martedì, 29 Settembre, 2020

Pedersoli. La verità su La dolce vita e su mio nonno Peppino Amato

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Grazie a un ampio materiale documentario ritrovato inaspettatamente, Giuseppe Pedersoli, figlio di Carlo (in arte Bud Spencer), nel docufilm “La verità su La dolce vita”, che ha partecipato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, racconta la complicata genesi del film ‘La dolce vita’ e difende la memoria vilipesa del nonno materno Peppino Amato, che lo produsse insieme ad Angelo Rizzoli.

Giuseppe Pedersoli, figlio di Carlo (in arte Bud Spencer) e nipote di Peppino Amato, che con Angelo Rizzoli produsse il film di Federico Fellini “La dolce vita”, ha trovato tempo fa quattro scatoloni contenenti migliaia di foto, telegrammi, contratti, note, bozze, ricevute, ingiunzioni e cambiali riguardanti la celebre pellicola, che nel 1960 offrì un impietoso affresco che colpiva con ironia la volgarità dei nuovi ricchi, i comportamenti assurdi dell’aristocrazia e la mediocrità della borghesia. Studiando questo ampio materiale documentario (soprattutto il carteggio tra Fellini, Amato e Rizzoli), Pedersoli ha costruito il docufilm “La verità su La dolce vita”, proiettato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia giovedì 10 settembre. Con questo docufilm Pedersoli racconta la tormentata realizzazione di un’opera a cui nessuno voleva credere, ad eccezione del nonno materno Peppino Amato, che, colpito dalla straordinaria unicità della storia al centro della sceneggiatura e abituato a fidarsi delle sue intuizioni, rischiando economicamente, convinse il suo socio storico Angelo Rizzoli a co-finanziare l’opera, che arriverà a costare il doppio di quanto preventivato e concordato tra il regista e i produttori. La lavorazione del film sarà infatti complicatissima a causa di battute d’arresto, liti, sfuriate, minacce, e porterà alla rottura del sodalizio ventennale tra Rizzoli e Amato. Ma Pedersoli, oltre a raccontare la verità sulla genesi di “La dolce vita”, vuole anche restituire verità alla figura del nonno, che una sterminata aneddotica, diffusa nel mondo dei cinematografari, ha rappresentato in maniera offensiva come un guappo napoletano ignorante e semianalfabeta, famoso per gli strafalcioni che infarcivano i suoi discorsi, eccessivo, folkloristico, passionale, amante del gioco, donnaiolo. Epiteti, a ben vedere, un po’ razzisti e non diversi da quelli utilizzati dalla classe dirigente dell’Italia postunitaria per definire le popolazioni del Sud. Peppino Amato (nome d’arte di Giuseppe Vasaturo, Napoli 1899-Roma 1964), appena tredicenne recitò in una compagnia dialettale napoletana per poi avvicinarsi al mondo del cinema, inizialmente con funzioni di tuttofare. Nel 1923 Amato diresse il suo primo film “Sotto ‘e cancelle”, prodotto da Miquel Di Giacomo, fratello del poeta Salvatore. Dopo una breve permanenza in America, che lo mise a confronto con una concezione del cinema inteso come organizzazione industriale, Amato decise di intraprendere l’attività di produttore. Negli anni Trenta, grazie a un capitale di 32 mila lire, produsse il film “Cinque a zero”, diretto da Mario Bonnard e con protagonista Angelo Musco. Nei primi anni Quaranta, Amato produsse i film “Avanti c’è posto” e “Campo de’ Fiori”, grazie ai quali si afferma come attore l’esuberante Aldo Fabrizi, e “Quattro passi fra le nuvole” di Alessandro Blasetti, che molti considerano un film precursore del cinema del neorealismo. Nel dopoguerra Amato produsse ancora pellicole importanti come “Francesco Giullare di Dio” di Roberto Rossellini e “Umberto D” di Vittorio De Sica. Alcuni anni dopo, in maniera coerente con la sua inclinazione a entusiasmarsi e a rischiare i propri capitali nella produzione di opere coraggiose, Peppino Amato sollecitò, in maniera provocatoria e quasi per scommessa, Ennio De Concini e Alfredo Giannetti a ricavare una sceneggiatura da un libro senza trama e ingarbugliato come “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” di Carlo Emilio Gadda, da cui poi venne tratto il film “Un maledetto imbroglio”(1959). Film che Amato affidò alla regia di Pietro Germi, risultando così doppiamente vincitore nella scommessa, perché il regista genovese fu abile nell’operare il passaggio dalla storia sghemba del “Pasticciaccio” alla storia apparentemente lineare della trasposizione cinematografica, che dell’opera di Gadda aggirava la questione del plurilinguismo, ma coglieva alcune intenzioni profonde: raccontare, attraverso il pretesto del giallo appassionante e della narrazione intricata, l’Italia irrimediabilmente corrotta, dove la corruzione contamina diversi strati sociali: l’alta borghesia, i nostalgici fascisti, i popolani e i sottoproletari (questi ultimi anche assassini). Un’Italia maledetta e allo sfascio, curiosamente speculare alla società corrotta, esibizionista, insolente, sguaiata, raffigurata da Fellini nel suo film capolavoro, dove i valori e i contatti umani autentici si sono volatilizzati e non esistono più certezze.

Lorenzo Catania

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