la conflittualità sociale ed entrambe volte a precludere ogni possibilità di ricupero dei valori socialdemocratici.
Tuttavia, Collier ritiene che il ricupero di tali valori sia possibile, a condizione che tutte le forze di sinistra si convincano che una politica autenticamente socialdemocratica debba essere orientata a costruire una “fitta rete” di obbligazioni reciproche in grado di coinvolgere tutti i soggetti che fanno parte di una determinata comunità, legati tra loro da un forte senso di appartenenza e di identità condivisa; un’appartenenza e un’identità che implicano un comune impegno per il raggiungimento del benessere collettivo.
In conclusione, secondo Collier, la fitta rete di obbligazioni reciproche deve costituire la base per indirizzare il capitalismo verso la creazione di una società all’interno della quale le forze della sinistra possano ricuperare le proprie radici comunitarie; ciò per consentire il governo delle relazioni reciproche tra i cittadini, al riparo delle visioni utilitariste e individualiste, sia di sinistra che di destra, cui si deve gran parte del disagio politico, economico e sociale del nostro tempo. Le forze di sinistra possono “fare meglio” rispetto a quanto hanno fatto dopo la crisi della socialdemocrazia postbellica: è successo una volta, afferma Collier; esse possono riuscirci ancora.

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