martedì, 1 Dicembre, 2020

PD, LA GRANDE SFIDA

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Renzi-Berlusconi-Letta-governo

Sarà davvero interessante vedere cosa verrà fuori dalla Direzione nazionale del PD. Una vera e propria partita a scacchi, una sfida, anzi una grande sfida. Il pegno per chi perde è quello di rimanere con il famoso cerino in mano. Il punto è capire se pagherà più la strategia di attacco o quella di difesa. L’azione o l’attesa. E, si sa, se il piglio da giovane rampante da giovane collegiale americano serve a vincere le primarie, la politica democristiana di «smussare gli angoli, di lasciar decantare i problemi sperando che evaporino», come diceva all’Avanti! il professor Ferrarotti, ha retto il Paese per più di quarant’anni.

Facciamo una sintesi: dalla sua elezione alla segreteria democratica, il sindaco fiorentino, Matteo Renzi, non ha risparmiato bordate all’esecutivo del presidente Letta. Un vero e proprio tiro al bersaglio nonostante le dichiarazioni pubbliche di appoggio. Ma, il gioco dura poco e il segretario PD sente stringere il tempo per chiudere un un accordo che lo porti a realizzare il suo progetto di prendersi partito e presidenza del Consiglio: la linea di confine è il prossimo semestre europeo. Di conseguenza, l’ultimo treno utile passerebbe intorno alla prima metà di marzo, considerando i tempi tecnici dell’eventuale crisi di governo alla quale seguirebbero inevitabili consultazioni al Colle e, infine, lo scioglimento delle Camere con l’indizione delle nuove elezioni in concomitanza con le europee del 25 maggio.

Ca va sans dire che questo piano potrebbe realizzarsi solo nel caso in cui si decidesse di utilizzare il sistema elettorale che risulta dalle modifiche imposte dalla Corte Costituzionale con la recente sentenza. «Dopo l’intervento della Corte, Renzi ha perso molta della sua capacità di leva sul governo. L’unica carta che gli è rimasta da giocare per arrivare alle elezioni a maggio è quella dell’accordo con Berlusconi» spiegano al Nazzareno. Difficile, però, capire cosa abbia davvero in mente il Cavaliere: probabilmente ci sta pensando, molto dipende da cosa dicono i sondaggi. Sicuramente tra i due un interesse comune c’è: quello di controllare i rispettivi partiti, ma da capi non da leader. Tradotto in parole povere, modello spagnolo. Chissà se basterà per farli accordare su una bozza di legge elettorale. Di sicuro lo schema ricorda molto da vicino quanto accadde con Veltroni. Tutti sanno come è andata a finire.

Soprattutto quello che stupisce, nel giro di pochissimo tempo, è il cambio di “assetto” soprattutto da parte della stampa, nei confronti del leader democratico. Da essere il più osannato, Renzi si è ritrovato in poche ore a ricevere una serie di critiche a partire da quella di Luca Ricolfi, de La Stampa, che ha definito il sindaco fiorentino e i suoi due collaboratori (Filippo Taddei e Marianna Madia) che hanno lavorato al Job Act come “Qui, Quo, Qua”. Una critica che brucia ancora di più perché viene da un suo ex sostenitore. Renzi, chiamato anche “giovane marmotta” da Ricolfi, ha provato a difendersi con una lettera di risposta al quotidiano, trincerandosi dietro la litania della difesa degli interessi del Paese, e del fare tutto per favorire il cambiamento, non per interesse personale. Una difesa debole per un’accusa che ha poco di scenografico e molto di politico perché entra nel merito dei contenuti e delle metodologie piuttosto che fermarsi sul sensazionalismo degli slogan.

Insomma, possibile ipotizzare che la “spinta propulsiva” della parabola “rivoluzionaria” del giovane Matteo abbia già raggiunto il punto zero e si appresti a entrare nella fase di discesa? Ancora presto per dirlo. Di sicuro, la Direzione nazionale del PD di domani potrà essere chiarificatrice in questo senso visto che, in casa democratica, si delineano già le prime linee di resistenza “all’Italia che Matteo ha in mente”. Il deputato di area cuperliana, Alfredo D’Attorre, ha infatti ammonito Renzi: «Sento dire di incontri con Silvio Berlusconi al Nazareno. Immagino che Renzi sarà cauto su mosse che possano resuscitare politicamente Berlusconi». D’Attorre ha poi esortato il segretario a non incontrare un «un pregiudicato alla sede del Pd», aggiungendo che «sarebbe ben strano fare le segreterie nei comitati elettorali delle primarie e gli incontri con Berlusconi alla sede del Pd. Immagino che anche Renzi avrà cautela e attenzione».

Il riferimento è proprio a quel modello spagnolo intorno al quale i due leader, “così lontani, così vicini”, flirtano in queste ore: «Non ci può essere un accordo in cui Berlusconi e Renzi, grazie alle liste bloccate, determinano la totalità del Parlamento», avverte D’Attorre ricordando che dopo la decisione della Consulta la «una legge elettorale c’è», il proporzionale, «ed è giusto che la discussione ne tenga conto». Prove tecniche di ribellione in casa democratica?

Di sicuro, su tutto rimane un problema, qualunque sistema si scelga (proporzionale a parte), il Senato. Nessuna delle opzioni elencate, infatti, elimina il rischio di una maggioranza diversa tra i due rami del Parlamento. L’unica via percorribile sarebbe, dunque, finalmente l’eliminazione del bicameralismo perfetto. Ma, se così fosse (altamente improbabile perché serve tempo e maggioranze consistenti), addio elezioni anticipate.

Resta da capire, dunque, quanto Renzi sia risposto a rischiare di andare ad un accordo con Berlusconi per andare ad elezioni con lo spauracchio, molto concreto di perderle. Certo, dopo l’iniezione delle Primarie, di sicuro la tentazione del sindaco è forte. Anche perché, un progetto così ‘disneyano’, che scricchiola alle prime verifiche, difficilmente può reggere allo scontro con la dura realtà del Paese. Così come non può reggere a lungo il gioco di bombardare dall’esterno il governo senza sporcarsi le mani.

La parola ora passa al presidente Letta, rimasto in silenzio ad osservare: chissà che domani non mantenga lo stesso atteggiamento, passando la palla allo “sfidante” impetuoso che, con tutta la fretta che ha, rischia davvero di inciampare. Qualche notizia la si potrebbe avere già dalla prima mattinata. Infatti, alle 11,30, Riccardo Nencini, il segretario del PSI, con il capogruppo alla Camera, Marco Di Lello, incontrerà l’inquilino di palazzo Chigi per definire il ‘patto di coalizione’.

Roberto Capocelli

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