mercoledì, 21 Ottobre, 2020

Pelù e il lavoro

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Non abbiamo mai apprezzato i predicatori alla Celentano. Quelli che approfittano di un palcoscenico o di un programma televisivo, generalmente strapagato, per lanciare i loro strali al mondo. I cosiddetti moralisti immorali. Una schiera che in Italia si è recentemente arricchita e che il 1 maggio si esercita in attacchi scriteriati. C’era già stato quello di Daniele Silvestri a Berlusconi nel 2003, che ha fatto scattare il divieto alla diretta della manifestazione. E prima ancora quelli di Neri Marcorè e di Luca Barbarossa ancora contro il Berlusca e a favore dei magistrati. Stavolta é toccato a Renzi, accusato da Pelù, ex Liftiba e oggi solista, di fare l’elemosina con gli ottanta euro e addirittura di essere il boy scout di Gelli.

Non si capisce quale sia la fonte del secondo livello di accusa. Il più grave. Ma non si capisce neppure perché un elemosinato dovrebbe arrabbiarsi con Renzi e non con Pelù che di elemosina non ha certamente bisogno. E che, pur non essendo io un appassionato della sua musica, mi pare sia diventato famoso perché canta, tranne il primo di maggio. Quando parla. Se i sindacati celebrassero la festa del lavoro parlando di lavoro senza gettare i Pelù negli occhi, non sarebbe meglio?

Aggiungo che la festa del lavoro, mai come quest’anno, é stata dedicata più che ai lavoratori, a coloro che il lavoro non ce l’hanno. Giusto dunque insistere col piano definito Jobs act. E giusto anche convertire il decreto del ministro del lavoro che alleggerisce la rigidità delle normative volute dalla Fornero e in realtà sollecitate e difese dalla Cgil. Con la ulteriore modifica sulla pena pecuniaria per chi non rispetta le nuove norme, pare che il dissidio col Nuovo centrodestra sia in fase di soluzione. Resta una domanda. Personalmente ho sempre pensato, con la filosofia del piano di Agenda 2010 di Schroeder, che la disoccupazione non la si possa combattere con normative rigide per l’ingresso nel mercato del lavoro.
Sono stato, come i socialisti europei, all’interno di quella filosofia della flex-security che aveva animato le mosse di Marco Biagi e poi il piano di Ichino. Dunque sono ancora fermo li. E approvo il  tentativo di Renzi con una sola riserva. Di metodo. Dissentire dalla Cgil non significa non dialogare. Rifiutare di recarsi al congresso nazionale di Rimini è un errore. De Michelis, da ministro del lavoro, affrontava gli operai in fabbrica anche quando lo contestavano. Renzi non può considerarsi immune da fischi.
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