martedì, 20 Ottobre, 2020

Pensioni, governo e sindacati in cerca di intesa

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Venerdì prossimo, 25 settembre, governo e sindacati si incontreranno nuovamente per provare a trovare un accordo per il dopo Quota 100. La riforma imposta da Salvini che tanto male ha fatto alle casse dell’Inps in cambio di nessun beneficio per i pensionati, ma mettendo sotto pressione l’intero sistema pensionistico italiano.

Non mancano le proposte sul tavolo: l’obiettivo risaputo è quello di prevedere una misura di flessibilità che renda più soft la fine di Quota 100, poiché questa misura non sarà confermata al termine del triennio di sperimentazione. Si parla, ad esempio, della possibilità di facilitare per alcune categorie di lavoratori fragili l’accesso alla pensione con 41 anni di contributi (Quota 41), mentre i sindacati vorrebbero che il Governo preveda una misura di flessibilità tale da permettere il pensionamento a 62 anni.

Quest’ultima ipotesi non è da prendere in considerazione, se non prevedendo un severo taglio dell’assegno per coloro che decidono di anticipare l’accesso alla pensione. Nelle ultime ore si sta facendo strada una seconda ipotesi: nel dettaglio, il Governo starebbe pensando alla possibilità di consentire esclusivamente ad alcune categorie di andare in pensione a 62 anni, mentre per tutti gli altri l’opzione preferita resta quella di una Quota 102 con taglio del montante contributivo.

Se il Governo non interverrà sul sistema previdenziale, dal 1° gennaio 2022 non si potrà più andare in pensione a 62 anni (e con 38 anni di contributi) vista la scadenza di Quota 100. Tuttavia, si vuole evitare che si venga a creare uno scalone di cinque anni tra il 31 dicembre 2021 e il 1° gennaio 2022, a svantaggio di tutti quei lavoratori che per pochi mesi non sono riusciti a rientrare nell’ultima finestra utile per l’accesso a Quota 100.

Per questo motivo sindacati e Governo stanno discutendo, con non poche difficoltà, sulla misura di flessibilità che potrebbe rendere più morbido questo passaggio. A tal proposito, è stata ribadita l’importanza di avviare il prima possibile la commissione sui lavoratori gravosi, con la quale verrà fatta un’analisi di quali professioni presentano le caratteristiche per essere incluse nella lista dei lavori gravosi.

Questo perché si sta valutando la fattibilità di un progetto che mantenga la possibilità di andare in pensione a 62 anni (o al massimo a 63 anni) a coloro che negli ultimi anni di carriera hanno svolto delle professioni gravose. Per questi il pensionamento a 62 anni sarebbe ancora una possibilità, ma solo se nel contempo hanno maturato un’anzianità contributiva di 36 o 37 anni (dipenderà dai costi e dalle risorse a disposizione per la riforma). Ci sarebbero comunque delle penalizzazioni sull’assegno, ma non eccessive.

In alternativa questi potrebbero comunque andare in pensione con l’Ape Sociale, smettendo di lavorare a 63 anni. Questa misura, infatti, sarà confermata (e probabilmente anche potenziata) con la prossima Legge di Bilancio, con la quale potrebbe anche essere resa strutturale.

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