martedì, 20 Agosto, 2019

Per l’elettore leghista c’è solo Salvini, per la Lega Matteo è un fantasma

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Lega e Salvini, un binomio indissolubile. La liaison tra la base leghista e la sua classe dirigente è Matteo Salvini, una precisazione apparentemente sciocca se pensiamo agli ultimi sondaggi che danno la Lega…ops Salvini in corsa per tagliare il traguardo del 40%. Un po’ come a voler superare d’un balzo il suo rivale Matteo Renzi. Già, vi ricordate? L’ex Presidente del Consiglio mai avrebbe pensato ad una debacle tanto catastrofica dopo aver conquistato la cuccagna. Una caduta rovinosa che gli ha tagliato le gambe. Invece a Salvini le gambe sembra siano diventate bioniche, per quanto ha corso velocemente in così poco tempo.

Infatti, dal 4% di pochissimi anni fa ad oggi ha decuplicato le aspettative elettorali, laddove si dovesse tornare al voto in tempi brevi. Ed è proprio questo che il gruppo dirigente ha intenzione di fare: tornare al voto in tempi brevi, anzi brevissimi, capitalizzando il successo del momento che lo potrebbe vedere Premier di una maggioranza di centro-destra ricompattata a trazione sovranista (con Salvini e Meloni assieme al 46 percento).

Ma Matteo e il suo cerchio magico sono cauti. Non vogliono rischiare tutto, bruciarsi velocemente per poi perdere. Proprio com’ è successo a Renzi il quale, per arraffare quello che sarebbe dovuto essere un plebiscito a suo favore, il 4 dicembre 2016 ha perduto la Presidenza del Consiglio, la segreteria del Partito Democratico e, a momenti, perdeva anche la poltroncina di Senatore, oltre alle rosee aspettative di fare una brillante carriera in Europa.
Tra l’altro, pare che Renzie si stia dando da fare per fondare un partito finanziato da sceicchi arabi cui ha promesso di decuplicare gli investimenti con l’acquisto di Fontana di Trevi: il principe De Curtis, in arte Totò, docet!

Ma torniamo all’inizio. La situazione di Matteo Salvini è ben diversa da quella del “rottamatore”; è decisamente più debole, perché se si dovesse ammalare di polmonite, che lo costringerebbe all’immobilità per un lungo periodo, perderebbe in un baleno i suoi consensi.
Un conto è parlare dell’invasione dei migranti su Facebook sopra i tetti del Quirinale, altra cosa è parlarne a letto con la borsa di ghiaccio in testa e il termometro in bocca che ne ridurrebbe la capacità oratoria.

Ecco perché nella Lega serpeggia l’idea di tornare alle urne, ma in ogni caso non prima della manovra. L’idea è questa: qualora si riesca a portare a casa una vittoria, Salvini potrà assumersi la paternità. Viceversa, qualora – come è prevedibile – l’Europa detti legge, Salvini avrà la scusa per poter attribuire la responsabilità agli avversari di governo, quindi provocare una rottura e chiedere di tornare a elezioni anticipate.

L’identikit dell’elettore leghista è quella che inneggia al “capitano” e con il “capitano” vuole farsi i selfie come fosse un Santo, un eroe o anche un navigatore pattugliatore del mare per impedire ai migranti africani anche solo di nuotare in mare aperto. Ben diversa la situazione della classe dirigente della Lega, che vive sulle spalle di Salvini e che non ha alcuna capacità di influenzarne le scelte, perché, contrariamente a Zaia, Salvini è un leader mediatico assoluto, super-partes, indipendente dalle scelte delle segreterie di partito. Un po’ come Berlusconi e Forza Italia nei tempi d’oro.

Allo stesso tempo, gli adoratori del “capitano” non vedono e non riconoscono (neanche de visu) altri della Lega che non siano il potente ministro dell’Interno che mette in riga l’Europa, inimicandosela. Gli basti sapere che ora c’è un difensore dei confini italici disposto a prendere a calci i migranti, perché in quei calci ritrovano la rivincita e la vendetta per essersi impoveriti, come se la colpa fosse degli africani che fuggono da miseria e guerra!

In fondo è solo questo che importa all’elettore leghista: la foto con Matteo sul caminetto, riavere la casetta pignorata dalla banca, la bottega defiscalizzata e poter andare a mangiare la pizza due volte al mese. Per questo all’elettore della Lega dei suoi dirigenti non importa nulla; anzi, manco li conosce.

Angelo Santoro

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