mercoledì, 16 Ottobre, 2019

Pena di morte. Dopo Aasia Bibi, ora salviamo Aasma

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Pochi giorni fa abbiamo accolto con grande entusiasmo la decisione della Corte suprema del Pakistan di assolvere definitivamente Aasia Bibi, la donna condannata a morte nel 2010 per blasfemia.

Si è avuto appena il tempo per gioire di una notizia finalmente positiva che già una nuova minaccia incombe su un’altra donna. Aasma al-Omeissy, 23 anni e madre di due bambini, condannata a morte da un tribunale degli huthi, il gruppo armato che controlla parte dello Yemen, conoscerà lunedì prossimo, 4 febbraio, il suo destino. Se il ricorso non verrà accolto, Aasma rischia l’esecuzione. Amnesty International ha lanciato una campagna su Twitter con l’hastag #SaveAsmaa  per sensibilizzare l’opinione pubblica.

Secondo un rapporto recentemente pubblicato dal Cornell Center on the Death Penalty Worldwide, sarebbero almeno 500 le donne oggi detenute nei bracci della morte nel mondo e almeno 100 le donne messe a morte negli ultimi 10 anni. E’ uno dei pochi studi emersi negli ultimi anni dedicato espressamente alle donne condannate a morte, un fenomeno generalmente poco osservato e quindi difficile da interpretare sia da un punto di vista criminologico che per le condizioni di detenzione. Gran parte delle donne vengono condannate per reati di omicidio, in almeno il 50% dei casi secondo un rapporto della Ohio Northern University di qualche anno fa che metteva in luce soprattutto i  crimini “in famiglia”, cioè la morte del marito, del fidanzato o di bambini appartenenti al nucleo familiare.

Negli Usa le esecuzioni di donne dal 1976 sono state 16, l’ultima, Kelly Gissendaner in Georgia, risale al settembre 2015. Ma le donne nel braccio della morte sono 55, il 2% dei condannati a morte statunitensi.

Più complesso analizzare il fenomeno a livello mondiale. Cina e Iran sono leader sul fronte delle esecuzioni, anche di donne. La Cina si stima che metta a morte dalle 20 alle 100 donne ogni anno, mentre l’Iran ne ha uccise almeno 38 negli ultimi tre anni. Secondo i rapporti di Amnesty International, in Bangladesh sarebbero almeno 37 le detenute nei bracci della morte e tra i paesi che nel 2017 hanno messo a morte prigioniere donne emergono Thailandia (19) ed Egitto (8).

Latitudini e contesti socio-culturali molto diversi a cui corrispondono tipologie di reato differente. Ecco quindi che molte donne vengono condannate a morte anche per adulterio, stregoneria, blasfemia. E chi si batte per loro, è essa stessa vittima. Come Atena Daemi che è scesa in piazza per difendere dall’esecuzione una giovane donna e critica su Facebook e Twitter le esecuzioni compiute nel suo Paese, l’Iran. Un attivismo contro la pena capitale che le è costato una condanna a sette anni di carcere al termine di un processo durato appena 15 minuti.

Massimo Persotti

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