mercoledì, 30 Settembre, 2020

Pensioni baby, quanto costano alle casse dello Stato

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Inps-Bankitalia
OLTRE LA META’ DELLE IMPRESE HA USATO LA CIG-COVID
Nei mesi di marzo e aprile oltre la metà delle imprese italiane ha fatto uso della Cig-Covid. La cassa integrazione ha riguardato quasi il 40% dei dipendenti del settore privato. È quanto emerge dallo studio “Le imprese e i lavoratori in cassa integrazione Covid nei mesi di marzo e aprile”, effettuato dalla Direzione Centrale Studi e Ricerche dell’Inps in collaborazione con la Banca d’Italia.
La quota di aziende che ha fatto ricorso alla Cig-Covid è pari al 45% nel Nord Est, al 48% nel Nord Ovest, al 52% nel Centro e al 55% nel Mezzogiorno. Buona parte delle differenze tra macroaree è spiegata da eterogeneità nelle caratteristiche delle unità produttive, con riferimento in modo particolare al comparto di attività, relativamente più sbilanciato nel Mezzogiorno a favore dei settori dell’alloggio e della ristorazione, delle costruzioni e del commercio al dettaglio non alimentare, che hanno maggiormente subito le conseguenze della crisi.
Nel monitoraggio compiuto si analizzano i dati relativi all’effettivo utilizzo, nei mesi di marzo e aprile, degli strumenti di integrazione salariale in costanza di rapporto di lavoro, così come modificati dal decreto Cura Italia (Dl n.18/2020).
L’analisi è basata sui microdati presenti nell’archivio dell’Inps e si riferisce a tutti gli strumenti di integrazione salariale previsti per fronteggiare l’emergenza sanitaria Covid: Cassa integrazione guadagni (Cig) ordinaria, assegni dei Fondi di solidarietà e del Fondo di integrazione salariale (Fis) e Cig in deroga, sia pagati direttamente dall’Inps sia portati a conguaglio dalle imprese.
I dati, aggiornati al 15 luglio, si riferiscono al mese di competenza del pagamento, cioè al periodo nel quale i lavoratori sono stati sottoposti alla riduzione dell’orario di lavoro e non al mese in cui la Cig-Covid è stata autorizzata dall’Istituto di revidenza: il decreto Cura Italia ha infatti riconosciuto alle imprese la facoltà di richiedere l’autorizzazione all’impiego della Cig-Covid anche in un momento successivo all’effettivo utilizzo degli strumenti di integrazione salariale. Ciò comporta, precisa l’Inps, che i dati non possano essere ancora considerati come definitivi.

 

Pensioni baby
QUANTO COSTANO ALLE CASSE DELLO STATO
Le cosiddette pensioni baby costano alle casse dello tato circa 7 miliardi di euro all’anno, lo 0,4% del Pil nazionale: lo stesso importo previsto quest’anno per il reddito o pensione di cittadinanza e addirittura 2 miliardi in più della spesa necessaria nel 2020 per corrispondere gli assegni pensionistici a coloro che beneficeranno di quota 100. A fare i conti è l’Ufficio studi della Cgia che ha ‘recuperato’ i dati Inps riferiti ai pensionati baby presenti nel nostro Paese e li ha confrontati con la dimensione economica del reddito di cittadinanza e di quota 100. “Due misure, queste ultime, che sono nel mirino dall’Unione Europea. Non è da escludere, infatti, che Bruxelles ci chieda di rivederle, in caso contrario corriamo il pericolo che una parte degli aiuti prefigurati dal ‘Next Generation Eu’ ci siano negati”, ha affermato il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo.
Per baby pensionati la Cgia intende quanti abbiano lasciato il lavoro prima della fine del 1980. “In totale sono quasi 562 mila le persone che non timbrano più il cartellino da almeno 40 anni”, calcolano ancora gli Artigiani di Mestre. Di queste, oltre 386 mila sono costituite in massima parte da invalidi o ex dipendenti delle grandi aziende. “Se i primi hanno beneficiato di una legislazione che definiva i requisiti in misura molto permissiva, i secondi, a seguito della ristrutturazione industriale avviata nella seconda metà degli anni ’70, hanno usufruito di trattamenti in uscita dal mercato del lavoro molto generosi”, annota ancora Cgia. Della squadra ‘Baby’ fanno parte anche 104 mila ex lavoratori autonomi, oltre la metà proveniente dall’agricoltura, e solo una piccola parte, pari al 10,6%, poco meno di 60 mila unità, di ex dipendenti pubblici.
Tra i pensionati baby, prosegue la ricerca Cgia, sono i dipendenti pubblici ad aver lasciato il posto di lavoro in età più giovane (41,9 anni), mentre nella gestione privata l’età media della decorrenza della pensione è scattata dopo (42,7 anni). In entrambi i casi, comunque, l’abbandono definitivo del posto di lavoro è avvenuto praticamente con 20 anni di età in meno rispetto a chi, oggi, usufruisce di quota 100. Attualmente, le persone che sono andate in quiescenza prima del 31 dicembre 1980 hanno un’età media di 87,6 anni.
Sono le donne nel raffronto di genere ad avere la maggioranza delle pensioni baby: 446 mila su 562 mila, il 79,4% del totale e “solo” 115.840 sono uomini (20,6%). In termini di età anagrafica, però, a lasciare prima il lavoro è stato il sesso forte con una media di 40,6 anni, contro i 43,2 anni delle donne. Infine, sia per i maschi sia per le femmine l’età media in cui hanno percepito il primo assegno pensionistico è stata più bassa tra gli occupati nel pubblico che nel privato: mediamente di 6 mesi in entrambi i casi.
Ancorché siano una piccola minoranza in confronto al numero totale presente l’1 gennaio 2020, quando si parla di pensionati baby, annota ancora la Cgia, il ricordo va agli ex dipendenti del comparto pubblico che hanno potuto beneficiare di norme estremamente favorevoli per andare in pensione anticipatamente. Mentre, prosegue la nota, in questo ventennio, nel pieno del regime retributivo, sono stati riconosciuti i requisiti per il pensionamento alle impiegate pubbliche con figli dopo 14 anni, sei mesi e un giorno contro i 19 anni e mezzo degli statali e i 25 anni dei lavoratori degli enti locali.
“Non c’è nulla da stupirsi, dunque, se nello scacchiere europeo l’Italia, anche al netto delle uscite assistenziali, sia da anni tra i paesi che spendono di più per la previdenza, sacrificando altri settori come quello dell’istruzione, dove siamo tra le realtà che in Europa investono meno”, ha proseguito il segretario della Cgia Renato Mason che ha ricordato come la spesa previdenziale nel nostro Paese sia particolarmente alta, anche perché “registriamo un’età media tra le più elevate al mondo: facciamo pochi figli, ma viviamo meglio e di più di un tempo, quindi la popolazione tende ad invecchiare. Si pensi che nel 1981 il numero degli over 80 presenti nel nostro Paese superava di poco il milione. Nel giro di 40 anni gli ultra ottantenni sono quasi quadruplicati: all’inizio di quest’anno avevano superato quota 3,9 mln”.

 

Trattamenti di integrazione salariale
NUOVA DISCIPLINA DECADENZIALE
Il decreto-legge 16 giugno 2020, n. 52 ha stabilito che le domande finalizzate alla richiesta di interventi di integrazione salariale, ovvero Cassa integrazione guadagni ordinaria (Cigo), Assegno ordinario (Aso), Cassa integrazione salariale operai agricoli (Cisoa) e Cassa integrazione guadagni in deroga (Cigd), devono essere inviate, a pena di decadenza, entro la fine del mese successivo a quello in cui ha avuto inizio il periodo di sospensione o di riduzione dell’attività lavorativa.
Al fine di consentire un graduale adeguamento al nuovo regime, i termini sono stati spostati inizialmente al 17 luglio scosro (trentesimo giorno successivo a quello di entrata in vigore del decreto-legge 52/2020), se quest’ultima data è posteriore a quella prevista per la scadenza dell’invio delle domande. Per le richieste riferite ai periodi di sospensione o riduzione dell’attività lavorativa che hanno avuto inizio nel periodo ricompreso tra il 23 febbraio 2020 e il 30 aprile 2020, il termine di invio è stato fissato entro il trascorso 15 luglio 2020.
I datori di lavoro che hanno erroneamente presentato istanza per trattamenti diversi da quelli cui avrebbero avuto diritto o comunque con errori o omissioni che ne hanno impedito l’accettazione, possono inoltrare la domanda nelle modalità corrette entro trenta giorni dalla comunicazione dell’errore da parte dell’amministrazione di riferimento.
Con il messaggio del 21 luglio 2020, n. 2901 l’Inps fornisce tutti i chiarimenti in merito al nuovo regime decadenziale e le indicazioni operative.

 

Osservatorio sul precariato
PUBBLICATI I DATI DI APRILE 2020
È stato recentemente pubblicato l’Osservatorio sul precariato con i dati di aprile 2020. Le assunzioni nel settore privato nel primo quadrimestre del 2020 sono state 1.493.286. Rispetto allo stesso periodo del 2019 la contrazione è stata molto fortee (-39%) ed è risultata particolarmente rilevante ad aprile (-83%), ancor più di marzo (-45%), per effetto dell’emergenza legata alla pandemia Covid-19 e le conseguenti restrizioni (obbligo di chiusura delle attività non essenziali) nonché la più generale caduta della produzione e dei consumi.
Tutte le tipologie contrattuali sono state interessate; in maniera nettamente accentuata si osserva per tutte le assunzioni con contratti di lavoro a termine (stagionali, intermittenti, somministrati, a tempo determinato).
La dinamica dei flussi
Le trasformazioni da tempo determinato nel periodo gennaio-aprile 2020 sono risultate 198.592, anch’esse in flessione in confronto all’analogo lasso di tempo del 2019 (-29%; -48% per il mese di aprile), quando il loro volume era risultato eccezionalmente elevato anche per effetto dell’impatto delle modifiche normative dovute al decreto Dignità.
Tuttora in crescita (+16%) risultano invece le conferme di rapporti di apprendistato giunti alla conclusione del periodo formativo ma, ad aprile, la variazione rispetto al corrispondente mese del 2019 è risultata nulla.
Le cessazioni sono state 1.701.059, in diminuzione in confronto al medesimo quadrimestre dell’anno precedente.
Il lavoro occasionale
I lavoratori impiegati con Contratto di prestazione occasionale (Cpo) ad aprile 2020 sono stati 4.285 (in forte discesa rispetto allo stesso mese del 2019). L’importo medio mensile lordo della loro remunerazione effettiva risulta pari a 240 euro.
I lavoratori pagati con i titoli del Libretto famiglia (Lf), invece, ad aprile 2020 sono stati 51.614, in ascesa del 458% in confronto ad aprile 2019. La crescita è da riferirsi essenzialmente all’introduzione del bonus per l’acquisto di servizi di baby-sitting previsto dal decreto Cura Italia, il cui pagamento è effettuato proprio con i titoli del Libretto Famiglia; l’importo medio mensile lordo della loro remunerazione effettiva risulta pari a 491 euro.

 

Carlo Pareto

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