sabato, 7 Dicembre, 2019

PD, dov’è la marcia in più?

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Era la dote di maggior pregio che i due partiti fondatori portavano allo sposalizio del PD ed esattamente quella classe dirigente locale che si era fronteggiata durante tutta la guerra fredda mantenendo viva la democrazia dell’alternanza . Lo sblocco sarebbe avvenuto anche a livello nazionale con la visione profetica di Aldo Moro, più di 10 anni prima della caduta del muro di Berlino, e “la sua democrazia matura” per un ricambio fisiologico all’interno di scelte strategiche irrinunciabili. Per capirci senza adesioni equivoche ed altalenanti, come oggi accade nei confronti della UE da parte di Salvini, il che fece dire in modo inequivoco a Berlinguer che si “sentiva più protetto sotto lo scudo della Nato”.

Nella linea di Moro della democrazia matura l’ulteriore garanzia auspicata da Roberto Ruffilli quando per la scelta di chi dovesse governare, temendo il frazionamento eccessivo e l’alibi di far cadere su altri le proprie inadempienze, indicava la strada di chiare assunzioni di responsabilità attraverso la scelta affidata “al cittadino-arbitro”. Moro e Ruffilli ebbero il maggior apprezzamento, proprio come Bachelet in campo cattolico, da parte del terrorismo che in quelle loro indicazioni vedeva il maggior ostacolo alla rivoluzione attraverso la guerra civile e ne trasse le estreme conseguenze di eliminarli. Un baluardo dal basso venne dalla lealtà degli enti locali che non si prestarono al disegno eversivo e furono garanzia della fisiologia del ricambio democratico. Che le basi della democrazia rappresentativa fosse nello Stato delle autonomie è comprovato dal fatto che la migliore classe dirigente non fosse improvvisata(senza radici come succede ai pentastellati) ma formatasi alla scuola delle autonomie crescenti. La riprova è nella permanente maggioranza di centrosinistra negli enti locali, dai comuni alle regioni, di amministratori PD. Incredibile come questo patrimonio sia stato negli anni dissipato con un triplice attacco.

In primo luogo livellando le gestioni locali molto diversificate con la stessa stroncatura negli investimenti sia negli enti locali virtuosi che in quelli dissennati con una progrediente desertificazione di investimenti nei servizi di base e nelle infrastrutture, incentivo nel sud ad emigrare specie per i quadri più formati ed innovativi. Attacco altrettanto devastante quello alla classe dirigente locale depotenziata con l’accantonamento del principio di sussidiarietà che politicamente avrebbe connesso i diversi livelli istituzionali dimostrando la solidarietà operante tra centro ed autonomie. Questo non è bastato perché i danni maggiori l’ha subita la classe dirigente bloccando l’osmosi dal basso verso l’alto per garantire il ricambio democratico e generazionale. Due esempi su tutti. Il letale passaggio a livello parlamentare dal regime degli eletti a quello dei nominati dalle oligarchie dei partiti staccando il cordone ombelicale per tutta la durata della legislatura tra eletti ed elettori, la principale spallata alla democrazia rappresentativa ed autostrada aperta alle forze antisistema nel nome della lotta contro la casta. Alla peccaminosa omissione nel disciplinare il conflitto d’interessi si è aggiunto il mancato sblocco di un sistema elettorale quando era possibile e doveroso farlo, dopo la vittoria di misura del Prodi 2.

Ed ancora l’inutile richiamo ad abolire la barriera istituzionale che contempla lo scioglimento delle Assemblee elettive se i sindaci o i presidenti di province o regioni per qualunque motivo sono costretti a lasciare. Nemmeno ora che la riforma istituzionale è sta bocciata e con essa anche l’abolizione delle province, possibile che nessuno avverta la grave lesione istituzionale della mutilazione elettiva dei loro rappresentanti , costretti ad elemosinare dal governo centrale le risorse per gli adempimenti istituzionali, in primis scuola e viabilità? Possibile che nessuno rivendichi per le province, in forza della constatazione di un Paese con una rete prevalente di comuni medio-piccoli, l’essenzialità di un ente elettivo intermedio in grado di esercitare le deleghe evitando che si offra il pretesto per un nuovo centralismo regionale sul modello del tanto vituperato a livello nazionale, per quante sono le nostre regioni? Che dire dei fautori della politica a costo zero che lasciano in vita le megacircoscrizioni, terreno di cultura dell’ incauto connubio tra potere politico ed economico legale e non? Ed ancora che dire dell’aborto di città metropolitane con cittadini di serie A e B se dentro o fuori delle città capoluogo? E chi governa, come Zingaretti, ,una regione come il Lazio, investito di un incompatibile compito, se non altro temporale, di segretario nazionale del PD,possibile che non colga e promuova, attraverso le regioni che ancora governa, a partire dalla sua in forza dell’autonomia statutaria, una fase costituente che si faccia carico al suo interno ed in forma propositiva al Parlamento nazionale, di aprire una fase costituente dal basso che difenda la democrazia rappresentativa a tutti i livelli? Non è possibile governare un Paese rincorrendo le emergenze e senza una precisa assunzione di responsabilità a tutti i livelli anche di chi vede nelle rappresentanze locali un intralcio da cui sgombrare il campo, per non aver capito la lezione di presumere d’esserei un colosso mentre i suoi piedi risultano di argilla.

Roca

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