sabato, 19 Ottobre, 2019

Pensioni. Quota 100 spacca in due il Paese

0

Sta circolando, sui principali giornali, testate giornalistiche e agenzie, la bozza ufficiale del decreto per le pensioni che dovrebbe essere presentata in settimana, probabilmente il 12 Gennaio 2019 o il 14 Gennaio 2019 nel Consiglio dei Ministri Comunque, come hanno affermato diversi esponenti del Governo Conte, entro Gennaio 2019.
Ecco cosa compare e cosa viene confermato. È giusto sottolineare che si tratta di una bozza, in quanto in prima pagina vi è nell’introduzione la dicitura che “ci si riserva di far avere il testo dell’articolato in versione definitiva per lunedì 7 gennaio 2019”.
Per quota 100 verrebbe confermato il sistema 62 anni+38 anni. I primi che potranno fare domanda dal 1 Aprile 2019 saranno coloro che avranno maturato i requisiti al 31 Dicembre 2018. Tutti gli altri che li maturano dal 1 Gennaio 2019, avrebbero il di diritto di fare domanda all’INPS con finestre di 3 mesi, ovvero tre mesi dopo la maturazione dei i diritti. Queste due norme varrebbero per i dipendenti privati.
Per gli statali ci sarebbero le seguenti regole per quota 100:  i dipendenti pubblici che maturano i requisiti di quota 100 entro il 31 marzo 2019 possono fare domanda all’INPS al 1 Luglio 2019. Tutti gli altri statali che li maturano dopo questa data, potranno fare domanda ogni sei mesi dal maturamento dei requisiti. La domanda di riposo deve essere presentata al proprio ufficio statale con un preavviso di 6 mesi. Per quanto riguarda il Tfr il pagamento viene post posto al momento in cui si sarebbe andati in pensione regolarmente salvo accordi che i vari enti e uffici statali provvedano a siglare con istituti di credito e banche per riuscire a dare anche il Tfr anticipato.
Sia per i dipendenti privati che statali non si parla di nessun sistema di cumulo di contributi se non di due gestioni separate o non si considerano neppure nessun tipo di contributi figurativi almeno in questa prima bozza del decreto.
Ci sarebbe la possibilità nel decreto di poter uscire 3 anni prima rispetto ai 62 anni di quota 100 ovvero a 59 anni e 35 di contributi grazie ai fondi di solidarietà bilaterali di settore che sono dei fondi già esistenti per cui viene dato lo 0,3% del monte dei salari che vengono gestiti in accordo con i sindacati per la formazione professionale.
Questi fondi possono, ora, con questo decreto essere utilizzati per permettere ai propri dipendenti di uscire prima di quota 100, ma a due condizioni ovvero che ci sia l’accordo con i sindacati e che si preveda l’assunzione, il ricambio intergenerazionale nelle aziende che decidano di consentire questo sistema di pensione anticipata.
L’assunzione non sarebbe obbligata, ma vi sarebbe, comunque, la possibilità di prepensionamento solo per le aziende in crisi, anche momentanea.
È uno strumento come l’isopensione che c’era già con la Riforma Fornero, che permette di uscire fino a 7 anni prima dell’età regolarmente stabilita, ma a differenza di questa, i costi non gravano in modo così forte per l’azienda anche perché in questo caso i fondi sono già stati realizzati utilizzando una percentuale appunto del monte salari.
E se ci fosse ulteriore necessità di denaro da inserire in questi fondi sarebbe totalmente deducibile dalle imprese che avrebbe, comunque, degli sgravi su tutti i neoassunti. Il vero problema è che normalmente questi fondi sono utilizzati principalmente dalle grandi aziende.
Le aspettative di vita aumentano per tutti di 5 mesi, come, ad esempio, per la pensione di vecchiaia, tranne che per coloro che maturano i requisiti di pensione anticipata attuali ovvero 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne per i quali le aspettative di vita rimangono bloccate. Potranno fare domanda all’INPS a partire dal 1 Aprile 2019 chi li ha maturati entro 31 Dicembre 2018 e poi ogni tre mesi.
L’opzione donna viene riconosciuta per tutte le donne con almeno 35 anni di contributi per quelle dipendenti nate entro il 31 Dicembre 1959, mentre per autonome le nate entro il 31 dicembre 1958. Non viene indicato se la misura è solo di un anno o vale per più anni, quando si potrà fare domanda all’INPS e neppure quando devono essere maturati i 35 anni di contributi.
Vi è una proroga di un anno per l’Ape Social con i requisiti e le regole dell’anno scorso.
Domenico Proietti, segretario confederale UIL, sulla bozza ha osservato: “Quota 100 è un’utile soluzione per i lavoratori del nord e del settore pubblico, ma è  meno efficace per quelli del centro-sud dove difficilmente si raggiungono i 38 anni di contribuzione ed è del tutto insufficiente per le donne. Il sistema delle finestre mobili è un artificio appositamente istituito per non dover cambiare il titolo alla manovra che, di fatto, diventa quota 100 e 6 mesi per i privati e 101 per il pubblico. Settore pubblico che è, inoltre, pesantemente penalizzato anche dal pagamento differito del tfs, una nuova gravissima e insopportabile ingiustizia per i dipendenti del settore i quali percepiranno la liquidazione anche dopo 7 anni dal pensionamento. Positivo, invece, lo sganciamento dall’aspettativa di vita per la pensione anticipata dei precoci e la proroga di ape sociale. Ma l’assenza di una quota 41 per tutti è una scelta ingiusta e sbagliata che penalizzerà tanti lavoratori. Pesa gravemente, poi, l’assenza di misure che valorizzino ai fini previdenziali il lavoro di cura e la maternità, che sostengano
concretamente le future pensioni dei giovani, che pongano la parola fine sulla questione degli esodati. Per quanto concerne “opzione donna”, la proroga sembra incompleta: non è presente, infatti, nessuna specifica inerente la maturazione dei 35 anni di contributi. II decreto, poi, affronta solo parzialmente la riforma della governance dell’INPS e dell’INAIL, nei quali si deve rafforzare il ruolo dei Civ dotandoli di reali poteri d’indirizzo e di controllo. Queste misure si uniscono all’iniquo e ingiusto blocco della rivalutazione delle pensioni approvato con la legge di bilancio. La UIL si batterà affinché siano introdotte quelle modifiche necessarie per dare risposte efficaci ai lavoratori”.
Dunque, l’introduzione di quota cento produrrebbe effetti penalizzanti sui lavoratori che riceverebbero una pensione più bassa. È anche molto grave il mancato riconoscimento dei contributi figurativi (malattia, gravidanza, legge 104 sui disabili, donazione di sangue, etc…). Poi, sarebbe un’altra legge che, assieme al reddito di cittadinanza, potrebbe alimentare il lavoro nero. Il fenomeno del lavoro nero verrebbe però combattuto con l’introduzione di misure punitive protese a sostituire lo stato di diritto con uno stato di polizia. Attualmente, le misure per combattere il lavoro nero sono di tipo correttivo ed educativo che colpiscono il datore di lavoro e non il lavoratore che invece, adesso, diventerebbe l’imputato principale secondo le dichiarazioni fatte da Di Maio e Salvini.

Condividi.

Riguardo l'Autore

Leave A Reply