martedì, 22 Ottobre, 2019

Pd solo e abbandonato

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Nel mio ultimo libro “L’unità, storia di divisioni, scissioni, espulsioni e sconfitte della sinistra italiana”, mancava l’ultimo capitolo. D’altronde il libro finiva con la debacle elettorale del 2018 e non poteva prevedere quello che sarebbe successo l’anno dopo. Il Pd, dopo la recente scelta di appoggiare il Conte due, ha perso Calenda e forse Richetti che questa decisione politica non hanno condiviso e poco dopo perdono anche Renzi che questa scelta ha invece determinato con il suo improvviso capovolgimento d’impostazione politica.

Se la scissione di Calenda ha una motivazione comprensibile quella di Renzi pare a prima vista assolutamente inafferrabile. Ma come, nel momento in cui la tua improvvisa sortita politica di rendere possibile un governo coi Cinque stelle finisce per convincere tutto il Pd che pareva invece orientato, col suo segretario Nicola Zingaretti, a sposare la tesi delle elezioni anticipate, anzichë cantare vittoria (Bandiera rossa é un classico del movimento dei lavoratori e può piacere o no, personalmente preferisco il turatiano Inno dei lavoratori), tu che fai? Abbandoni il partito che ti ha dato ragione?

Secondo una logica puramente politica la scissione di Renzi non ha motivazioni. Può invece esser sostenuta da un contesto di ragioni che appartengono al passato e al futuro. Cerchiamole. Non v’é dubbio che il Pd sia un partito nato male e senza una precisa identità. E’ stato costruito sulla base di una semplice incollatura tra Ds e Margherita, il primo, partito che proveniva dal Pci-Pds, e il secondo, formazione politica in larga parte composta (con la sola eccezione di Francesco Rutelli) da una componente cattolica ed ex democristiana (Mattarella, Prodi, Franceschini, Guerini, Fioroni, lo stesso Renzi). Questa labile unione ha determinato un insieme di paradossi e si é configurata come una sorta di contratto dove ognuno ha messo del suo: gli ex diessini le feste dell’Unità, tanto care ai militanti, i richiami a Berlinguer, l’iconografia della tradizione comunista, gli ex margheriti il richiamo a La Pira quando non a De Gasperi, un gruppo dirigente più spregiudicato e mai segnato dal complesso del fattore K. Questo ha generato una certa prevalenza nel nuovo partito dei secondi sui primi ai quali si é generosamente consentita la custodia della vecchia tradizione.

Solo Veltroni, che comunista come é noto, non era mai stato, pensava di superare tutto questo in nome di um fantomatico kennedismo, di un rilancio cioè, unico in un paese eurooeo, della tradizione americana. Non poteva durare e in fondo non é un male che non sia durato. La seconda ragione sta nel futuro. Nella storia non esistono scissioni condivise. Anche dopo avere offerto le migliori rassicurazioni, le scissioni devono procedere per polemiche anche dure. Non sarebbero comprensibili altrimenti se non fossero motivate da dissensi profondi. Sarà così anche in questa circostanza. Come lo é stato dopo l’addio di Rutelli, dopo quello di Bersani e D’Alema, dopo quello, recente, di Calenda. Ma non v’è dubbio che un’esigenza di una diversa configurazione del quadro del centro sinistra é condizione irrinunciabile per ipotizzarlo potenzialmente vincente. Resta però l’interrogativo della politica. In che cosa il nuovo partito di Calenda si differenzi dal Pd é chiaro. In che cosa si diversifichi quello di Renzi ancora no. Lo vedremo. Resta una evidente considerazione. Il Pd, almeno com’era stato concepito, non c’è più. Buonanotte compagni.

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Riguardo l'Autore

Mauro Del Bue

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